Papa Francesco, la "Lumen Fidei" e l'arte Sacra (Prima parte)

La fede come visione

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 770 hits

L’enciclica Lumen Fidei costituisce in se stessa un incomparabile segno di cosa sia il Magistero della Chiesa nella sua vitalità. Nata dalla penna di Benedetto XVI e accettata da Francesco (“nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi” n. 7), ribadisce la continuità del Magistero (“in continuità con tutto quello che il magistero della Chiesa ha pronunciato su questa virtù teologale” n. 7) e l’essenza del compito della Chiesa (“La Chiesa è una Madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede” n. 38) e del Magistero petrino (“Il successore di Pietro, ieri, oggi e domani, è infatti sempre chiamato a ‘confermare i fratelli’ in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo” n. 7).

Di questa enciclica vorrei mettere in evidenza il legame con l’arte sacra, di cui non costituisce immediato oggetto, ma che risulta per più versi implicata.

Il primo passaggio da affrontare è il legame tra Fede e visione, istituito fin da titolo: la Fede è luce, lumen Fidei, e credere significa anche vedere1.

“Chi crede, vede: vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta” (n. 1). Nella confusione attuale, risulta ancora più urgente ribadire il carattere luminoso della fede: “Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione. E’ urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo” (nn. 3-4).

La fede costituisce intimamente una dinamica visiva, implica il passaggio da una visione superficiale a una visione più profonda: “La fede per sua natura chiede di rinunciare al possesso immediato che la visione sembra offrire, è un invito ad aprirsi verso la fonte della luce” (n. 12); inoltre implica una sorta di dialogo degli sguardi: “nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi” (n. 14). Già la fede di Abramo era visione: “La fede di Abramo … era, in un certo senso, visione anticipata del suo mistero” (n. 15) Ma il momento centrale della visione è nel Nuovo Testamento: “gli evangelisti hanno situato nell’ora della croce il momento culminante dello sguardo di fede, perché in quell’ora risplende l’altezza e l’ampiezza dell’amore divino”(n. 16) “è proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante, quando si rivela come fede nel suo amore incrollabile per noi” (n. 16). La fede è dunque un vedere: “proprio per questo suo nesso intrinseco con la verità, la fede è capace di offrire una luce nuova, … perché essa vede più lontano” (n. 24).

Il legame tra Fede e luce, credere e vedere, percorre tutta l’Enciclica, ma trova un momento particolarmente rilevante nei numeri 29-31dedicati proprio alla “Fede come ascolto e visione”. Questa parte dell’enciclica sembra essere il centro concettuale ed è particolarmente impegnata nel mostrare i fondamenti perenni della fede nella risposta alla confusione attuale, di cui l’iconofobia costituisce una parte rilevante2. Il nesso tra fede e verità trova la propria chiave di volta nel vedere che è “organo di conoscenza della fede” al pari dell’ascoltare.

In modo molto acuto e culturalmente rilevante, viene, infatti, messo in evidenza come troppo spesso si tenda a contrapporre ascolto e visione e a considerare la visione come un elemento secondario e poco importante. Sovente, si tende a considerare l’ascolto come proprio della mentalità ebraica e biblica, e la visione come un elemento esclusivamente greco e pagano, come se parola e immagine fossero incompatibili. “Per quanto concerne la conoscenza della verità, l’ascolto è stato a volte contrapposto alla visione, che sarebbe propria della cultura greca” (n. 29) .

La questione viene esaminata con dettaglio. In questa artificiosa ed errata contrapposizione, la luce sembrerebbe lasciare poco spazio alla libertà: “La luce, se da una parte offre la contemplazione del tutto, cui l‘uomo ha sempre aspirato, dall’altra non sembra lasciar spazio alla libertà, perché discende dal cielo e arriva direttamente all’occhio, senza chiedere che l’occhio risponda” (n. 29).

Inoltre, la visione della luce sarebbe statica, rispetto al dinamismo temporale dell’ascolto della parola: “sembrerebbe invitare a una contemplazione statica, separata dal tempo concreto in cui l’uomo gode e soffre” (n. 29).

Dunque “secondo questa concezione, l’approccio biblico alla conoscenza si opporrebbe a quello greco, che, nella ricerca di una comprensione completa del reale, ha collegato la conoscenza alla visione” (n. 29).

Invece questa contrapposizione non ha ragione di essere posta, anzi “è invece chiaro che questa pretesa opposizione non corrisponde al dato biblico. L’Antico Testamento ha combinato ambedue i tipi di conoscenza, perché all’ascolto della parola di Dio si unisce il desiderio di vedere il suo volto” (n. 29).

Su questa base, intrinsecamente biblica, “si è potuto sviluppare un dialogo con la cultura ellenistica, dialogo che appartiene al cuore della Scrittura” (n. 29).

Così l’enciclica mentre ribadisce che “l’udito attesta la chiamata personale e l’obbedienza, e anche il fatto che la verità si rivela nel tempo”, afferma con decisione che “la vista offre la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto” (n. 29).

Nel Nuovo Testamento e in modo speciale nel Vangelo di Giovanni viene fondata la “connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede” (n. 30).

La “visione dei segni di Gesù precede la fede” (n. 30), la fede “porta a una visione più profonda”(n. 30), “alla fine, credere e vedere si intrecciano: ‘Chi crede in me … crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato’ (Gv 12, 44-45)” (n. 30).

Il vedere unito all’ascolto “diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità” (n. 30).

L’enciclica, dopo aver mostrato l’intimo e ineludibile legame tra ascolto e visione, se ne domanda la causa, si interroga su come sia possibile che ciò accada, e il punto è così centrale che realmente si articola in una domanda e in una risposta “Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta” (n. 30).

La persona di Gesù Cristo, Verbo incarnato, è il centro cui convergono ascolto e visione. Se neghiamo che la visione sia un elemento intrinseco alla fede cristiana, se consideriamo il vedere un elemento secondario, allora commettiamo il grande errore di non voler guardare al Corpo di Cristo, al suo Volto, alla sua carne, al suo sangue, alle sue opere terrene. “La fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre, Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene” (n. 30).

Di fronte alla concretezza della visione di Gesù, l’enciclica ricorre al pensiero di Tommaso d’Aquino: “in questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli apostoli –fede che si vede!- davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno cioè potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre” (n. 30). E la concretezza della Fede nell’Incarnazione è tale, che non solo implica ascolto e visione, ma addirittura anche il toccare (n. 31).

Proprio al termine di questo profondissimo percorso negli “organi di conoscenza della fede”, l’enciclica tocca il punto spiritualmente più rilevante: “solo quando siamo configurati a Gesù, riceviamo occhi adeguati per vederlo” (n. 31). La fede è visione ed è dono di una visione nuova. Questo elemento degli occhi nuovi, di un rinnovato punto di vista, è ricorrente in tutta l’enciclica.

La dimensione del cambiare occhi, l’acquisire nuova visione è la dinamica propria dell’amore. L’amore è “questa capacità di partecipare alla visione dell’altro, sapere condiviso che è il sapere proprio dell’amore” (n. 14). L’amore trasforma e dà occhi nuovi: “Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro” (n. 4); l’amore consiste in “un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose” (n. 27).

Nella fede, siamo trasformati dall’amore di Gesù e acquisiamo come dono i suoi stessi occhi: “Nella fede, Cristo non è soltanto colui in cui crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche colui al quale ci uniamo per poter credere. La fede non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere” (n. 18)

Ed ancora: “Per chi è stato trasformato in questo modo, si apre un nuovo modo di vedere, la fede diventa luce per i suoi occhi” (n. 22); “La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà” (n. 26).

L’enciclica si chiude con l’invocazione: “Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché egli sia luce sul nostro cammino” (n. 58).

Nei prossimi articoli di questa rubrica, a partire da questa dinamica del vedere intrinseca nella fede in Gesù Cristo, mostreremo come questa sia il fondamento dell’arte figurativa cristiana.

Infatti, nell’enciclica viene argomentato che come il prodotto dell’ascolto è la testimonianza in parole, così il prodotto della visione è farsi specchio.

L’arte sacra può essere considerata come finalizzata a farsi specchio del volto di Gesù, che è stato tramandato dalla Chiesa, che è il luogo della memoria della oculata fides.

L’arte sacra cristiana deve farsi specchio della visione di Gesù Cristo.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com e.mail: rodolfo_papa@infinito.it.

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NOTE

1 Sulla continuità di impostazione tra Benedetto XVI e Francesco, relativamente al tema della visione, ho scritto un articolo pubblicato il 29 aprile su Zenit: Cfr. R.Papa, Benedetto XVI, Francesco e l’arte di vedere il volto di Cristo,

2 Cfr.R.Papa. Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012.