Pakistan: la devozione a sant'Antonio nella terra dei talebani

Il Messaggero di sant'Antonio racconta l'attività dei francescani nel Paese asiatico, segnato da discriminazioni e sofferenze per le minoranze

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PADOVA, venerdì, 27 luglio 2012 (ZENIT.org).- Seicento uomini e donne, tra religiosi e laici, portano avanti lo spirito di Assisi, sinonimo di incontro e accoglienza verso ogni uomo, nel Punjab, in Pakistan sempre più “terra dei talebani”. La loro attività e la coraggiosa testimonianza sono raccontate in un interessante e approfondito articolo pubblicato dal «Messaggero di sant’Antonio» di luglio-agosto a firma di Paolo Affatato. «In una terra dove la vita per i cristiani è segnata da discriminazioni e sofferenze – è scritto nell’articolo – i francescani del Pakistan hanno il coraggio di farsi strumenti di pace, di portare amore dove c’è odio, di proporre perdono dove c’è offesa, di infondere gioia dove regna tristezza».

Il riferimento ideale per l’atteggiamento dei francescani in Pakistan è l’episodio dell’incontro voluto da san Francesco col sultano d’Egitto Melek el Kamel. In tempi di guerre, il giovane frate di Assisi si avventurò senza paura in terra musulmana per predicare il Vangelo. «È anche grazie a quel gesto –  scrive Affatato – che oggi lo spirito francescano può vivere e fiorire in Pakistan, dove i cristiani sono una esigua minoranza, meno del 3 per cento su circa 200 milioni di abitanti, perché è un messaggio di fraternità universale, al di là di ogni  divisione di casta, etnia, religione e classe sociale».  Bella sfida in un Paese che brucia per il radicalismo religioso, per la violenza settaria contro le minoranze cristiane e indù, ma anche contro quelle musulmane di sciiti e ahmadi. Questo stile – che dopo l’incontro internazionale tra leader religiosi organizzato da Giovanni Paolo II nel 1986 è stato definito “lo spirito di Assisi” –  è sconvolgente. Ha la forza nonviolenta, ma proprio per questo dirompente dell’amore al nemico, è il segno di contraddizione che, in definitiva, la stessa croce di Cristo rappresenta. «I cristiani, in alcune aree del Pakistan, sono in croce. Sono perseguitati a causa della fede o sono vittime di povertà e discriminazioni. Ma le piaghe di questa sofferenza portano alla vita», spiega ad Affatato il vescovo Sebastian Shaw, dell’Ordine dei frati minori, (che ha scelto come motto episcopale la frase: «Dio fammi strumento della tua pace»).

A caratterizzare la presenza dei francescani è l’impegno per la giustizia e la pace, che significa offrire un costante supporto a quanti soffrono di discriminazioni, ingiustizie, persecuzioni. Una testimonianza che ha come segno tangibile la forte e diffusa devozione a sant’Antonio di Padova. A Lahore, popoloso centro urbano, si trova una chiesa dedicata al Santo. Lo stesso Kushpur Shahbaz Bhatti, il ministro cattolico delle minoranze religiose ucciso nel marzo del 2011, era assiduo frequentatore della chiesa di S. Antonio nel villaggio di Kushpur. E spesso  si fermava a pregare nel piazzale antistante, davanti al piccolo santuario dedicato a sant’Antonio di Padova, dove ancor oggi

molti implorano grazie speciali. Shahbaz era nato e cresciuto in quel borgo contadino tra Lahore e Faisalabab, nel centro del Punjab. Kaspur, che significa “villaggio della felicità”, porta impressa l’impronta francescana, dato che fu fondato agli inizi del Novecento dai padri cappuccini belgi. È un’oasi dove i 5 mila abitanti cristiani costituiscono  il 99 per cento della popolazione. Qui c’è la tomba di Bhatti, e presto sarà aperto un museo in suo onore.

A Kushpur vivono le famiglie di agricoltori che non mancano di gremire ogni sera la chiesa per la recita del rosario, segno di una fede viva e radicata  che, grazie alla sorte del martire Bhatti, si rafforza nel cuore di giovani, vecchi e bambini. Nel mese di giugno, la popolazione di Kaspur omaggia sant’Antonio con la novena che, tradotta in urdu, campeggia ai lati della sua statua. Alla protezione del Santo si affidano il raccolto, la famiglia, il futuro dei figli. Quel futuro che padre Wassem Walter, parroco nella poco distante cittadina di Jhang, cerca di garantire gestendo una scuola elementare che ospita 350 alunni. Anche perché da queste parti i talebani si stanno facendo strada, e la scuola, cioè la cultura, è l’unica “arma” per combatterne il fondamentalismo.