"Ogni persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio"

Discorso del cardinale Vegliò all'Incontro dei Direttori Nazionali per la Pastorale dei Migranti in Europa

La Valletta, (Zenit.org) | 424 hits

Riportiamo di seguito il testo dell’intervento rivolto oggi dal cardinale Antonio Maria Card. Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, all’Incontro dei Direttori Nazionali per la Pastorale dei Migranti in Europa, in corso a La Valletta, Malta.

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Eminenza, Eccellenze,

Cari fratelli e sorelle in Cristo!

Anche se è intrinseco alle nostre origini biologiche e spirituali, il tema della migrazione è uno dei più complessi e controversi del nostro tempo. La sua portata e le sue dimensioni attuali sono senza precedenti, e toccano in sostanza ogni aspetto della vita umana. Come ben sapete, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) stima che vi siano oggi 214 milioni di migranti internazionali[1], un numero che recentemente, secondo le statistiche del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (Divisione per la Popolazione), conterebbe 232 milioni di persone[2]. A questi, si aggiungono circa 740 milioni di migranti interni che, nell’insieme, offrono un quadro allarmante: una persona su sette è coinvolta nel fenomeno migratorio. Secondo le stesse statistiche dell’OIM, tra questi ci sono circa quarantadue milioni di persone che sono forzatamente sradicate, includendo sedici milioni di rifugiati al di fuori della loro Patria e ventisei milioni di persone sfollate internamente. Infine, secondo le previsioni, le migrazioni internazionali, entro il 2050, potrebbero riguardare ben 405 milioni di persone[3].

Il tema sul quale mi è stato chiesto di intervenire – cioè, le prospettive e le sfide della pastorale dei migranti e dei rifugiati – è molto ampio. Al centro della questione vi sono donne e uomini che sperimentano la migrazione e i suoi effetti, con tutte le difficoltà e le sofferenze causate dallo sradicamento e dai lunghi processi di integrazione. Vi sono persone costrette a spostarsi a causa delle persecuzioni, delle calamità naturali o di altri disastri ambientali, dai diversi fattori che provocano difficoltà estreme, che spesso comprendono anche la minaccia di perdere la vita. Vi sono anche coloro che hanno deciso di lasciare la patria perché la loro dignità non è tutelata, oppure semplicemente cercano migliori opportunità di vita all’estero. C’è differenza tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo, anche se spesso la linea di separazione non è sempre così chiara e molte caratteristiche li accomunano.

            Per questa ragione, ispirandomi all’ultimo documento del nostro Pontificio Consiglio, Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, redatto in collaborazione con il Pontificio Consiglio Cor Unum, vorrei riflettere su cinque “principi fondamentali” della pastorale a favore dei migranti e dei rifugiati[4]. Credo che questi potranno offrire spunti adeguati per i lavori di questo incontro.

1. Dignità umana e cristiana

Sin dalle prime pagine della Bibbia emerge il concetto dell’imago Dei, cioè dell’immagine di Dio (cfr. Gen 1,26-27), un’idea che, in seguito, diventa motivo centrale di tutta la Sacra Scrittura. Non si tratta soltanto di una definizione che l’autore biblico dà agli esseri umani, ma è un modo di manifestare la grandezza e la complessità della natura umana. Ogni persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio, e questo costituisce un punto di partenza irrinunciabile per il discorso sulla questione della mobilità umana. Esso traccia un’importante traiettoria che va molto al di là delle categorie usate spesso a livello socio-politico, come forestiero, migrante, rifugiato, richiedente asilo o sfollato. L’idea dell’immagine di Dio fa balzare in primo piano la natura personale, concreta e spirituale della vita umana e sottolinea fortemente che l’esistenza umana non può essere compresa se non a partire dal mistero di Dio.

Da una parte, sembra ovvio fondare una teologia delle migrazioni sul concetto dell’immagine di Dio; in verità, questa terminologia è spesso ignorata o addirittura misconosciuta nel dibattito pubblico. “Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”, ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate[5]. Nessuno è autorizzato a ledere la dignità umana, né un governo, né un ente pubblico o privato. Essa va rispettata e promossa attraverso l’affermazione e la tutela dei diritti umani, che includono “il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all’educazione, al lavoro, alla reputazione, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in campo religioso[6]. Aggiungiamo anche il diritto a vivere senza paura e nella sicurezza, con possibilità di accedere a un equo sistema giudiziario. Ogni istanza che ignori la dignità umana costituisce un affronto alla volontà divina e viola i diritti fondamentali di cui ogni persona è portatrice.

Così, la definizione di migrante e rifugiato fondata nel concetto dell’immagine di Dio mette queste persone in una luce completamente diversa rispetto a quella che le caratterizza soprattutto in riferimento ai problemi sociali e politici, culturali ed etnici. Questa prospettiva comporta, allo stesso tempo, un insieme di esigenze morali che vanno debitamente considerate. Gli operatori pastorali nell’ambito delle migrazioni non possono trascurare tale approccio. In questo spirito richiamo le parole dell’Istruzione Erga migrantes caritas Christi, che spiega: “Gli Operatori pastorali (...) sono chiamati ad aiutare nel coniugare l’esigenza legittima di ordine, legalità e sicurezza sociale con la vocazione cristiana all’accoglienza e alla carità in concreto[7]. Ogni persona ha un valore inestimabile e l’indicatore dei valori di una società consiste nel fatto che le sue istituzioni minaccino o migliorino la vita e la dignità della persona umana. Senza un’adeguata considerazione dell’aspetto umano delle migrazioni, non è possibile costruire politiche ordinate al bene comune, nazionale e universale, che salvaguardino e diano beneficio ai membri più deboli della società.

2. Il bisogno di una famiglia

Gli orientamenti pastorali per l’accoglienza dei rifugiati e delle persone forzatamente sradicate elencano, poi, il bisogno di una famiglia e, così, si sottolinea l’impegno della Chiesa a favore non solo del migrante come individuo, ma anche dei membri della sua famiglia. Le difficoltà che la famiglia migrante incontra sono tante. Possiamo elencare, tra altre, la lontananza dei suoi membri, gli ostacoli per il ricongiungimento e le rotture che ne derivano. Spesso la famiglia non è in grado di sopravvivere alla dura prova della lontananza e della solitudine. La famiglia, nucleo della società umana, deve essere particolarmente tutelata dalle istituzioni della comunità di accoglienza, per garantire il corretto sviluppo di ogni membro della società. Su questo punto Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2007, ha scritto che “se non si assicura alla famiglia immigrata una reale possibilità di inserimento e di partecipazione, è difficile prevedere un suo sviluppo armonico[8]. Per questo, la Chiesa incoraggia la ratifica delle Convenzioni internazionali che garantiscono i diritti dei migranti, dei rifugiati e delle loro famiglie e, allo stesso tempo, raccomanda che le varie Istituzioni e Associazioni offrano quell’advocacy che si rende sempre più necessaria[9].

Quest’urgenza di tutelare la famiglia è ancor più evidente quando si tratta del doloroso fenomeno della migrazione forzata. Mentre la libertà di movimento è un diritto umano fondamentale che permette all’uomo non solo di forgiare nuove relazioni umane, ma anche di fondare nuove comunità sostenibili, il fenomeno della migrazione forzata è una violazione di questi diritti umani. A causa della violenza, del degrado ambientale, della militarizzazione, delle guerre o dei conflitti non risolti, milioni di persone sono costrette a lasciare le loro comunità e a rifugiarsi altrove. In situazioni come queste, le popolazioni indigene, le donne e i bambini sono i soggetti più a rischio e vulnerabili. Un dialogo concreto sulle migrazioni deve tenere conto di queste persone, rifugiati e richiedenti asilo compresi.

Vorrei, però, insistere sull’argomento del bisogno di una famiglia. Infatti, per la Chiesa, la migrazione non è solo una questione politica e socio-culturale, ma è anche umana ed etica. Sotto questo profilo, la Chiesa porta il suo contributo con le dinamiche della fede, con i suoi principi morali, insieme con la sua lunga esperienza, anche in considerazione del fatto che gli immigrati hanno svolto un ruolo chiave in numerose comunità ecclesiali lungo tutta la storia del Cristianesimo. Per la Chiesa, i migranti e i rifugiati non sono solo numeri, ma fratelli e sorelle, sono il “prossimo”, come afferma il Vangelo. Nell’Enciclica Deus caritas est, il Santo Padre Benedetto XVI, riflettendo sulla parabola del Buon Samaritano, afferma che il concetto del “vicino” non si può limitare “alla comunità solidale di un paese e di un popolo”. Infatti, “chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo, è il mio prossimo”. E il Papa continua dicendo che “il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce all’espressione di un amore generico ed astratto, in se stesso poco impegnativo, ma richiede il mio impegno pratico qui ed ora.[10]. Nella nostra riflessione, vedere nel migrante l’“impegno pratico” di assistenza e d’amore, proprio “qui e ora”, fa parte della vocazione cristiana. Nel servizio ai migranti e ai rifugiati, nell’advocacy che si esercita in loro favore e nel dialogo con istanze di natura politica e legislativa, non deve mancare questa visione universale dell’unica famiglia umana, costituita da vari popoli e nazioni, nell’unità che rispetta le legittime differenze.

3. Carità, solidarietà e assistenza

La carità è il dono di Dio rivelato in Gesù Cristo che, allo stesso tempo, alimenta e motiva il servizio e la solidarietà verso il prossimo. Ognuno è responsabile del suo vicino: siamo “in effetti, custodi dei nostri fratelli e sorelle, ovunque essi vivano [11]. L’ospitalità è l’espressione concreta dell’amore e della solidarietà. Il soccorso immediato è importante come risposta alle emergenze che si presentano, anche se non si limita a questo. Al loro arrivo, i migranti e i rifugiati si trovano ad affrontare molte barriere per la loro piena partecipazione sociale, economica e politica nella società ospitante, alcune delle quali richiedono immediata assistenza. Tuttavia, quell’aiuto non esaurisce l’intero orizzonte dell’obbligo che vincola ad accogliere lo straniero. Come nota l’Istruzione Erga migrantes caritas Christi, “è importante che le comunità non ritengano esaurito il loro dovere verso i migranti compiendo semplicemente gesti di aiuto fraterno o anche sostenendo leggi settoriali che promuovano un loro dignitoso inserimento nella società, che rispetti l’identità legittima dello straniero[12].

La stessa Istruzione segnala che le comunità cristiane non possono accontentarsi di risolvere i problemi immediati. Questo è necessario, ma è solo l’inizio. Il “passo successivo” è l’accoglienza che dispone gli animi alla reciprocità. Da una parte, la solidarietà vive del “dare”. Dall’altra, comunque, non si deve privarla del “ricevere”. Per sua natura, il cristianesimo tende a costruire comunione e unità, il che implica anche scambio reciproco. Infatti, dall’assistenza offerta in situazioni d’emergenza, l’Istruzione Erga migrantes caritas Christi richiama l’attenzione sul bisogno di una cultura dell’accoglienza in grado di vagliare i valori umani degli immigrati al di là delle difficoltà poste dalla convivenza con chi possiede un diverso retroterra culturale, sociale o religioso[13]. Vi è qui un delicato equilibrio: quanto meglio il cristiano adempie l’obbligo dell’accoglienza, tanto più è in grado di stimolare la società a un avvicinamento più umano allo straniero. In fondo alla prospettiva cristiana sulla migrazione, vediamo intrecciarsi l’accoglienza dell’altro e l’accoglienza di Dio: in qualche misura, accogliere lo straniero è accogliere Dio in persona.La carità, ha scritto Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate, è “ forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio[14].

4. Appello alla cooperazione internazionale

L’istruzione Erga migrantes caritas Christi afferma che “nessun Paese da solo può pensare (...) di risolvere oggi i problemi migratori” e, continuando, aggiunge: “Ancor più inefficaci risulterebbero politiche puramente restrittive, le quali genererebbero, a loro volta, effetti ancora più negativi, rischiando di accrescere gli ingressi illegali e addirittura di favorire l’attività di organizzazioni criminali[15]. La chiamata all’amore e alla solidarietà nel mondo è responsabilità di tutti, mentre spinge ciascuno ad essere attore principale in questa missione. Si tratta di una responsabilità maggiore per tutti quelli che occupano una posizione di amministrazione e di governo, poiché li impegna a prendersi cura particolarmente dei più deboli.

            Sorge quindi la necessità di una cooperazione internazionale. In questo mondo, così caratterizzato dalla globalizzazione e in cui le migrazioni internazionali sono una componente strutturale, si rende sempre più necessaria la stretta collaborazione tra Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti. Sono necessarie adeguate normative che possano coagulare i diversi assetti legislativi. Tutto ciò, soprattutto, per coniugare la salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti e delle loro famiglie e la tutela delle comunità di arrivo e di accoglienza.

Riassumendo, desidero richiamare le parole del Rappresentante della Santa Sede, pronunciate in occasione di una Conferenza Ministeriale sullo status dei Rifugiati, svoltasi a Ginevra nel 2001: “Come un’unica famiglia umana, siamo tutti interdipendenti. Questo ci chiama alla cooperazione internazionale a favore dei poveri e dei deboli quali nostri fratelli e sorelle (...). Un’effettiva responsabilità e una condivisione degli oneri tra tutti gli Stati sono pertanto indispensabili per promuovere pace e stabilità. Ciò dovrebbe ispirare la famiglia umana delle nazioni a riflettere sulle sfide di oggi e a trovare le necessarie soluzioni in uno spirito di dialogo e mutua comprensione. La nostra generazione e quelle future lo domandano affinché (...) possano beneficiarne[16].

5. Un servizio spirituale

La Chiesa è chiamata ad offrire assistenza a tutti coloro che versano in situazioni di bisogno, senza distinzione. Questo compito della Chiesa “assume varie forme: contatto personale; difesa dei diritti di singoli e di gruppi; denuncia delle ingiustizie che sono alla radice del male; azione per l’adozione di leggi tali da garantire l’effettiva protezione; educazione contro la xenofobia; istituzione di gruppi di volontariato e di fondi d’emergenza; assistenza spirituale[17].

Un elemento da non trascurare è proprio l’ultimo di questo elenco, quello che riguarda l’incarnazione di un vero spirito missionario ed evangelizzatore. Per il successo del nostro servizio è importante uno spirito pieno di vigore nella proclamazione del Vangelo, che non si spaventa di fronte alla condivisione delle situazioni in cui si trovano i migranti e i rifugiati. “Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità, nella nostra istituzione parrocchiale o nella nostra istituzione diocesana, quando tante persone sono in attesa del Vangelo! Uscire inviati. Non è semplicemente aprire la porta perché vengano, per accogliere, ma è uscire dalla porta per cercare e incontrare![18], ha detto il Santo Padre Francesco a Rio de Janeiro, in Brasile, in occasione della recente Giornata Mondiale della Gioventù. La capacità di adattamento e la formazione di contatti personali in un’atmosfera di chiara testimonianza di vita personale sono caratteristiche fondamentali nella pastorale a favore dei migranti e dei rifugiati. Nella misura in cui questo è autenticamente testimoniato, “la Chiesa è segno di speranza per un mondo che desidera ardentemente giustizia, libertà, verità e solidarietà, cioè pace e armonia[19].

Conclusione

L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Ebr 13,1-2). Con queste parole della Lettera agli Ebrei desidero chiudere il mio intervento. I migranti e i rifugiati non sono solo “vicini di casa”, ma sono persone che hanno dignità e diritti, come tutti. Nello spirito del brano neotestamentario appena citato, accettando le loro preoccupazioni come se fossero nostre, diventiamo consapevoli della loro identità e delle loro aspirazioni. In essi incontriamo uomini e donne, portatori della somiglianza di Dio, creati a sua immagine, e allo stesso tempo – paradossalmente – strumenti della compassione e dell’ospitalità divina.

Rispondendo alla chiamata a stare al loro fianco, anche per denunciare le violazioni dei diritti dei migranti e delle loro famiglie, siamo certi che le nostre azioni siano manifestazione della compassione e dell’accoglienza divina, nella legittima aspirazione alla giustizia e alla pace. Desidero, infine, esprimere sentimenti di stima, apprezzamento e sincera gratitudine a tutti voi che impegnate tempo, energie e risorse nella sollecitudine pastorale di coloro che vivono in condizioni di mobilità umana. Grazie a voi, la Chiesa guarda, ascolta, rispetta e condivide con ogni migrante tutti i passaggi fondamentali della vita. In voi, i migranti possono scoprire Dio stesso che stende il Suo braccio verso di loro nella genuina bontà.

Vi ringrazio per la vostra attenzione.

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NOTE

[1] Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, World Migration Report 2011, p. 49.

[2] Cfr. http://esa.un.org/unmigration/wallchart2013.htm (accesso il 14.11.2013).

[3] Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, World Migration Report 2010, p. 3.

[4] Cfr. Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e Pontificio Consiglio Cor Unum, Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, nn. 25-37.

[5] Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 62.

[6] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 26.

[7] Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Erga migrantes caritas Christi (EMCC), n. 42.

[8] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2007.

[9] Cfr. Ibidem.

[10] Benedetto XVI, Deus Caritas Est, n. 15.

[11] Cfr. Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e Pontificio Consiglio Cor Unum, Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, n. 27.

[12] Cfr. EMCC, n. 39.

[13] Cfr. Id., n. 39.

[14] Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 1.

[15]  EMCC, n. 7.

[16] Rappresentante della Santa Sede, Dichiarazione alla Conferenza Ministeriale dei 140 Stati firmatari della Convenzione del 1951 sullo Status dei Rifugiati (12 dicembre 2001), n. 2.

[17] Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e Pontificio Consiglio Cor Unum, I Rifugiati, una sfida alla solidarietà, n. 26.

[18] Papa Francesco, Omelia (Rio di Janeiro, 27 luglio 2013), n. 2.

[19] EMCC, n. 102.