Onorare Giovanni Paolo II con il teatro

L'autrice teatrale Leonie Caldecott su “La Qualità della Misericordia”

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di Andrea Kirk Assaf



ROMA, martedì, 3 maggio 2011 (ZENIT.org).- Nei giorni che portavano alla Domenica della Divina Misericordia e alla beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, a Oxford (Gran Bretagna) ha debuttato una nuova opera teatrale per onorare la vita, la saggezza e la spiritualità dell'attore e Pontefice polacco.

“La Qualità della Misericordia”, scritta da Leonie Caldecott, è una storia di fantasia che racconta una settimana della vita di un gruppo di giovani riuniti sulle montagne dell'Abruzzo nell'aprile 2005 per un'escursione-pellegrinaggio al santuario di Manoppello, dove viene conservata una venerata immagine del Santo Volto.

Nel percorso li accompagna una guida di nome Charlie, nome inglesizzato per Karol, che vede misteriosamente nella loro anima e penetra nei vari problemi che i giovani escursionisti stanno sperimentando.

L'opera, la seconda di tema religioso scritta dalla Caldecott, contiene influenze stilistiche delle rappresentazioni sacre del Medioevo, e in essa si intrecciano anche riferimenti a “Il Mercante di Venezia” di Shakespeare.

ZENIT ha parlato a Roma con Leonie Caldecott del suo uso del teatro come strumento per la nuova evangelizzazione e dei molti doni di Giovanni Paolo II.

Come ricorda e onora l'eredità di Giovanni Paolo II nelle sue opere?


Caldecott: Un paio di anni fa abbiamo formato un piccolo gruppo teatrale nella nostra parrocchia, l'Oratorio di Oxford, e ho scritto un'opera per celebrare l'arrivo delle reliquie di Santa Teresa di Lisieux. Mentre stavo lavorando a quest'opera, cercavo alcuni scritti di Giovanni Paolo II sul teatro,  e più in generale la sua lettera agli artisti. Ho capito che fare questa cosa rispondeva davvero alla sua chiamata agli artisti a usare i loro talenti e le loro abilità per esprimere il messaggio evangelico per il mondo moderno. L'opera si è trasformata in un progetto imponente che ha coinvolto la maggior parte delle parrocchie con 60 persone nel cast – dai 4 anni agli 84 –, con il parroco che interpreta il ruolo di Louis Martin, il padre di Teresa.

Dopo eravamo esausti, ma anche molto colpiti nel constatare quale mezzo potente fosse per trasmettere il messaggio di Teresa, non solo sulla sua vita, ma anche sulla sua missione e sul suo carisma, sul modo in cui ha avuto un impatto sulla gente. Abbiamo unito due trame – una trama moderna di una giovane coppia in difficoltà e la trama della sua vita, intrecciata nella storia dei due. Lei guidava il popolo moderno attraverso il significato della sua vita, il significato dell'amore vero, della completa donazione di sé per Dio e per il prossimo.

Ho visto che i giovani che avevano i ruoli principali, sia che interpretassero personaggi della sua vita che quelli contemporanei, hanno davvero risposto al messaggio. Hanno detto di aver capito il suo messaggio molto meglio dopo questa esperienza, perché vi hanno partecipato.

L'opera è stata dunque più efficace per gli attori che per il pubblico?

Caldecott: Sì, e abbiamo avuto anche un buon pubblico perché l'opera è stata rappresentata nella nostra chiesa, per cui è stata come una rappresentazione sacra. E' stata definita Divina Commedia, Rappresentazione Sacra Teresiana. Abbiamo usato tutte le parti della chiesa per indicare dimensioni diverse della realtà: abbiamo tolto dal tabernacolo il Santissimo Sacramento, ma la zona sacra era il cielo, per cui il pubblico sapeva che chiunque scendeva dalla zona sacra veniva dal cielo.

Lavorare in questo modo è stato molto stimolante, anche se complicato a livello tecnico, visto che durante la settimana nella chiesa c'erano tre Messe al giorno. L'abbiamo usata solo nei fine settimana, ma le Messe dovevano essere celebrate sugli altari laterali. C'è stato un impatto davvero notevole sulla parrocchia, e penso che, con le reliquie giunte subito dopo, ci siano state grandi grazie. Siamo stati incredibilmente onorati e fortunati per il fatto che tutto ciò sia avvenuto nella parrocchia.

Ciascuno voleva mantenere lo slancio di questa esperienza, e c'è un fantastico gruppo giovanile all'Oratorio, guidato dal parroco, padre Daniel Seeward. Tutti i ragazzi sono appassionati di teatro e hanno grande talento, musicale o teatrale. Abbiamo pensato di organizzare un altro spettacolo e volevo realizzarne uno legato alla via di Emmaus, perché quella storia mi ha sempre affascinato, soprattutto ciò che non viene detto – che cosa disse il Signore ai discepoli lungo il percorso? Ovviamente parlò delle Scritture e delle profezie, e dobbiamo capire la nostra vita alla luce della storia della salvezza, perché se possiamo comprendere la nostra vita, con tutte le sue prove e le tribolazioni, alla luce di Cristo, allora la nostra vita è trasformata.

Poi ho ricevuto un CD con musica composta per accompagnare le parole di Giovanni Paolo II nei suoi discorsi in inglese. Era opera di Benedict Nichols, il nipote decisamente talentuoso di un mio amico. Sono rimasta paralizzata dalla drammaticità della composizione, che mi ha subito fatto pensare a una sceneggiatura drammatica.

Avevamo già scelto Giovanni Paolo II come patrono del nostro gruppo teatrale perché egli stesso era molto interessato al teatro. Ha scritto opere e ne ha dirette, e come Arcivescovo di Cracovia ha incoraggiato la rappresentazione di opere sacre. Sembrava del tutto naturale che entrasse in quest'opera in qualche modo. Ho quindi iniziato con l'idea del viaggio, un pellegrinaggio, un'escursione, e l'ho situato temporalmente nell'ultima settimana di vita di Giovanni Paolo II, la settimana di Pasqua del 2005, alla vigilia della festa della Divina Misericordia. Il tema della misericordia è esploso improvvisamente nella mia mente come elemento centrale dell'opera – ovviamente è sulla misericordia!

Mentre iniziavo a creare i personaggi e i problemi che avrebbero dovuto affrontare nella loro vita sembrava un progetto molto difficile da intraprendere. Volevo che i personaggi, attraverso le loro esperienze, sottolineassero gli aspetti di cui egli si preoccupava come sacerdote e poi come Pontefice – la teologia del corpo doveva avere un grande spazio, così come le questioni relative alla vita, il rispetto per i deboli e gli anziani, la dignità della persona umana, il fiorire di vocazioni, il significato della sofferenza... e il ruolo delle donne.

Una delle prime cose espresse alla televisione britannica dopo la morte di Giovanni Paolo II è stata una riserva circa i suoi atteggiamenti verso le donne. Si pensava che il Papa fosse molto tradizionale e antiquato. Avendo studiato la “Mulieris Dignitatem” e la “Lettera alle Donne” del Papa, nonché tutti i suoi scritti sul tema, sentivo che non erano stati compresi, soprattutto nel mio Paese.

Ancor più spazio che a questo tema è dato a quello del “maschio e femmina li creò” - lo straordinario mistero della natura dell'umanità che è composta dal maschile e dal femminile, l'interazione tra i due e il mistero nuziale che è alla base della Chiesa. Ovviamente sembrava una questione molto rilevante da considerare e su cui lavorare, per cui dicevo a chiunque “Forse dovremmo prenderci altri sei mesi per svilupparla”, quando il Vaticano ha annunciato la beatificazione di Giovanni Paolo II!

Ha considerato questo annuncio un segno?

Caldecott: Ho sentito che non potevamo non andare avanti – avevamo la cappellania cattolica riservata, il cast pronto... per cui dovevo sbrigarmi e scrivere la sceneggiatura. Fondamentalmente, se fosse dipeso da me non sarebbe accaduto. Dovevo solo pregare Giovanni Paolo II molto seriamente, dicendogli: “Tu sei il nostro patrono, il nostro ispiratore per quest'opera in particolare. Tu sai come scrivere opere, ne hai scritte varie, per cui dovrai aiutarmi a scrivere questa perché non ho la capacità di farlo in questo momento”.

Quello che posso dire è che penso che mi abbia aiutato, e le parti più deboli sono quelle in cui ho ascoltato meno bene.

Quale messaggio cerca di trasmettere quest'opera?


Caldecott: Dovevo trasmettere una presenza – è un altro tema fondamentale nel pensiero di Giovanni  Paolo II, la presenza di Dio nella vita di una persona e il cercare di vedere il volto di Cristo negli altri volti, sapendo che sono creati a immagine di Dio e che Cristo sta lavorando in loro, indipendentemente dal fatto che ne siano consapevoli.

Ed è per questo che i suoi personaggi sono destinati a vedere il Volto Santo a Manoppello?

Caldecott: Più o meno nello stesso periodo in cui è stata annunciata la beatificazione, alcuni nostri amici ci hanno mandato un libro su Manoppello, e ho capito che era la loro destinazione, sulle montagne dell'Abruzzo, vicino a Roma. Il volto di Cristo è al centro dell'opera.

Nell'ultima scena, quando arrivano a Manoppello dopo prove e tribolazioni tremende, quando sembra che tutto crolli per loro, c'è il Volto di Cristo e assistono alla Messa. Hanno ascoltato la Parola di Cristo lungo il percorso, leggendo i Vangeli e stando insieme, risolvendo i problemi con il dialogo.

Il dialogo è con una figura misteriosa di nome Charlie, un uomo giovane e atletico con un carisma speciale. Impegna a turno ciascuno dei giovani in un dialogo sulla loro vita, sulle loro preoccupazioni, e attraverso quel dialogo li porta in un luogo in cui possono davvero sperare in qualcosa di meglio; la speranza che nulla è impossibile a Dio. Fa uscire in loro le virtù di cui hanno bisogno.

L'altro aspetto dell'opera è allegorico. Per quanto posso capire, il tipo di teatro in cui Giovanni Paolo II è stato coinvolto era rapsodico, il teatro della parola. Usava motivi allegorici ma era qualcosa di molto reale. Le forze allegoriche – le virtù – che vengono rappresentate sul palco sono davvero reali nell'animo dei pellegrini.

Il pubblico può vedere le interazioni, ma i personaggi non ci riescono. C'è un movimento, una danza, nella nostra opera per la musica di Ben Nichols, che si intreccia con la storia e con i dialoghi dei pellegrini. Poniamo grande enfasi sulla fede, la speranza e la carità, le tre grazie che interagiscono tra loro e con il cast, a volte venendo respinte e ignorate, a volte venendo accolte.

Si tratta di una nuova forma di teatro sacro?


Caldecott: Sì. Non so cosa ne uscirà, staremo a vedere. Sento che tutto questo sarà un grande esercizio spirituale per il cast, per me, per il team di produzione. Maturerà e si affinerà nel tempo che porterà alla rappresentazione. E' davvero un esercizio spirituale, è fare teatro come esercizio spirituale, non solo per esibirsi.

Interpretare una parte e interagire con altri attori in un contesto che, alla fine, sarà orientato da Cristo e in cui si verrà guidati da una grande anima pastorale permette una sorta di sviluppo interiore. Per ciò che posso dire in base agli scritti di Giovanni Paolo II, è il tipo di cosa che aveva in mente – sviluppo per il cast, ma anche per il pubblico.

Il pubblico sarà quasi parte integrante dell'azione perché questa volta ci esibiremo in un grande ambiente, non una piccola chiesa, e ci sarà ancor di più la sensazione di non stare semplicemente a guardare qualcosa, ma di esservi coinvolti. Alla fine dell'opera ascolteremo l'omelia del cappellano scomparso, colui che doveva guidare, e tutto verrà spiegato.

Ma la guida misteriosa Charlie scompare improvvisamente quando Giovanni Paolo II muore a Roma...

Caldecott: Charlie scompare il sabato sera verso le 21.40, subito dopo aver riunito una giovane coppia in crisi. Dice alla ragazza “Ora devo andare”, e lei chiede perché. Replica: “Sto andando a prendere un aiuto per te, e non devi aver paura”.

Prima di andare via, però, le chiede di chiudere gli occhi e raccontagli ciò che le è successo e perché è andata in quel modo. La ragazza inizia allora un monologo che esprime vero amore, che è allo stesso tempo un profondo apprezzamento del ragazzo e di ciò che ha visto in lui e anche il desiderio di lasciarlo libero e non forzarlo in alcun modo.

La ragazza ha intepretato Porzia ne “Il Mercante di Venezia” a scuola, e al centro dell'opera c'è quel discorso: “Per sua natura la misericordia non si forza”... e questo ci ha fornito il titolo dell'opera.

I suoi personaggi sono cattolici piuttosto ben formati per la loro età, e tuttavia affrontano gli stessi problemi sociali dei loro coetanei “secolari”...

Caldecott: Sì, si oppongono alla cultura della morte, come chiunque altro al giorno d'oggi.

Per ulteriori informazioni, www.oxfordoratory.org.uk


[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]