Padre Cantalamessa: falso profeta è chi “annacqua” la Parola di Dio

Seconda predica quaresimale in Vaticano al Papa e alla Curia romana

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di Mirko Testa

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 29 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Gli uomini di Chiesa devono rifuggire il pericolo di tramutarsi in falsi profeti che riducono a “chiacchiere profane” o “estenuano” in mille spiegazioni la parola di Dio, ha detto il Predicatore della Casa Pontificia.

Questo venerdì mattina, nella Cappella “Redemptoris Mater”, in Vaticano, alla presenza di Benedetto XVI, padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la seconda delle meditazioni quaresimali incentrate sul tema: "Viva ed efficace è la parola di Dio" (Ebrei, 4, 12), in vista del prossimo Sinodo dei Vescovi.

Riprendendo il filo narrativo interrotto la scorsa settimana, padre Cantalamessa è tornato a riflettere su Gesù non più “nella sua qualità di annunciatore, ma nella sua qualità di annunciato”.

Punto focale del suo discorso è stata “la Parola di Dio nella missione della Chiesa”. A questo proposito, il frate cappuccino ha richiamato un passaggio del Vangelo di Marco in cui Gesù afferma: “Ma io vi dico che di ogni parola inutile gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Mt 12,36).

Il Predicatore del Papa ha quindi spiegato che “l'opposizione tra parola di Dio e parola di uomini”, messa in luce nel brano evangelico, implica una “opposizione tra la parola 'che opera' e la parola 'che non opera', tra la parola efficace e la parola inefficace e vana”.

“La parola inutile – ha chiarito – è la contraffazione della parola di Dio, è il parassita della parola di Dio”.

“Quella parola di Gesù non giudica il mondo, ma la Chiesa – ha precisato –; il mondo non sarà giudicato sulle parole inutili [...], ma sarà giudicato, semmai, per non aver creduto in Gesù”.

Quelli cui allude Gesù, quindi, “sono gli uomini di Chiesa; siamo noi predicatori della parola di Dio”.

A questo proposito, ha avvertito che “i 'falsi profeti' non sono soltanto coloro che di tanto in tanto spargono eresie; sono anche coloro che 'falsificano' la parola di Dio. I falsi profeti sono coloro che non presentano la parola di Dio nella sua purezza, ma la diluiscono ed estenuano in mille parole umane che escono dal loro cuore”.

“I falsi profeti sono coloro che fanno tutto l'opposto e cioè trasformano il vino puro della parola di Dio in acqua che non inebria nessuno, in lettera morta, in vano chiacchiericcio”, in “chiacchiere profane [...] che non hanno attinenza con il disegno di Dio, che non c'entrano con la missione della Chiesa”.

“Essi, sotto sotto, si vergognano del Vangelo e delle parole di Gesù, perché troppo 'dure' per il mondo, o troppo povere e nude per i dotti, e allora cercano di 'condirle' con quelle che Geremia chiamava 'le fantasie del loro cuore'”.

Infatti, ha sottolineato, “nell'era della comunicazione di massa, la Chiesa rischia di sprofondare anch’essa nella 'paglia' delle parole inutili, dette tanto per dire, scritte tanto perché esistono riviste e giornali da riempire”.

Tuttavia, “attraverso il filtro di mille distinzioni e precisazioni e aggiunte e spiegazioni, in se stesse anche giuste [...] si fa la stessa recisa cosa che Gesù rimproverò, quel giorno, ai farisei e agli scribi: si 'annulla' la parola di Dio; la si 'irretisce', facendole perdere gran parte della sua forza di penetrazione nel cuore degli uomini”.

Padre Cantalamessa ha poi messo in guardia sul pericolo di usare la parola di Dio “per fare discorsi di circostanza, o per ammantare di autorità divina discorsi già fatti e tutti umani”, o ancora peggio per “sostenere ogni sorta di progetti umani: dalla lotta di classe alla morte di Dio”.

“Quando non c'è alcuna speranza di poter portare gli ascoltatori a quel punto in cui è possibile dire loro: 'Convertitevi e credete!', allora è bene non proclamare affatto la parola di Dio perché essa non sia strumentalizzata per fini di parte e, quindi, tradita”, ha suggerito padre Cantalamessa.

Meglio piuttosto predicare “con la presenza e con la carità il Vangelo del regno”, ha esclamato.

“La realtà dell'esperienza e, quindi, la parola umana non è esclusa, evidentemente, dalla predicazione della Chiesa, ma essa deve essere sottomessa alla parola di Dio, a servizio di essa”.

Occorre, quindi, “parlare in Cristo”, o parlare “come con parole di Dio”, perché “l’ispirazione di fondo, il pensiero che 'informa' e sorregge tutto il resto deve venire da Dio, non dall’uomo. L’annunciatore deve essere 'mosso da Dio' e parlare come in sua presenza”.

Il Predicatore della Casa Pontificia ha poi osservato che “lo stesso bisogno si avverte nelle comunità religiose”, dove “c’è il pericolo che nella formazione data ai giovani e ai novizi, negli esercizi spirituali e in tutto il resto della vita della comunità, si spenda più tempo sugli scritti del proprio fondatore (spesso assai poveri di contenuto) che non sulla parola di Dio”.

Per “trovare nella Scrittura l'alimento”, ha poi precisato padre Cantalamessa citando Origene, occorre “sopportare una certa 'povertà dei sensi'” - quando “l'anima è circondata da oscurità da ogni lato” - , inseguire una “laboriosa ricerca” e abbandonarsi alla “preghiera”.

“Nessuno, è chiaro, è all'altezza – ha concluso –. [...] Possiamo però pregare e dire: Signore, abbi pietà di questo povero vaso di creta che deve portare il tesoro della tua parola; preservaci dal pronunciare parole inutili quando parliamo di te”.