Paolo VI, la Populorum progressio e la Dottrina Sociale della Chiesa

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ROMA, domenica, 25 marzo 2007 (ZENIT.org).- In un’intervista rilasciata a ZENIT, Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa (www.vanthuanobservatory.org), ha affermato che “la dottrina sociale della Chiesa deve a Paolo VI più di quanto si pensi”.



Il 26 marzo di quarant’anni fa, Paolo VI pubblicava l’enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli. Secondo il direttore dell’Osservatorio Van Thuân, bisognerebbe “cogliere l’occasione dell’anniversario per fare un bilancio complessivo del magistero sociale di Paolo VI, in modo da restituire alla sua figura l’intera sua grandezza. In altre parole ricordare non solo la Populorum progressio, ma saldare anche un debito che abbiamo verso la figura e la memoria di Paolo VI come maestro di Dottrina sociale”.

Per il professor Fontana, “molti in passato hanno sostenuto – e alcuni ancora oggi sostengono – che Paolo VI intese in tono minore la Dottrina sociale della Chiesa, come se fosse incerto sulla sua validità ed importanza”

A questo proposito si fa notare che, a parte la Populorum progressio, egli non ha scritto nessun’altra enciclica sociale e che avrebbe derubricato la Octogesima adveniens (1971) a semplice e meno impegnativa Lettera apostolica proprio per carenza di fiducia nella Dottrina sociale in quanto tale.

Proprio nella Octogesima adveniens – si sottolinea spesso –, Paolo VI afferma che “di fronte a situazioni tanto complesse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale”, mentre “spetta alle comunità cristiane individuare le scelte e gli impegni che conviene prendere”.

Sembrerebbe un ridimensionamento del ruolo del magistero pontificio per dare spazio alle comunità cristiane locali, secondo alcune proposte che attraversavano il mondo cattolico negli anni Sessanta e Settanta. Erano infatti i tempi in cui molti teologi accusavano la Dottrina sociale della Chiesa di essere un’ideologia e di avere ancora la pretesa di cristianizzare il mondo anziché servirlo.

Una lettura del Concilio come rinnovamento senza continuità dipingeva inoltre Paolo VI come un Pontefice dubbioso e incerto, profetico per l’impossibilità ormai di essere normativo. Si sosteneva che con lui la Dottrina sociale della Chiesa sarebbe stata abbandonata e sostituita con una presenza puramente e direttamente evangelica, una testimonianza senza dottrina, una carità senza la pretesa della verità.

Per questi motivi, il direttore dell’Osservatorio Van Thuân ha detto a ZENIT che “è augurabile che questo anniversario della Populorum progressio favorisca un radicale ripensamento di tutto questo e, superando tanti luoghi comuni storiografici, si dia a questo Papa quanto gli è dovuto”.

“Paolo VI – ha sottolineato il prof. Fontana – ha avuto grandi meriti nel campo del magistero sociale ed è assolutamente possibile dire che l’evoluzione della Dottrina sociale della Chiesa gli è debitrice almeno per quattro grandi elementi”.

“Con la Populorum progressio Paolo VI ha visto che la questione sociale era ormai diventata una questione mondiale e ha proposto uno sviluppo inteso come crescita di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. La globalità della questione sociale e la dimensione antropologica dello sviluppo sono due pietre miliari cui si è attenuto tutto il magistero successivo”.

“In secondo luogo con la Evangelii nuntiandi” Paolo VI ha posto le basi – sviluppando il
Concilio – per pensare la Dottrina sociale della Chiesa dentro l’evangelizzazione. Giovanni Paolo II dirà, in seguito, che essa è ‘uno strumento di evangelizzazione’ ed appartiene alla missione della Chiesa”.

“In terzo luogo, con la Octogesima adveniens”, egli ha posto ed affrontato il tema della ideologia e della politica come forse nessun altro documento del magistero ha fatto. La chiarezza con cui Giovanni Paolo II dirà che la Dottrina sociale della Chiesa non è un’ideologia dipende anche da queste riflessioni di Paolo VI”.

“Infine – ha affermato il direttore dell’Osservatorio – con l’Humanae vitae Paolo VI ha affrontato il tema dell’amore e della procreazione che oggi tutti concordano nel ritenere un tema squisitamente sociale. Inizia da quella contestata enciclica di Paolo VI una profonda e feconda linea magisteriale che giunge alla Evangelium vitae di Giovanni Paolo II e che considera i problemi della procreazione e della vita una questione sociale primaria”.

Non vanno poi dimenticati la costituzione della Commissione Pontificia Justitia et Pax, oggi Pontificio Consiglio, e l’inaugurazione degli annuali Messaggi per la Giornata della Pace.

Il professor Fontana ha concluso sostenendo che, “vissuto in un’epoca durante la quale la Chiesa ha dovuto subire uno dei più grandi attacchi culturali, Paolo VI non ha ceduto di un millimetro su questioni di fede e di morale. Augusto Del Noce ha scritto che il suo pontificato è stato di ‘resistenza e di attesa’. Non c’è dubbio che egli abbia dovuto e saputo resistere – dati i tempi che correvano –, ma quanto lui attendeva l’aveva già ampiamente impostato e i frutti sarebbero pienamente arrivati con il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI”.