Padre Cantalamessa: “Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati”

Terza predica di Quaresima del Predicatore della Casa Pontificia

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CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 23 marzo 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo della terza predica di Quaresima pronunciata alla presenza di Benedetto XVI questo venerdì mattina, nella Cappella “Redemptoris Mater”, dal Predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap..



La prima e la seconda predica hanno avuto luogo venerdì 9 marzo e venerdì 16 marzo; la quarta avrà luogo venerdì 30 marzo 2007.

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P. Raniero Cantalamessa
“BEATI VOI CHE ORA AVETE FAME,
PERCHÉ SARETE SAZIATI”
Terza predica di Quaresima alla Casa Pontificia




1. Le beatitudini e il Gesú storico

La ricerca sul Gesú storico, oggi tanto in auge – sia quella fatta da studiosi credenti che quella radicale dei non credenti – nasconde un grave pericolo: quello di indurre a credere che solo ciò che, per questa nuova via, si potrà far risalire al Gesú terreno sia “autentico”, mentre tutto il resto sarebbe non-storico e quindi non “autentico”. Questo significherebbe limitare indebitamente alla sola storia i mezzi che Dio ha a disposizione per rivelarsi. Significherebbe abbandonare tacitamente la verità di fede dell’ispirazione biblica e quindi il carattere rivelato delle Scritture.

Pare che questa esigenza di non limitare alla sola storia la ricerca sul Nuovo Testamento, cominci a farsi strada tra diversi studiosi della Bibbia. Nel 2005 si è tenuto a Roma, presso l’Istituto Biblico, una consultazione su “Critica canonica e interpretazione teologica” (“Canon Criticism and Theological Interpretation”), con la partecipazione di eminenti studiosi del Nuovo Testamento. Essa aveva lo scopo di promuovere questo aspetto della ricerca biblica che tiene conto della dimensione canonica delle Scritture, integrando la ricerca storica con la dimensione teologica.

Da tutto ciò deduciamo che “parola di Dio”, e quindi normativo per il credente, non è l’ipotetico “nucleo originario” variamente ricostruito dagli storici, ma quello che è scritto nei vangeli. Il risultato delle ricerche storiche va tenuto in grandissimo conto perché è esso che deve guidare alla comprensione anche degli sviluppi posteriori della tradizione, ma l’esclamazione “Parola di Dio!” continueremo a pronunciarla al termine della lettura del testo evangelico, non al termine della lettura dell’ultimo libro sul Gesú storico.

Queste osservazioni ci sono particolarmente utili quando si tratta dell’uso da fare delle beatitudini evangeliche. È risaputo che le beatitudini ci sono giunte in due versioni diverse. Matteo ha otto beatitudini, Luca ne ha solo quattro, seguite però da altrettanti “guai” contrari; in Matteo il discorso è indiretto: “beati i poveri”, “beati gli affamati”; in Luca il discorso è diretto: “beati voi, poveri”, “Beati voi che avete fame”; Luca ha “poveri” e “affamati”, Matteo ha poveri “in spirito” e affamati “di giustizia”.

Dopo tutto il lavoro critico fatto per distinguere ciò che, nelle beatitudini, risale al Gesú storico è ciò che è proprio di Matteo e di Luca , il compito del credente di oggi non è di scegliere come autentica una delle due versioni e lasciare da parte l’altra. Si tratta piuttosto di raccogliere il messaggio contenuto nell’una e nell’altra versione evangelica e –secondo i casi e le necessità di oggi – valorizzare, di volta in volta, l’una o l’altra prospettiva, come fece ognuno dei due evangelisti a suo tempo.

2. Chi sono gli affamati e chi i sazi

Seguendo questo principio, riflettiamo oggi sulla beatitudine degli affamati, partendo dalla versione di Luca: “Beati voi che avete fame, perché sarete saziati”. Vedremo, in un secondo momento, che la versione di Matteo che parla di “fame di giustizia” non si oppone a quella di Luca, ma la conferma e la rafforza.

Gli affamati della beatitudine lucana non sono una categoria diversa dai poveri menzionati nella prima beatitudine. Sono gli stessi poveri considerati nell’aspetto più drammatico della loro condizione, la mancanza di cibo. Parallelamente, i “sazi” sono i ricchi che nella loro prosperità possono soddisfare non solo il bisogno, ma anche la voluttà nel mangiare. È Gesú stesso che si è preoccupato di spiegare chi sono i sazi e chi gli affamati. Lo ha fatto con la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31). Anch’essa considera povertà e ricchezza sotto l’angolatura della mancanza o sovrabbondanza di cibo: il ricco “banchettava ogni giorno lautamente”; il povero bramava invano di “sfamarsi con quello che cadeva dalla mensa del ricco”.

La parabola però non spiega solo chi sono gli affamati e chi i sazi, ma anche e soprattutto perché i primi sono dichiarati beati e i secondi sventurati: “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto...nell'inferno tra i tormenti”. La fine rivela doce portano le due strade: quella stretta della povertà e quella larga e spaziosa della spensieratezza.

La ricchezza e la sazietà tendono a racchiudere l’uomo in un orizzonte terreno perché “dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Lc 12, 34); aggravano il cuore con la crapula e la ubriachezza, soffocando il seme della parola (cf. Lc 21,34); fanno dimenticare al ricco che la notte seguente potrebbe essergli chiesto conto della sua vita (Lc 16,19-31); rendono l’entrare nel regno “più difficile che per un cammello passare per la cruna di un ago” (Lc 18,25).

Il ricco epulone e tutti gli altri ricchi del vangelo non sono condannati per il semplice fatto di essere ricchi, ma per l’uso che fanno, o non fanno, della loro ricchezza. Nella parabola del ricco epulone Gesú fa intendere che c’era, per il ricco, una via di uscita, quella di ricordarsi di Lazzaro alla sua porta e condividere con lui il suo lauto pasto.

Il rimedio, in altre parole, è di farsi “amici i poveri con le ricchezze” (Lc 16, 9); l’amministratore infedele è lodato per aver fatto questo, anche se in ambito sbagliato (Lc 16, 1-8). La sazietà però ottunde lo spirito e rende estremamente difficile imboccare questa strada; la storia di Zaccheo mostra come sia possibile, ma anche quanto sia raro. Così si spiega il perché del “guai” rivolto ai ricchi e ai sazi; un “guai!”, però, che è più un “attenti!” che un “maledetti!”.

3. Ha ricolmato di beni gli affamati

Da questo punto di vista il miglior commento alla beatitudine dei poveri e degli affamati è quello che dice Maria nel Magnificat.

“Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1, 51-53)

Con una serie di potenti verbi all’aoristo, Maria descrive un rovesciamento e un radicale mutamento delle parti tra gli uomini: “Ha rovesciato – ha innalzato; ha ricolmato – ha rimandato a mani vuote”. Qualcosa dunque di già avvenuto, o che avviene abitualmente nell’agire di Dio. Guardando alla storia, non pare ci sia stata una rivoluzione sociale, per cui i ricchi, di colpo, sono impoveriti e gli affamati sono stati saziati di cibo. Se dunque quello che ci si aspettava era un cambiamento sociale e visibile, c’è stata una smentita totale da parte della storia.

Il rovesciamento è avvenuto, ma nella fede! Si è manifestato il regno di Dio e questa cosa ha provocato una silenziosa, ma radicale rivoluzione. Il ricco appare come un uomo che ha messo da parte un’ingente somma di denaro; nella notte c’è stato un colpo di stato con una svalutazione del cento per cento; al mattino il ricco si alza, ma non sa che è un povero miserabile. I poveri e gli affamati, al contrario, sono avvantaggiati, perché sono più pronti ad accogliere la nuova realtà, non temono il cambiamento; hanno il cuore pronto.

San Giacomo, rivolgendosi ai ricchi, diceva: “Piangete, gridate per le sciagure che vi sovrastano. Le vostre ricchezze sono imputridite” (Gc 5, 1-2). Anche qui, niente attesta che al tempo di san Giacomo le ricchezze dei ricchi imputridissero nei granai. L’apostolo vuol dire che è avvenuto qualcosa che ha fatto perdere a esse ogni reale valore; si è rivelata una nuova ricchezza. “Dio – scrive ancora san Giacomo – ha scelto i poveri del mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno” (Gc 2, 5).

Più che “un incitamento a rovesciare i potenti dai troni per innalzare gli umili”, come talvolta si è scritto, il Magnificat è un salutare ammonimento rivolto ai ricchi e ai potenti circa il tremendo pericolo che corrono, esattamente come il “guai” di Gesú e la parabola del ricco epulone.

4. Una parabola attuale

Una riflessione sulla beatitudine degli affamati e dei sazi non può accontentarsi di spiegarne il significato esegetico; deve aiutarci a leggere con occhi evangelici la situazione in atto intorno a noi e ad agire in essa nel senso indicato dalla beatitudine.

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro si ripete oggi, in mezzo a noi, su scala mondiale. I due personaggi stanno addirittura per due emisferi: il ricco epulone rappresenta l’emisfero nord (Europa occidentale, America, Giappone); il povero Lazzaro è, con poche eccezioni, l’emisfero sud. Due personaggi, due mondi: il primo mondo e il “terzo mondo”. Due mondi di diseguale grandezza: quello che chiamiamo “terzo mondo” rappresenta in realtà i “due terzi del mondo”. (Si sta affermando l’uso di chiamarlo proprio così: non “terzo mondo”, third world, ma “due terzi del mondo”, two-third world).

Qualcuno ha paragonato la terra a un’astronave in volo nel cosmo, in cui uno dei tre cosmonauti a bordo consuma l’85% delle risorse presenti e briga per accaparrarsi anche il rimanente 15%. Lo spreco è di casa nei paesi ricchi. Anni fa una ricerca condotta dal ministero dell’agricoltura americano ha calcolato che su centosessantuno miliardi di chilogrammi di alimentari prodotti, quarantatre miliardi, cioè circa un quarto, finiscono nella spazzatura. Di questo cibo buttato via, si potrebbero facilmente recuperare, volendo, circa due miliardi di chilogrammi, una quantità sufficiente a sfamare per un anno quattro milioni di persone.

Il più grande peccato contro i poveri e gli affamati è forse l’indifferenza, il far finta di non vedere, il “passar oltre, dall’altra parte della strada” (cf Lc 10, 31). Ignorare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e soprattutto senza speranza di un futuro migliore – scriveva Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis – “significa assimilarci al ricco epulone che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico, giacente fuori della sua porta” .

Noi tendiamo a mettere, tra noi e i poveri, dei doppi vetri. L’effetto dei doppi vetri, oggi così sfruttato, è che impedisce il passaggio del freddo e dei rumori, stempera tutto, fa giungere tutto attutito, ovattato. E infatti vediamo i poveri muoversi, agitarsi, urlare dietro lo schermo televisivo, sulle pagine dei giornali e delle riviste missionarie, ma il loro grido ci giunge come da molto lontano. Non arriva al cuore, o vi arriva solo per un momento.

La prima cosa da fare, nei confronti dei poveri, è dunque di rompere i “doppi vetri”, superare l’indifferenza, l’insensibilità, gettare via le difese e lasciarci invadere da una sana inquietudine a causa della miseria spaventosa che c’è nel mondo. Siamo chiamati a condividere il sospiro di Cristo: “Sento compassione di questa folla che non ha niente da mangiare”: misereor super turba (cf. Mc 8,2). Quando si ha occasione di vedere coi propri occhi cos’è la miseria e la fame, visitando i villaggi interni o le periferie delle grandi città in certi paesi africani (a me è capitato qualche mese fa in Ruanda), la compassione sale a gola e lascia senza parola.

Eliminare o ridurre l’ingiusto e scandaloso abisso che esiste tra i sazi e gli affamati del mondo è il compito più urgente e più ingente che l’umanità ha portato con sé irrisolto, entrando nel nuovo millennio. Un compito in cui anzitutto le religioni devono distinguersi e nel quale ritrovarsi unite al di là di ogni rivalità. Un’impresa così gigantesca non può essere promossa da nessun capo o potere politico, condizionato com’è dagli interessi della propria nazione e spesso di poteri economici potenti. Il Santo Padre Benedetto XVI ne ha dato un esempio con il forte richiamo rivolto nel gennaio scorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, come del resto aveva fatto anche l’anno precedente nella stessa occasione:

“Tra i problemi più urgenti come non pensare ai milioni di persone, specialmente donne e bambini, che mancano di acqua, di cibo e di un tetto? Lo scandalo della fame che tende ad aggravarsi, è inaccettabile in un mondo che dispone di beni, di conoscenze e di mezzi per mettervi fine” .

5. “Beati coloro che hanno fame di giustizia”

Dicevo all’inizio che le due versioni della beatitudine degli affamati, quella di Luca e quella di Matteo, non si pongono in alternativa, ma si integrano a vicenda. Matteo non parla di fame materiale, ma di fame e sete “di giustizia”. Di queste parole sono state date due interpretazioni fondamentali.

Una, in linea con la teologia luterana, interpreta la beatitudine matteana alla luce di quello che dirà più tardi san Paolo sulla giustificazione mediante la fede. Avere fame e sete di giustizia significa prendere coscienza del proprio bisogno di giustizia e della incapacità a procurarsela da soli con le opere e quindi attenderla umilmente da Dio. L’altra interpretazione vede nella giustizia “non quella che Dio stesso mette in atto o quella che egli concede, bensì quella che egli reclama dall’uomo”, in altre parole, le opere di giustizia.

Alla luce di questa interpretazione, di gran lunga la più comune ed esegeticamente più fondata, la fame materiale di Luca e la fame spirituale di Matteo non sono più senza rapporto tra di loro. Stare dalla parte degli affamati e dei poveri rientra tra le opere di giustizia e sarà anzi, secondo Matteo, il criterio in base al quale avverrà alla fine la separazione tra i giusti e i reprobi (cf. Mt 25).

Tutta la giustizia che Dio richiede dall’uomo si riassume nel duplice precetto dell’amore di Dio e del prossimo (cf. Mt 22,40). È l’amore del prossimo dunque che deve spingere gli affamati di giustizia a preoccuparsi degli affamati di pane. È esso il grande principio attraverso cui il vangelo agisce nel sociale. Su questo punto aveva visto giusto la teologia liberale.

“In nessun luogo del Vangelo, scrive uno dei suoi più illustri rappresentanti, Adolph von Harnack, riscontriamo che esso insegni a mantenerci indifferenti di fronte ai fratelli. L'indifferenza evangelica (il non preoccuparsi del cibo, del vestito, del domani) esprime più che altro ciò che ciascun'anima deve sentire di fronte al mondo, ai suoi beni e alle sue lusinghe. Quan¬do si tratta, invece, del prossimo, il Vangelo non vuol nemmeno sentir parlare di indifferenza, ma impone amo¬re e pietà. Inoltre, il Vangelo considera come assoluta¬mente inseparabili i bisogni spirituali e temporali dei fratelli“ .

Il vangelo non incita gli affamati a farsi giustizia da soli, a sollevarsi, anche perché al tempo di Gesú – a differenza di oggi – essi non avevano nessuno strumento, né teorico né pratico, per farlo; non chiede loro l’inutile sacrificio di andare a farsi ammazzare dietro qualche sobillatore zelota, o qualche Spartaco di casa. Gesú agisce sulla parte forte, non sulla parte debole; affronta, lui, l’ira e il sarcasmo dei ricchi con i suoi “guai” (cf. Lc 16,14), non lascia che siano le vittime a farlo.

Cercare a tutti i costi, nel vangelo, modelli o inviti espliciti rivolti ai poveri e agli affamati a darsi da fare per cambiare da soli la propria situazione è vano e anacronistico e fa perdere di vista il vero contributo che esso può portare alla loro causa. In ciò ha ragione Rudolph Bultmann quando scrive che “il cristianesimo ignora qualunque programma di trasforma¬zione del mondo e non ha proposte da presentare per la riforma delle condizioni politiche e sociali “ , anche se questa affermazione avrebbe bisogno, essa stessa, di qualche distinzione.

Quello delle beatitudini non è l’unico modo di affrontare il problema di ricchezza e povertà, fame e sazietà; ce ne sono altri, resi possibili dal progresso della coscienza sociale, ai quali giustamente i cristiani danno il loro appoggio e la Chiesa, con la sua dottrina sociale, il proprio discernimento.

Il grande messaggio delle beatitudini è che, indipendentemente da ciò che faranno o non faranno per loro i ricchi e i sazi, anche così, allo stato attuale, la situazione dei poveri e degli affamati per la giustizia è preferibile a quella dei primi.

Ci sono piani e aspetti della realtà che non si colgono a occhio nudo, ma solo con l’ausilio di una luce speciale, ai raggi infrarossi o ultravioletti. Se ne fa largo uso nelle fotografie dai satelliti.

L’immagine ottenuta con questa luce è molto diversa e sorprendente per chi è abituato a vedere quello stesso panorama alla luce naturale. Le beatitudini sono una specie di raggi infrarossi: ci danno, della realtà, un’immagine diversa, l’unica vera perché mostra ciò che alla fine resterà, quando sarà passato “lo schema di questo mondo”.

6. Eucaristia e condivisione

Gesú ci ha lasciato un’antitesi perfetta del banchetto del ricco epulone, l’Eucaristia. Essa è la celebrazione quotidiana del grande banchetto al quale il padrone invita “poveri, storpi, ciechi e zoppi” (Lc 16,21), cioè tutti i poveri Lazzari che ci sono in giro. In essa si realizza la perfetta “commensalità”: lo stesso cibo e la stessa bevanda, e nella stessa quantità, per tutti, per chi presiede come per l’ultimo arrivato nella comunità, per il ricchissimo come per il poverissimo.

Il legame tra il pane materiale e quello spirituale era ben visibile nei primi tempi della Chiesa, quando la cena del Signore, detta agape, avveniva nel quadro di un pasto fraterno, in cui si condivideva sia il pane comune sia quello eucaristico.

Ai Corinzi che avevano tralignato su questo punto, san Paolo scriveva: “Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco (1 Cor 11, 20-22). Accusa gravissima; come dire: la vostra non è più un’Eucaristia!

Oggi l’Eucaristia non si celebra più nel contesto del pasto comune, ma il contrasto tra chi ha il superfluo e chi non ha il necessario ha assunto dimensioni planetarie. Se proiettiamo la situazione descritta da Paolo dalla chiesa locale di Corinto alla Chiesa universale, ci rendiamo conto con sgomento che è quello che - obbiettivamente se non sempre colpevolmente - succede anche oggi.

Tra i milioni di cristiani che, nei vari continenti, domenica prossima parteciperanno alla Messa domenicale, ve ne sono alcuni (e siamo tra essi) che, tornati a casa, hanno ha disposizione ogni ben di Dio, e altri che non hanno nulla da dare da mangiare ai propri figli.

La recente esortazione post-sinodale sull’Eucaristia ricorda con forza: “Il cibo della verità ci spinge a denunciare le situazioni indegne dell'uomo, in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell'ingiustizia e dello sfruttamento, e ci dona nuova forza e coraggio per lavorare senza sosta all'edificazione della civiltà dell'amore” .

L’otto per mille meglio speso è quello che viene destinato dalla Chiesa a questo scopo, sostenendo le varie “Caritas” nazionale e diocesane, le mense dei poveri, iniziative per l’alimentazione nei paesi in via di sviluppo. Uno dei segni di vitalità delle nostre comunità religiose tradizionali sono le mense dei poveri esistenti in quasi tutte le città, in cui vengono distribuite migliaia di pasti al giorno, in un clima di rispetto e di accoglienza. È una goccia in un oceano ma anche l’oceano, diceva Madre Teresa di Calcutta, è fatto di tante piccole gocce.

Mi piace terminare con la preghiera che recitiamo ogni giorno, prima del pasto, nella mia comunità: “Benedici, Signore, questo cibo che per tua bontà stiamo per prendere, aiutaci a provvederne anche per quelli che non ne hanno e rendici partecipi in un giorno della tua mensa celeste. Per Cristo nostro Signore”.


(1) Cf, J. Dupont, Le beatitudini, 2 voll., Edizioni Paoline 1992 (edizione originale Les béatitudes, Gabalda et C.ie, Parigi 1973).
(2) Giovanni Paolo II, Enc. “Sollicitudo rei socialis”, n. 42.
(3) Discours du Pape Benoît XVI pour les vœux au corps diplomatique accrédité près la Saint-Siège, lundi 8 janvier 2007.
(4) Cf. Dupont, II, pp.554 ss..
(5) A. von Hamack, Il cristianesimo e la società, Mendrisio 1911, pp.12 ss..
(6) R. Bultmann, Il cristianesimo primitivo, Milano 1964, p. 203 (titolo orig. Das Urchristentum im Rahmen der antiken Religionen).
(7) “Sacramentum caritatis”, n. 90.