"Ognuno di noi è frutto di un pensiero di Dio"

Messaggio di Benedetto XVI ai partecipanti alla sessione del Cortile dei Gentili che ha luogo in Portogallo

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CITTA' DEL VATICANO, sabato, 17 novembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo in traduzione italiana il Messaggio che Benedetto XVI ha inviato ai partecipanti alla sessione del Cortile dei Gentili, che ha luogo a Guimarães e a Braga, in Portogallo, rispettivamente capitali europee della cultura e della gioventù per l’anno 2012, nei giorni 16 e 17 novembre 2012.

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Cari amici, 

con viva gratitudine e con affetto, saluto tutti i partecipanti al «Cortile dei gentili», che s'inaugura in Portogallo il 16 e 17 novembre 2012 e che riunisce credenti e non credenti attorno all'aspirazione comune di affermare il valore della vita umana sulla crescente ondata della cultura della morte.

In realtà, la consapevolezza della sacralità della vita che ci è stata affidata, non come qualcosa di cui si possa disporre liberamente, ma come un dono da custodire fedelmente, appartiene all'eredità morale dell'umanità. «Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cfr. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine» (Enciclica Evangelium vitae, n. 2). Non siamo un prodotto casuale dell'evoluzione, ma ognuno di noi è frutto di un pensiero di Dio: siamo amati da Lui. 

Però, se la ragione può cogliere questo valore della vita, perché chiamare in causa Dio? Rispondo citando un'esperienza umana. 

La morte della persona amata è, per chi l'ama, l'evento più assurdo che si possa immaginare: lei è incondizionatamente degna di vivere, è buono e bello che esista (l'essere, il bene, il bello, come direbbe un metafisico, si equivalgono trascendentalmente). Parimenti, la morte di questa stessa persona appare, agli occhi di chi non ama, come un evento naturale, logico (non assurdo). 

Chi ha ragione? Colui che ama («la morte di questa persona è assurda») o colui che non ama («la morte di questa persona è logica»)?

La prima posizione è difendibile solo se ogni persona è amata da un Potere infinito; e questo è il motivo per cui è stato necessario appellarsi a Dio. Di fatto, chi ama non vuole che la persona amata muoia; e, se potesse, lo impedirebbe sempre. Se potesse... L'amore finito è impotente; l'Amore infinito è onnipotente. Ebbene, è questa la certezza che la Chiesa annuncia: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Sì! Dio ama ogni persona che, perciò, è incondizionatamente degna di vivere. «Il sangue di Cristo, mentre rivela la grandezza dell'amore del Padre, manifesta come l'uomo sia prezioso agli occhi di Dio e come sia inestimabile il valore della sua vita». (Enciclica Evangelium vitae, n. 25). 

Nell'epoca moderna, l'uomo ha però voluto sottrarsi allo sguardo creatore e redentore del Padre (cfr. Gv 4, 14), fondandosi su se stesso e non sul Potere divino. Quasi come succede negli edifici di cemento armato senza finestre, dove è l'uomo che provvede all'areazione e alla luce; e, ugualmente, persino in un tale mondo auto-costruito, si attinge alle «risorse» di Dio, che sono trasformate in nostri prodotti. Che dire allora? 

È necessario riaprire le finestre, vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra, e imparare a usare tutto ciò in modo giusto. Di fatto, il valore della vita diventa evidente solo se Dio esiste. Perciò, sarebbe bello se i non credenti volessero vivere «come se Dio esistesse». Sebbene non abbiano la forza per credere, dovrebbero vivere in base a questa ipotesi; in caso contrario, il mondo non funziona. Ci sono tanti problemi che devono essere risolti, ma non lo saranno mai del tutto, se Dio non sarà posto al centro, se Dio non diventerà di nuovo visibile nel mondo e determinante nella nostra vita. Colui che si apre a Dio non si allontana dal mondo e dagli uomini, ma trova fratelli: in Dio cadono i nostri muri di separazione, siamo tutti fratelli, facciamo parte gli uni degli altri.

Amici miei, vorrei concludere con queste parole del concilio Vaticano II agli uomini di pensiero e di scienza: «Felici coloro che, possedendo la verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri» (Messaggio, 8 dicembre 1965). Questi sono lo spirito e la ragion d'essere del «Cortile dei gentili». A voi impegnati in diversi modi in questa significativa iniziativa, esprimo il mio sostegno e rivolgo il mio più sentito incoraggiamento. Il mio affetto e la mia benedizione vi accompagnino oggi e in futuro.

Dal Vaticano, 13 novembre 2012

BENEDICTUS PP. XVI

[© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana]