Papa Francesco, la "Lumen Fidei" e l'arte Sacra (Quinta parte)

La vera immagine del volto di Dio

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 589 hits

Nei precedenti articoli dedicati alla Lumen Fidei, abbiamo evidenziato la valorizzazione della visione. L’enciclica sottolinea come non esista alcuna contrapposizione tra un approccio biblico fondato sull’ascolto e un approccio greco fondato sulla visione: «è invece chiaro che questa pretesa opposizione non corrisponde al dato biblico. L’Antico Testamento ha combinato ambedue i tipi di conoscenza, perché all’ascolto della parola di Dio si unisce il desiderio di vedere il suo volto» (n. 29).

In questo articolo vogliamo evidenziare proprio la dimensione del desiderio di vedere il volto di Dio: la questione del vedere si fonda sul fatto che il Verbo si è rivelato e che il Padre si è mostrato nel Figlio. Gesù Cristo è vera Imago Dei.

L’esordio dell’enciclica è già del tutto significativo:  «La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: “E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulge nei nostri cuori” (2 Cor 4,6)» (n. 1).

Viene immediatamente in mente l’inizio di un altro importante documento del Magistero, centrato sulla dimensione della luce, ovvero la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (21 novembre 1964) che così inizia: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa» (Lumen Gentium, n. 1)

La Lumen Fidei sottolinea che la luce della fede è il dono portato da Gesù, la Lumen Gentium sottolinea che Gesù Cristo è la luce delle genti. Possiamo vedere che nella espressione Lumen Gentium il genitivo “gentium” (ovvero delle genti)  ha valore oggettivo: le genti ricevono la luce, mentre nella espressione Lumen Fidei il genitivo Fidei (ovvero della fede) ha un valore soggettivo: la Fede è luce. Nella Lumen Gentium è sottolineata la dimensione ecclesiale; il volto della Chiesa risplende della luce di Cristo. La dimensione dell’annuncio propria della Chiesa è espressa nei termini della “illuminazione”: portare agli uomini la luce di Cristo.

Anche nel Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius (28 ottobre 1965), viene evidenziata la dimensione della luce nella prospettiva della evangelizzazione: «siano in grado di comunicare la piena luce della verità a coloro che non la possiedono» (n.16).

Nella XIII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi nell’ottobre 2012, dedicata proprio alla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” viene sottolineata la dimensione della Imago Dei come cuore della evangelizzazione Nell’Instrumentum Laboris del Sinodo infatti viene sottolineato come  Gesù Cristo come imago Dei attrae“gli uomini dentro il suo intimo legame con il Padre e con lo Spirito” (n. 23); il volto di Cristo spinge alla testimonianza della fede, è espressione di speranza, che “infonde gioia e ci libera” (n. 166), è manifestazione di carità, che è “il linguaggio nella nuova evangelizzazione” (n. 124); ed ancora“Vedere Cristo” rende più saldo il nostro rapporto con Lui, e il rapporto con Cristo è il cuore della evangelizzazione “poiché solo in Lui vi è la certezza per guardare al futuro e la garanzia di un amore autentico e duraturo” (n. 166).

Proprio il legame tra il volto di Cristo, il vedere e la luce è il cuore della Lumen Fidei.

Tornando, infatti, alla Lumen Fidei, vediamo che sottolinea come nel Nuovo Testamento e in modo speciale nel Vangelo di Giovanni viene fondata la «connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede [,,,] alla fine, credere e vedere si intrecciano: “Chi crede in me … crede in colui che mi  ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12, 44-45)» (n. 30).

La fede viene delineata come «un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità» (n. 30). Questo cammino dello sguardo, questa unione di ascolto e visione è un frutto dell’Incarnazione: «Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta» (n. 30).

Il desiderio di vedere il volto di Dio è allora fede nel Volto in cui si vede il Padre: «La fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre, Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene» (n. 30). 

La fede è visione ed è dono di una visione nuova. La dimensione del cambiare occhi, l’acquisire nuova visione è ricorrente in tutta l’enciclica, ed è la dinamica propria dell’amore.

Proprio nell’enciclica dedicata all’amore, scritta da papa Benedetto XVI, troviamo una importante riflessione sulla possibilità di vedere Dio. Infatti, nella Deus Caritas est (25 dicembre 2005), viene posta la grande domanda leggiamo: la grande domanda « è veramente possibile amare Dio pur non vedendolo? […] Nessuno ha mai visto Dio — come potremmo amarlo?» (n. 16). La risposta si fonda nella Prima Lettera di Giovanni: « Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (!Gv 4, 20). Dunque «l'amore per il prossimo è una strada per incontrare anche Dio e che il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio» (n. 16). La Deus Caritas est approfondisce questa relazione tra la visione di Dio e l’amore:  «In effetti, nessuno ha mai visto Dio così come Egli è in se stesso. E tuttavia Dio non è per noi totalmente invisibile, non è rimasto per noi semplicemente inaccessibile. Dio ci ha amati per primo, dice laLettera di Giovanni citata (cfr 4, 10) e questo amore di Dio è apparso in mezzo a noi, si è fatto visibile in quanto Egli “ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui” (1 Gv 4, 9). Dio si è fatto visibile: in Gesù noi possiamo vedere il Padre» (n. 17). La Deus Caritas est sottolinea in maniera profonda la visibilità di Dio:  «Di fatto esiste una molteplice visibilità di Dio. Nella storia d'amore che la Bibbia ci racconta, Egli ci viene incontro, cerca di conquistarci — fino all'Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto e alle grandi opere mediante le quali Egli, attraverso l'azione degli Apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente. Anche nella successiva storia della Chiesa il Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro — attraverso uomini nei quali Egli traspare; attraverso la sua Parola, nei Sacramenti, specialmente nell'Eucaristia. Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. […] . L'incontro con le manifestazioni visibili dell'amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce dall'esperienza dell'essere amati. Ma tale incontro chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto. Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore» (n. 17).

La questione della visibilità di Dio in Gesù Cristo è molto cara a Benedetto XVI; Joseph Ratzinger così scriveva: «il Nuovo Testamento fa continuamente intuire questo fatto e prepara così le componenti fondamentali di una dottrina della conoscenza teologica. Faccio un solo esempio. Quando Anania fu mandato da Paolo, al fine di accoglierlo nella Chiesa, egli, riluttante e diffidente di fronte a questo uomo, si sentì dire: va’ da lui, “ecco sta pregando” (At 9,11). Nella preghiera Paolo s’avvicina al momento in cui liberato dalla cecità non solo esteriormente, ma anche intimamente inizia ad essere un vedente. Chi prega, inizia a vedere; pregare e vedere sono in relazione, poiché – come afferma Riccardo di S. Vittore – L’amore è occhio. Gli autentici progressi della cristologia non possono perciò mai provenire da una pura teologia di scuola, e nemmeno da una moderna teologia di scuola, quale si presenta in un’esegesi critica, in una storia del dogma, in un’antropologia orientata alle scienze umane, e così via. Tutto questo è importante, tanto importante come lo è la scuola. Ma non basta: deve aggiungervisi la teologia dei santi, la quale è teologia dell’esperienza. Tutti i reali progressi nella conoscenza teologica hanno la loro origine nell’occhio dell’amore e nella sua facoltà visiva »[1].

La dimensione della visione sottolineata da Riccardo da San Vittore, viene evidenziata in relazione alla Eucaristia anche da Javier Echevarría: «Se la ragion d’essere di questo sacramento è radicata nell’amore, soltanto con l’amore potremo coglierne la grandezza. Si può applicare alla grande realtà eucaristica quello che san Paolo affermava della gloria futura: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano”. L’Eucaristia [...] sgorga da un amore che non conosce limiti, e solo in base a quell’amore la si può comprendere e condividere. Se aspiriamo ad approfondire la conoscenza della sua verità e a vivere di tale tesoro infinito, l’unica strada è chiedere a Dio di accrescere la nostra capacità di amare affinché si aprano i nostri occhi, dato che “amor oculus est et amare videre est”, ha scritto Riccardo di san Vittore: l’amore è occhio e amare è vedere »[2]

Riccardo di San Vittore, infatti, nel suo Tractatus de gradibus charitatis ha scritto: « «amor oculus est et amare videre est».  Il volto di Gesù Cristo è la fonte dell’amore ed il volto di Gesù Cristo è vera immagine del volto di Dio: «Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta".  Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”» (Gv 14, 8-9).

(La quarta parte è stata pubblicata lunedì 2 settembre)

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it  Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it.

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NOTE

[1] J. Ratzinger, Guardare al Crocifisso (1984), Jaca Book, Milano 1992.

[2] J. Echevarría, Itinerari di vita cristiana, edizioni Ares, Roma 2001.