Papa Francesco mette in guardia dalla maldicenza

Durante l'omelia a Santa Marta, il Pontefice sottolinea il precetto evangelico del "non giudicare" ed esorta a seguire la "Legge della mitezza"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1578 hits

Non giudicare, né denigrare mai gli altri. Questo principio evangelico è stato sottolineato da papa Francesco durante la messa mattutina nella cappella di Santa Marta.

Alla celebrazione era presente il personale delle ambasciate e dei consolati dell’Argentina in Italia e presso la FAO, pertanto l’omelia è stata pronunciata dal Santo Padre in spagnolo; era dal 26 febbraio scorso che Bergoglio non celebrava nella sua madre lingua, come egli stesso ha detto all’inizio della funzione.

Nel Vangelo di oggi (cfr. Mt 5,20-26), Gesù esorta i discepoli affinché la loro giustizia sia “superiore a quella dei farisei” e ricorda di non essere venuto per dissolvere la legge ma per darle compimento. Realizza, quindi, una “riforma senza rottura” ma “nella continuità: dal seme fino ad arrivare al frutto”.

Chi “entra nella vita cristiana”, ha proseguito il Papa, non gode di “vantaggi” rispetto agli altri, ma, piuttosto, ha “esigenze superiori a quelle degli altri”. Ad esempio, se un cristiano parla male di un suo fratello “merita l’inferno” e si deve “convertire”, deve “cambiare”.

Un “insulto”, una “arrabbiatura” verso un fratello è “qualcosa che si dà nella linea della morte”, ha commentato il Pontefice. Specie nel mondo latino, c’è una “creatività meravigliosa” nell’inventare epiteti e ciò è gradevole e ammissibile finché si tratta di epiteti “amichevoli”. Il problema nasce quando abbiamo a che fare con vere e proprie forme di “denigrazione dell’altro”.

Quando una persona denigra un’altra “non c’è bisogno di andare dallo psicologo”, per comprendere che tale persona “non può crescere e ha bisogno che l’altro sia abbassato, per sentirsi un qualcuno”. Gesù, invece, ha detto: “Non parlate male l’uno dell’altro. Non denigratevi. Non squalificatevi”, ha ricordato il Papa.

Tutti quanti, infatti, “stiamo camminando sulla stessa strada”, quella strada che “ci porterà alla fine”. E se questa strada non è “fraterna”, rischia di finire male per tutti: per “quello che insulta” e per “l’insultato”.

Se un uomo non è “capace di dominare la lingua, si perde” e “l’aggressività naturale” che Caino dimostrò verso Abele “si ripete nell’arco della storia”, ha aggiunto il Santo Padre. Tuttavia, noi uomini “non siamo cattivi” ma, piuttosto, “deboli e peccatori”, quindi è più semplice per noi “sistemare una situazione con un insulto, con una calunnia, con una diffamazione che sistemarla con le buone”.

Il Papa ha quindi chiesto al Signore “che ci dia a tutti la grazia di fare attenzione maggiormente alla lingua, riguardo a quello che diciamo degli altri”: si tratta di una “piccola penitenza ma dà buoni frutti”.

È come se fossimo tutti bramosi di assaporare “il frutto di un commento delizioso contro l’altro”, tuttavia, “alla lunga quella fame fruttifica e ci fa bene”. Dobbiamo quindi adeguare la nostra vita “a questa nuova Legge, che è la Legge della mitezza, la Legge dell’amore, la Legge della pace” che ci incoraggia a ‘potare’ la nostra lingua nei commenti salaci verso gli altri o nelle esplosioni di rabbia nei loro confronti.

A conclusione dell’omelia, papa Francesco si è rallegrato della venuta, in occasione dell’Udienza del Sinodo dei Vescovi, dell’arcivescovo maggiore degli ucraini, Sviatoslav Shevchuk, già ausiliare dell'Eparchia di Santa Maria del Patrocinio in Buenos Aires degli Ucraini, che “ha potuto partecipare con noi a questa nostalgia argentina”.