“Parlare di fede in Edith Stein è parlare di vita”

Secondo Sancho Fermín, uno studioso spagnolo della filosofa

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ROMA, lunedì, 26 marzo 2007 (ZENIT.org).- La fede di Edith Stein (1891-1942), copatrona d’Europa, filosofa, carmelitana e martire ad Auschwitz, è una “fede vissuta”.



L’ha sostenuto il Direttore del Centro Teresiano Sanjuanista di Ávila (www.citesavila.org), Francisco Javier Sancho Fermín, nel suo intervento durante il Simposio Internazionale “Fede e mistica nel Carmelo”, conclusosi venerdì scorso al Teresianum (www.teresianum.org) di Roma.

“Edith Stein è una pensatrice, ma soprattutto è una ricercatrice, una donna che non si ferma alla ricerca della vera fede, ma che vuole vivere in conformità con la sua fede. Parlare della fede in Edith Stein è, dunque, parlare di vita”, ha detto il curatore delle opere di Edith Stein in spagnolo.

“Si potrebbe dire che Edith Stein percepisce quello che in fondo è stato il grande bisogno della teologia dopo la scissione dalla vita: il recupero della dimensione esistenziale”, ha aggiunto Fermín, uno dei maggiori esperti del pensiero e della spiritualità della Stein in Spagna.

“Nel caso del martirio di Edith Stein, una comprensione completa è soltanto possibile alla luce dello svolgimento della sua vita, soprattutto dalla presa di coscienza della sua missione di portare la croce”, ha poi aggiunto parlando del martirio di Santa Teresa Benedetta della Croce.

“Il martirio è un percorso di fede, che di fronte alla realtà storica non fugge, ma cerca di dare una risposta profondamente in comunione con Cristo e il suo messaggio”, ha spiegato durante il congresso al Teresianum.

Per il carmelitano scalzo, “l’esperienza di fede di Edith Stein sia di fronte alla verità storica del nazismo, sia di fronte alla realtà dei campi di concentramento, ci aiuta a capire mettendo in rilievo quello che difficilmente riusciamo ad accettare nel nostro percorso di fede: che Dio è il Dio sempre presente nella realtà, anche se questa realtà sembra contraddire tante volte l’immagine del Dio della Provvidenza”.

Secondo il professor Fermín, “la fede vissuta di Edith sottolinea soprattutto, nell’accettare la sua realtà storica, che Dio è ancora ‘scandalo’, non soltanto per gli ‘ebrei’, ma par i cristiani nel mistero della croce non ancora capito nella sua realtà più semplice ed evidente, anche se rimane sempre il ‘mistero’”.

“Il martirio ci mette di fronte alla realtà dell’abbandono sofferto, come quello vissuto da Cristo sulla Croce. Sì, è donazione, frutto della fiducia in Dio, ma è esperienza della notte più oscura che mette alla prova l’autenticità della fede”, ha ribadito.

“La fede vissuta nel martirio non è, pertanto, un momento da contemplare, ma una vita da imitare. La fede di Edith è fede aperta alla Presenza, è vivere nella dinamica del Vangelo, cioè come figli di Dio, e pertanto, in un rapporto che diventa esperienza. Il martirio è la propria vita vissuta in conformità con quello che si crede, con quello che si è”, ha ricordato.

Per Sancho Fermín, “la morte semplicemente diventa così pienezza, partecipazione dell’unica opera di salvezza”.

“Fede, mistica e martirio non possono essere staccati nella vita di Edith; e non dovrebbero essere staccati nella vita cristiana, se questa è una vera vita, alle soglie della presenza e della partecipazione nella stessa vita del Dio Trinità”, ha affermato infine.