Papà, sei tu il mio eroe!

10 segreti per papà con figlie che crescono

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ROMA, sabato, 19 maggio 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la introduzione che Meg Meeker ha fatto al suo libro “Papà, sei tu il mio eroe. 10 segreti per papà con figlie che crescono” (Edizioni Ares).

Meg Meeker è pediatra, autrice di sei best seller negli Usa e madre di quattro figli. È membro dell’America Board of Pediatrics e professore dell’American Academy of Pediatrics. Vive e lavora a Traverse City (Michigan/USA).

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Nel settembre del 1979 mio padre mi disse una cosa che cambiò la mia vita. Mi ero diplomata al Mt. Holyoke College e, nel corso dell’anno, ero stata respinta da molte Facoltà di medicina, pertanto vivevo ancora con i miei genitori con il pensiero a un «Piano B». Una sera, salendo le scale, sentii mio padre parlare al telefono.

Era strano, perché mio padre non era molto socievole e sentirlo conversare al telefono con un amico era ancora più insolito. Mi fermai fuori dal suo studio, la porta era leggermente socchiusa, e mi misi ad ascoltare.

«Sì», stava dicendo, «crescono veramente in fretta! Sono felice di dirti che mia figlia Meg inizierà la Facoltà di medicina il prossimo autunno. Anche se non sa ancora dove».

Mi si raggelò il sangue. Credevo di svenire. Che cosa stava dicendo? «Facoltà di medicina?». Ero già stata rifiutata un sacco di volte. «Inizierà medicina il prossimo autunno?» Come poteva dire una cosa del genere? Sapeva qualcosa che io non sapevo?

Non furono solo le sue parole a cambiare il corso della mia vita. Ma anche il tono e l’inflessione della sua voce e la sua fiducia ebbero un impatto pazzesco su di me. Mio padre credeva in me e in quello che neppure io riuscivo a credere. Non solo ci credeva, ma, da medico, aveva messo in gioco la sua reputazione di fronte a un amico.

Quando mi allontanai dalla porta, il mio cuore batteva a mille. Ero entusiasta ed emozionata perché la fiducia di mio padre mi aveva dato speranza. Diventare medico era sempre stato il mio sogno, fin da quando ero una ragazzina.

E di fatto, nell’autunno del 1980, iniziai medicina, proprio come aveva detto mio padre. Mi chiamava spesso per chiedermi i dettagli delle lezioni. Riuscivo a comprendere le lezioni di anatomia generale? Dedicavo abbastanza tempo all’istologia?

Avevo per caso bisogno di slides, così, giusto per divertirmi un po’? Non importava che rispondessi di sì, lui faceva un bel pacco e me lo spediva a casa in modo che avessi qualcosa di interessante da fare il venerdì sera che, naturalmente, passavo sempre a studiare.

Capiamoci bene. Mio padre non era un uomo che aveva bisogno di vivere la vita attraverso quella dei suoi figli. A dire il vero, aveva cercato molte volte di dissuadermi dal fare medicina perché prevedeva quasi con certezza il disastro e la desolazione di una medicina di «serie B»1.

Ero io a volerlo. Per compiacerlo? Veramente no. Non avevo bisogno di farlo. Volevo fare medicina perché volevo veramente essere come quel suo amico chirurgo ortopedico. Quell’uomo mi aveva fatto entrare nella sala operatoria per assistere agli interventi per ore e ore. Era la cosa più elettrizzante che avessi mai visto e volevo essere anche io capace di farlo.

Quello che mi diede mio padre fu la fiducia in me. Dato che lo ammiravo come un gigante in campo medico, e anche a casa nostra, sapevo che ciò in cui credeva era giusto. Non mi importava che cosa dicesse, continuavo a credere che avesse ragione.

Inoltre, mi fece credere in me stessa. Mi trasmise, non ricordo esattamente come, la convinzione di poter fare qualsiasi cosa volessi. Alle sue lezioni nella Facoltà di medicina non c’erano molte ragazze, mi disse, ma di ragazzi bravi ce n’erano. Erano bravi e anche io potevo esserlo.

Mio padre si è sempre premurato di farmi sapere quanto mi amava. Era un uomo originale, calmo, poco socievole ed estremamente intelligente. Aveva pubblicato numerosi articoli in diverse lingue e scherzava sul fatto che solo la gente strana potesse diventare patologo come lui. Ma mi voleva bene.

Io ero sua figlia e questo era molto importante per me. Me lo diceva spesso? No, non parlava molto. Allora, come facevo a saperlo? Lo sapevo perché lo sentivo parlare con mia madre quando era preoccupato per me. L’ho visto piangere quando con mio fratello siamo andati via di casa per iniziare l’università.

È venuto a vedermi a molte gare di atletica, ma se ne è perse altrettante. Eppure non m’importava. Sapevo bene che pensava fossi eccezionale nello sport (a dire il vero, migliore di quanto non lo fossi realmente, ma non volevo che cambiasse idea). Sapevo che mi amava perché ha sempre voluto che facessimo le vacanze insieme. La maggior parte delle volte odiavo andarci, soprattutto da adolescente, ma lui mi ha sempre obbligata. Ne sapeva più me. Sapeva che avevamo bisogno di tempo per stare insieme: nello stesso camping, nella stessa sala da pranzo, sugli stessi sentieri di montagna oppure nella stessa canoa.

Mio padre mi ha protetta con tutte le sue forze al punto tale che ero quasi imbarazzata quando uscivo con qualche ragazzo. Era un cacciatore e faceva in modo che i miei spasimanti lo sapessero. Appena entravano in casa vedevano la testa dell’alce appesa alla parete: mio padre si assicurava che sapessero subito chi avesse messo quella testa lassù.

Lui pensava di essere divertente, ma io detestavo sentirmi così in imbarazzo. Eppure mi proteggeva, non dai ragazzi predatori o dai mostri, ma da me stessa. Ero giovane e mi fidavo troppo delle persone e lui sapeva bene che la mia ingenuità sarebbe durata poco.

Mio padre non parlava molto e spesso non ascoltava nemmeno. Era frequentemente distratto e con la testa tra le nuvole. Quando ero alla Facoltà di medicina spesso facevamo jogging e mentre correvamo mi ripeteva la stessa domanda più volte. Non ascoltava mai la risposta poiché stava sempre, ma proprio sempre, pensando a qualcosa d’altro. Ma la cosa non mi importava. Bastava ripetergli la stessa cosa più volte.

Mia madre ascoltava i nostri problemi molto di più di quanto non lo facesse lui, eppure sapevo bene che se la mia vita o la mia salute fossero state in pericolo, avrei chiesto aiuto a mio padre. Era severo, serio, amava davvero la sua famiglia e il lavoro più importante che gli stava a cuore era assicurarsi che noi fossimo ben accuditi. Di fatto, avevamo tutte le attenzioni necessarie.

Oggi mio padre è anziano e adesso mi occupo più io di lui di quanto non si occupi lui di me. Ma io la so lunga perché ormai lo conosco bene. Non andiamo più a fare jogging insieme. Ha una tale scoliosi che striscia i piedi, la sua colonna vertebrale somiglia alla C maiuscola, e continua a ripetermi le stesse domande, non tanto perché stia pensando ad altro, ma perché la sua memoria lo sta abbandonando.

Ha ancora qualche ciocca bianca, ma la sua stravaganza, la sua tendenza a essere asociale e il suo affetto per me sono rimasti gli stessi. È un brav’uomo. Anche molti di voi là fuori siete uomini in gamba, ma siete però derisi da una cultura che non si prende cura di voi, che ha messo in ridicolo la vostra autorità, negato la vostra importanza e che vi mette in confusione riguardo al vostro ruolo in famiglia.

Vi posso dire che i padri cambiano la vita, come mio padre ha cambiato la mia. Siete leader per natura e la vostra famiglia cerca in voi quelle qualità che solo i padri hanno. Siete uomini per una ragione ben precisa e vostra figlia cerca in voi quella guida che non può trovare in sua madre.

Quello che voi dite in una sola frase, che comunicate con un solo sorriso o decidete nei confronti delle regole di famiglia ha un’importanza capitale per vostra figlia. Vorrei che vi vedeste con gli occhi di vostra figlia. E non solo per il suo bene, ma per il vostro, perché se riusciste a vedervi come vi vede lei, anche solo per dieci minuti, la vostra vita non sarebbe più la stessa. Quando si è piccoli i genitori sono al centro del mondo.

Se tua madre è contenta, la tua giornata è serena. Se tuo padre è stressato, resti in apprensione tutto il giorno. Il mondo di tua figlia è più piccolo del tuo, non solo fisicamente, ma anche dal punto di vista emotivo. È più fragile e sensibile perché il suo carattere sta ancora lievitando come la pasta del pane sul tavolo. Ogni giorno quando si alza, le tue mani la prendono e cominciano ad amalgamare, su e giù sulla tavola, per iniziare l’impasto. Dal modo in cui lo fai, ogni singolo giorno, la sua vita cambierà.

Tu e io siamo già ben cotti con una bella crosta. La vita a volte ci ha colpiti, altre volte è stata clemente e ci ha graziati. E siamo sopravvissuti, non soltanto perché i genitori continuano ad amarci, ma perché ci siamo trovati ad avere bisogno di qualcuno – un amico, una sposa o un figlio – che continuasse a prendersi cura di noi. Riusciamo ad alzarci al mattino perché esiste una persona che si preoccupa per noi.

Tua figlia si alza ogni mattina perché ci sei tu. È venuta al mondo grazie a te. Il centro del suo piccolo mondo sei tu. Amici, parenti, professori, docenti o tutor influiranno su vari livelli, ma non formeranno il suo carattere. Sarai tu a farlo. Perché sei il suo papà. Papà, siete molto più influenti di quanto pensiate.

L’obiettivo del mio libro è mostrarvi come migliorare la vita con vostra figlia e, così facendo, la vostra, che sarà incredibilmente più ricca, più gratificante e più vantaggiosa per coloro che amate.

I concetti presentati in queste pagine sono estremamente semplici. Ma sappiamo tutti quanto sia difficile mettere in pratica le verità più scontate. Sappiamo che dovremmo amare meglio o che dovremmo essere più pazienti, più coraggiosi, più diligenti e fedeli. Ma ci riusciamo?

Dipende dalla prospettiva. Può sembrarti complicato amare tua figlia in modo migliore, ma per lei è semplicissimo. Essere un eroe per tua figlia può sembrarti una cosa terribilmente difficile, ma in realtà può essere davvero facile. Non c’è bisogno di una laurea in psicologia per proteggerla e darle insegnamenti su sesso, umiltà e su Dio. Significa semplicemente essere un papà.

Non ho scelto a casaccio alcune caratteristiche proprie del papà: ho osservato e ascoltato le figlie per molti anni e ho sentito quello che dicono di te. Ho parlato con una miriade di padri. Ho letto testi di psichiatria, ricerche scientifiche, riviste di psicologia. L’ho fatto per lavoro. Ma ti dirò che nessun articolo, né alcun manuale di patologia, né alcuna istruzione può iniziare a cambiare la vita di una ragazza tanto quanto lo faccia in modo radicale una chiacchierata con suo padre.

Dal punto di vista di tua figlia non è mai troppo tardi per rafforzare la relazione con te. Quindi, fatti furbo. Tua figlia vuole i tuoi consigli e il tuo sostegno; ha voglia e bisogno di un legame intenso con te. E, come sanno tutti i bravi papà, sei tu ad aver bisogno di una relazione profonda con lei.

Questo libro ti mostrerà come rafforzare questo legame oppure come ricostruirlo e come sfruttarlo per migliorare la vita di tua figlia e la tua.