Ombre e luci nell’adozione degli embrioni

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ROMA, domenica, 13 marzo 2005 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica la risposta alla domanda di una lettrice da parte della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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Gent.ma dott.ssa Navarini,

leggevo su "Il Giornale" del 5 marzo un articolo inerente l'adozione degli embrioni da parte di donne italiane, accompagnate da don Oreste Benzi in un Centro di Fecondazione Assistita in Spagna. Mi interesserebbe avere un giudizio più chiaro e approfondito in merito, perchè mi sembra che la vicenda possa dar adito a diversi equivoci dal punto di vista morale.
[…] --Emilia Biondi



Gentile Avvocato,

la questione che Lei solleva è davvero delicata e suscita molti interrogativi soprattutto in chi si adopera in difesa della vita embrionaria.

Dal punto di vista strettamente etico, non c’è alcuna obiezione all’adozione di embrioni. In quanto persone dotate di tutti i diritti fondamentali, essi potrebbero essere adottati come qualunque bambino, tanto più che l’alternativa al trasferimento in utero non sarebbe una vita di «abbandono», ma la morte.

Si profilano dunque due importanti beni: salvare almeno alcune delle vite umane che giacciono «congelate» in attesa di destinazione e confermare ulteriormente la via dell’embrione come soggetto indicata dall’articolo 1 della legge 40.

Una volta considerato giuridicamente adottabile, infatti, l’embrione diventa assai difficilmente equiparabile a «cosa» da utilizzare come materiale da laboratorio o da «distruggere» senza ritegno. Tale principio potrebbe rappresentare una barriera contro gli ulteriori fraintendimenti e abusi che colpiscono i concepiti in provetta, dopo il primo e più grande abuso insito nell’averli prodotti attraverso la fecondazione artificiale.

È significativo, a questo riguardo, che chi si batte per la massima liberalizzazione delle pratiche di fecondazione sia restio ad ammettere il principio dell’adottabilità, preferendo piuttosto parlare di «donazione» degli embrioni, come caso particolare della fecondazione artificiale eterologa e in analogia con la donazione di organi. In questo caso, la cosiddetta «donazione ad altre coppie» avrebbe la valenza di una fra le possibili destinazioni degli embrioni in soprannumero, paritaria rispetto a «donarli» alla ricerca scientifica.

Proprio questa decisiva distinzione terminologica è stata messa a tema negli Stati Uniti durante la campagna «Adotta un embrione» lanciata nel 2002 dall’amministrazione Bush in accordo con il Congresso degli Stati Uniti. Nella campagna si parlava «infatti di “adozione” anziché di “donazione” degli embrioni: il che implica che gli embrioni vengono considerati soggetti legalmente adottabili e non oggetti da donare a piacimento. Un passo verso l'accettazione del pieno status morale e legale degli embrioni. Non a caso è la terminologia usata ad aver suscitato le reazioni fra i gruppi abortisti» (Elena Molinari, Bush in campo: salvate gli embrioni, «Avvenire», 22 agosto 2002).

La vicenda americana si può leggere dal punto di vista etico in questo modo: nel contesto di una legislazione che ammette la fecondazione eterologa, e segnatamente la «donazione» di embrioni, introdurre il principio dell’adozione rappresenta un passo avanti nella difesa della dignità umana dell’embrione stesso.

Tuttavia, non è trascurabile che ciò si inserisca all’interno della pratica dell’eterologa, e precisamente in una sua variante a «quattro genitori»: padre genetico, padre sociale, madre genetica, madre gestazionale e sociale (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi Editore, Casale Monferrato 2005).

Se la distinzione fra adozione e donazione è eticamente e giuridicamente importante, è pur vero che nella percezione comune rischia di non essere chiara, e di entrare in una logica di «compra-vendita» del figlio allo stadio embrionale che ultimamente torna a promuovere la sua riduzione a cosa e non la sua dignità personale.

Qualche esempio potrà chiarire tali possibili ambiguità: l’iniziativa americana in favore dell’adozione ha avuto l’approvazione del Congresso anche perché, in linea di principio, non ha escluso la destinazione dell’embrione a fini di ricerca. Uno dei promotori della campagna, infatti, il senatore repubblicano Arlen Specter, ha affermato che, quando gli embrioni non vengono adottati, è preferibile metterli a disposizione della ricerca che «distruggerli», dove per distruzione si intende ogni azione consapevolmente destinata a risolversi nella morte dell’embrione. In altre parole, i «produttori» o i «proprietari» sarebbero in un certo senso padroni (e non solo responsabili) del destino di questi piccoli.

Dunque, non necessariamente la mentalità favorevole all’adottabilità embrionaria è alternativa rispetto a quella “sperimentalista”. Anzi, può accadere che, invece di scoraggiare l’utilizzo degli embrioni come oggetti da manipolare, trasformi anche tali adozioni in una forma di possesso e di commercio.

Un secondo esempio viene dalla Gran Bretagna. Uno studio condotto dalla City University di Londra ha rilevato che solo un terzo delle coppie che hanno fatto ricorso ad embrioni «donati» ha il coraggio di rivelare la verità sulla loro origine ai figli, di contro ad un 90% delle coppie che si sono servite della fecondazione in vitro e al 100% di quelle che hanno adottato bambini dopo la nascita (cfr. Children not Told of Embryo Adoption Origins: Parents Suffer from Confusing Language Children not Told of Embryo Adoption Origins: Parents Suffer from Confusing Language , 29 giugno 2004, LifeSiteNews.com )

I risultati dello studio, presentati nel giugno 2004 a Berlino in occasione del Congresso Europeo sulla Fertilità, sono sorprendenti, se si considera che quasi tutti gli ordinamenti prevedono ormai il diritto dei figli adottivi ad avere informazioni sui loro genitori biologici, e che il silenzio può essere per loro fonte di molteplici rischi fisici e psichici, come il «vuoto» (inconsapevole) rispetto alla propria storia sanitaria e il possibile matrimonio fra consanguinei.

Tra le ragioni individuate vi è l’idea, comune in chi ricorre alle tecniche di fecondazione artificiale, che anche nel trasferimento embrionale inizio della vita coincida con inizio della gravidanza. Al contrario, ciò è vero solo quando il concepimento avviene nel suo luogo proprio, ovvero nelle vie genitali materne, mentre nel caso di fecondazione in vitro vi è un lasso di tempo nel quale l’embrione vive al di fuori del corpo della donna.

Il periodo compreso fra la «prima culla» di questi piccoli – cioè la provetta – e la seconda, cioè l’utero di una donna che non necessariamente è la madre biologica, viene automaticamente rimosso, dal momento che la coppia adottiva sente il bambino così suo da ritenere «trascurabile» quella prima fase della vita, che con la crioconservazione può durare anni.

Secondo la psicologa Fiona MacCallum, ricercatrice presso la City University, i genitori temono che la verità possa rattristare il figlio o danneggiare le relazioni familiari; si difendono inoltre sostenendo che colei che ha portato avanti la gravidanza e partorito il bambino è la vera madre, e che non c’è pertanto bisogno di dire altro. La conclusione a cui giunge il gruppo di ricerca è che nella donazione/adozione di embrione c’è un «super-impegno» emotivo (emotional over-involvment) e un’accesa reazione difensiva (defensive responding), a riprova che il confine fra i due concetti (quelli appunto di adozione e di donazione) non sono percepiti in modo così netto.

Infine, c’è il recente caso della clinica di Barcellona che ha aperto le porte all’adozione nazionale e internazionale di embrioni «avanzati» dalle pratiche di fecondazione. L’articolo su «il Giornale» del 5 marzo 2005 riporta anche i costi dell’operazione: 2.300 euro per gli embrioni più idonei al trasferimento e solo 200-300 euro per quelli «in saldo», cioè con poche possibilità di continuare lo sviluppo o comunque di nascere sani. Si pensi che per smaltire i «fondi di magazzino» vengono offerti persino embrioni crioconservati da 17 anni, quando in genere il limite massimo per la crioconservazione a scopo di impianto si fissa a non più di cinque anni (cfr. M De Moliner, «Così facciamo adottare gli embrioni», «il Giornale», 5 marzo 2005).

Pur riconoscendo le buone, talora eroiche, intenzioni di chi accetta di sottoporsi ai rischi di trasferimenti così azzardati nel tentativo di salvare una vita umana, bisogna ammettere che un simile sistema di compra-vendita di embrioni è ben lungi dal tutelare la dignità umana dei concepiti, e va piuttosto a rinforzare decisamente la loro strumentalizzazione.

Questo infatti è il punto cruciale dell’opportunità di istituzionalizzare una pratica come l’adozione embrionale: è un metodo che aiuta effettivamente a salvare la vita e la dignità umane oppure contribuisce ad aggrovigliare la matassa di fraintendimenti, aberrazioni e interessi che si accompagna all’ammissione della fecondazione artificiale? Frena la rovinosa discesa verso la «cultura della morte» e ne rappresenta una tappa ulteriore?

Sono problemi per i quali è estremamente difficile dare una risposta davvero risolutiva, perché muovono da una premessa eticamente sbagliata che costituisce anche la loro ragione d’esistere, ovvero la possibilità legale della fecondazione in vitro. Quando l’origine della vita è così alterata e manomessa, le conseguenze negative sono inevitabili, e fra queste vi è senza dubbio la questione degli embrioni in soprannumero crioconservati, un vero popolo di esseri umani «sospesi». Quel che è importante precisare è che l’atto moralmente negativo è precisamente quello con cui il concepimento viene snaturato, mentre i tentativi successivi di rimediare al male commesso non possono comunque controllarne o eliminarne tutti i drammatici effetti.

In questo senso è comprensibile la proposta di chi auspicherebbe l’introduzione nell’ordinamento del principio dell’adottabilità per ribadire il diritto alla vita e alla famiglia del concepito, ponendo nel contempo tutta una serie di limitazioni e di precisazioni che ne riducono (evitarli del tutto sarebbe impossibile) i prevedibili abusi: l’aumento di embrioni in soprannumero, gli incentivi alla crioconservazione, la surrettizia approvazione della fecondazione artificiale eterologa, il commercio degli embrioni, l’inganno sull’identità genetica del figlio, gli squilibri familiari, le possibilità di disconoscimento e di denuncia per eventuali «difetti» dell’embrione trasferito.

Un altro problematico aspetto dell’adozione di embrioni, in effetti, riguarda proprio la salute del figlio. Nelle adozioni ordinarie la coppia richiedente ha il diritto di dare o di non dare la propria disponibilità ad accogliere un figlio disabile. Adottando un embrione, di cui non si può evidentemente sapere lo stato di salute, i richiedenti dovrebbero sempre dare tale disponibilità, dal momento che l’embrione trasferito potrebbe sempre essere malato, e che anzi avrebbe una probabilità sensibilmente più alta di esserlo dei concepiti per via naturale. Occorrerebbe dunque un’attenzione del tutto speciale al consenso informato.

Si può allora concludere che se, in sé, l’adozione di embrioni e il trasferimento in utero non sono eticamente sbagliati, non vanno nemmeno considerati moralmente necessari, obbligatori o doverosi, e minacciano di rivelarsi di fatto controproducenti. Da un lato, infatti, la morte naturale degli embrioni prodotti in vitro e non trasferiti in utero non sarebbe equivalente alla «distruzione» dell’embrione o al suo utilizzo a fini di ricerca, che costituiscono invece un’uccisione diretta dell’embrione stesso. Dall’altro lato, tali procedure potrebbero configurare situazioni degeneranti e rischiose che spingerebbero nella direzione contraria alla difesa della vita e che potrebbero determinare ultimamente un aumento delle morti embrionarie.

La condizione dell’embrione in vitro è quella di un soggetto umano profondamente violato nella sua dignità, vittima di un accanimento riproduttivo a causa del quale ogni atto della «gestione» della sua precaria vita – il congelamento, lo scongelamento, il trasferimento, e anche l’adozione – si presenta in realtà come particolare espressione di questo stesso innaturale accanimento.