Papa Francesco e la bellezza nel suo primo anno di pontificato

Sin dal primo discorso il Pontefice ribadisce che per poter parlare di Cristo bisogna uscire dalla logica della mondanità, riconquistando al discorso una triade inscindibile quale "bello, vero e buono"

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 728 hits

Questi sono giorni di festeggiamenti: tanti giornali, riviste e trasmissioni televisive si stanno rincorrendo per raccontare il primo anno di pontificato di Papa Francesco, da quel primo giorno, o meglio sera, nella quale apparve nella loggia di San Pietro e ci salutò tutti, a noi presenti nella piazza e a tutto il resto del mondo attraverso le infinite televisioni presenti, fino ad oggi con il viaggio in pullman in occasione del ritiro nel periodo di Quaresima.

In questa nostra rubrica, che si interessa d’arte e d’arte sacra ed è osservatorio ideale per vedere ciò che sta accadendo nel mondo e nella Chiesa, dobbiamo raccontare i fatti di un anno interessantissimo, pieno di eventi, di scritti e di discorsi importantissimi per le questioni dell’arte e dell’arte sacra in particolare.

Dal primo discorso fatto ai cardinali nella Cappella Sistina, il giorno dopo l’elezione, fino agli ultimi discorsi della settimana appena trascorsa, Papa Francesco ribadisce, in continuità con i suoi predecessori, che per poter parlare di Cristo c’è necessità di uscire dalla logica della mondanità, riconquistando al discorso una triade inscindibile quale “bello, vero e buono”. Infatti, come tutta la cultura artistica, filosofica ed estetica in ambito cattolico ci insegna, senza la bellezza non è possibile parlare in maniera credibile della verità e del bene. Quindi riprendere a guardare alla bellezza, in tutte le sue forme e declinazioni, è la strada per uscire dallo scacco della modernità e della post-modernità, dal suo relativismo imperante che impedisce di dire la verità o di affermarla, di parlare di principi etici e/o morali validi e comuni a tutti gli uomini, di affermare diritti umani veri e fondati su di una corretta antropologia, di ribadire che la verità fa liberi gli uomini e che la schiavitù risiede nel non comprenderla e non ricercarla tra le vie del mondo.

Papa Francesco, sta muovendo una immensa riflessione sui veri principi che ordinano il mondo, sulle priorità per aiutare i deboli, gli ultimi, nelle periferie esistenziali, ma senza dimenticare -come farebbe una ONLUS-, che è Cristo stesso che salva e che non dobbiamo portare solo pane, che non dobbiamo portare solo vestiti, che non dobbiamo portare solo amicizia, che non dobbiamo portare solo misericordia, ma tutte queste cose insieme, appunto Cristo tutto intero, portando la bellezza di Cristo: quella che permette agli uomini e alle donne del nostro mondo di vedere una luce di speranza.

Proprio in questi giorni è stato ripubblicato dalla Editrice Missionaria Italiana un libro scritto dall’allora cardinal Jorge Mario Bergoglio, dal titolo La bellezza educherà il mondo, che raccoglie testi scritti tra il 2008 e il 2011 per la diocesi di Buenos Aires. Il testo, finora inedito in italiano, mette in luce una relazione tra educazione e bellezza, anzi potremmo dire la vera relazione tra educazione e bellezza, poiché senza l’armonia , l’ordine, la simmetria, la proporzione e lo splendore non possiamo indicare ciò che è bene e ciò che è vero, quindi non è possibile indicare una direzione certa nella educazione. Jorge Mario Bergolgio ha una formazione letteraria, ha sempre inserito nei suoi testi riferimenti della grande letteratura di tutti i tempi ed in particolar modo al “canone” letterario occidentale come ad esempio Dante, Shakespeare o Manzoni (tutti grandi scrittori cattolici), tanto che questo testo inedito in italiano non ci meraviglia affatto, anzi si pone in continuità con il più profondo pensiero magisteriale, organizzando una paideia improntata sui valori raccontati, narrati dalla grande letteratura di tutti i tempi. In una società come la nostra, liquida, post-moderna e quindi senza fini ne’ mezzi educativi, è difficile educare i giovani al bene. Papa, Francesco con la sua propria capacità comunicativa, rimette in continuazione al centro di ogni discorso, la capacità veritativa della bellezza, non fine a se stessa come la immagina la visione consumistica del pop contemporaneo, ma come principio identificativo della verità e quindi del bene.

La strategia educativa del Pontefice, in totale continuità con tutti i suoi illustri predecessori, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tanto per citare i più prossimi, è quella di porre l’accento sulla misericordia della Chiesa, sulla profonda conoscenza della Chiesa esperta in umanità, ma anche sulla consapevolezza millenaria propria della Chiesa che senza la bellezza non si educa, non si può parlare al mondo del bene e non è possibile affermare Cristo.

Questo è tanto vero che sia nella enciclica Lumen Fidei che nella Esortazione Apostolica Evangelli Gaudium vediamo come nel cuore del discorso è stata collocata una attenzione particolare al vedere ed alla bellezza.

L’enciclica Lumen Fidei, infatti, valorizza la vista: «la vista offre la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto» (n. 29); inoltre pone all’attenzione la «connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede» (n. 30). Soprattutto l’enciclica ne mostra la motivazione cristocentrica: «Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta […] in questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli apostoli –fede che si vede!- davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno cioè potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre» (n. 30). La vera visione viene esaltata come un dono ricevuto da Gesù stesso: «solo quando siamo configurati a Gesù, riceviamo occhi adeguati per vederlo» (n. 31).

Questa dinamica del vedere intrinseca nella fede in Gesù Cristo è il fondamento dell’arte figurativa cristiana. Infatti, nell’enciclica viene argomentato che, come il prodotto dell’ascolto è la testimonianza in parole, così il prodotto della visione è farsi specchio. Potremmo dire che l’arte sacra può essere considerata come finalizzata a farsi specchio del volto di Gesù, che è stato tramandato dalla Chiesa, che è il luogo della memoria della oculata fides.

L’enciclica pone, infatti, una dinamica cristocentrica di figura, immagine e specchio:  «Il credente impara a vedere se stesso a partire dalla fede che professa la figura di Cristo è lo specchio in cui scopre la propria immagine realizzata. E come Cristo abbraccia in sé tutti i credenti, che formano il suo corpo, il cristiano comprende se stesso in questo corpo, in relazione originaria a Cristo e ai  fratelli nella fede» (n. 22). Cristo è specchio dell’immagine realizzata del credente. Ogni immagine trova la propria piena configurazione nella figura di Gesù, nello specchiarsi nel suo volto. L’arte sacra cristiana deve farsi specchio della figura di Gesù Cristo. Cristo è origine e fine di tutto il “sistema d’arte cristiano”[1].

L’arte sacra –specchio dello splendore divino- può essere inserita nella dinamica della testimonianza; come dall’ascolto nasce l’annuncio, così dalla visione nasce l’arte sacra, la comunicazione delle cose viste: «La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio» (n. 22). E con questo come con altre considerazioni spazza via ogni equivoco relativistico che nel corso degli ultimi decenni si è insinuato nel pensiero artistico cattolico e che ha edificato tante brutte, quanto inadeguate chiese conformate non hai principi della bellezza, ma a quelle dell’utilitarismo consumistico.

Attraverso poi l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco sottolinea con forza come sia impossibile parlare della verità e del bene senza percorrere la via della bellezza, come afferma la Evangelii Gaudium, quella bellezza che è “autentica” nella luce del “legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza” e come dunque sia necessario «recuperare la stima della bellezza per poter giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto» (n. 167). Dunque, comprendiamo come non si possa compiere alcuna azione pastorale, barattando la autentica bellezza con la disarmonia del relativismo estetico ed etico, e che la ricerca di “nuovi segni, novi simboli, nuova carne”  debba partire dal «recuperare la stima della bellezza» (n. 167).

Nel numero 167 della Evangelii Gaudium viene enfatizzata la questione della formazione alla bellezza, l’importanza della continuità con il passato e la sottolineatura della vitalità creativa del sistema d’arte cristiano.

Il centro di tutta l’argomentazione è il legame tra verità, bontà e bellezza[2] del Risorto: “la verità e bontà del Risorto … il Figlio fatto uomo rivelazione della infinita bellezza”. Questo legame può essere oscurato dal “relativismo estetico”: “Non si tratta di fomentare un relativismo estetico che possa oscurare il legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza”. Ho già messo in evidenza come in questa affermazione, occorre sottolineare l’importante presenza di un’altra nota, la nota 130, che rimanda al Decreto del Concilio Vaticano II sui mezzi di comunicazione sociale Inter mirifica, in modo particolare al numero 6, che recita: “La seconda questione riguarda le relazioni tra i diritti dell'arte -come si suol dire- e le norme della legge morale. Poiché il moltiplicarsi di controversie su questo argomento non di rado trae origine da dottrine erronee in materia di etica e di estetica, il Concilio proclama che il primato dell'ordine morale oggettivo deve essere rispettato assolutamente da tutti. Questo ordine è il solo a superare e armonizzare tutte le diverse forme dell'attività umana, per quanto nobili esse siano, non eccettuata quella dell'arte. Solo l'ordine morale, infatti, investe l'uomo nella totalità del suo essere creatura di Dio dotata di intelligenza e chiamata ad un fine soprannaturale; e lo stesso ordine morale, se integralmente e fedelmente osservato, porta l'uomo a raggiungere la perfezione e la pienezza della felicità» (Inter Mirifica, n. 6).

Papa Francesco, sta ponendo al centro di tutta la sua pastorale il recupero dei valori in continuità con tutta la tradizione, indicando ancora una volta che la via non è rinnegare il passato della Chiesa e accettare le istanze post-moderne, conformando di fatto l’intera Chiesa al mondo, ma l’esatto contrario: promuovere l’uomo in tutta la sua interezza e superare anche attraverso l’ausilio della bellezza le fragilità della società consumistica, relativista ed infelice post-contemporanea.

Speriamo che molti seguano i suoi esempi e comprendano ad ogni livello che su questo punto si gioca una partita sociale, politica, culturale, economica e in ultima analisi spirituale, determinante per l’edificazione di un mondo più giusto.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it.

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NOTE

[1] Sul “sistema d’arte cristiano” cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, cap. II.

[2] Su questo legame cfr. il mio articolo La bellezza del Vangelo. Leggendo la Evangelii Gaudium, pubblicato su Zenit il 10 dicembre: http://www.zenit.org/it/articles/la-bellezza-del-vangelo ed anche Papa Francesco: la bellezza come misura, pubblicato su Zenit il 15 aprile 2013: http://www.zenit.org/it/articles/papa-francesco-la-bellezza-come-misura