Pasqua e sacramento di riconciliazione nella terza Predica di Quaresima

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CITTA’ DEL VATICANO, venerdì 2 aprile 2004 (ZENIT.org).- E’ dal mistero che si scopre la guida morale. E’ la vita contemplativa che alimenta la vita attiva. E’ il Vangelo il vero ‘manuale per confessori’; Il Diritto canonico c'è per servirlo, non per sostituirlo. Così Padre Raniero Cantalamessa, ha svolto la terza ed ultima Predica di Quaresima, il 2 aprile, nella Cappella Redemptoris Mater, alla presenza di Giovanni Paolo II.



Il Predicatore della Casa Pontificia ha spiegato che “siamo al terzo livello di lettura della Scrittura: quello morale che cerca di trarre dalla Pasqua insegnamenti pratici per la vita e i costumi”.

“Non viene prima la morale e poi il mistero, prima le opere e poi la fede, - ha detto Cantalamessa - ma al contrario. Viene rispettato il principio formulato da S. Gregorio Magno: ‘Non si perviene dalle virtù alla fede, ma dalla fede alle virtù’”.

Il predicatore ha poi affrontato il problema del sacramento della Confessione, “moralmente, - ha spiegato - quando l'anima, attraverso la confessione e la contrizione, passa dal vizio alla virtù”.

“Il legame stretto tra Pasqua e confessione - ha precisato Cantalamessa - fu sancito canonicamente dal concilio Lateranense IV del 1215 che prescrisse di confessarsi e comunicarsi almeno a Pasqua” .

“Padri e i dottori della Chiesa hanno riconosciuto all'Eucaristia un'efficacia generale per la liberazione dal peccato. Il sangue di Cristo che in essa riceviamo purifica le nostre coscienze dalle opere di morte", ha affermato il predicatore.

Richiamando l’immagine di Isaia del carbone ardente che purifica le labbra (cfr. Is 6, 6), sant'Ambrogio scriveva: "Quel fuoco era figura dello Spirito Santo che sarebbe disceso dopo l'ascensione del Signore, per rimettere i peccati di tutti e per infiammare, come fuoco, l'anima e la mente dei fedeli" .

”Rinnovare il sacramento nello Spirito vuol dire non vivere la confessione come un rito, un'abitudine, o un obbligo canonico da soddisfare, ma come un incontro personale con il Risorto che ci permette, come a Tommaso, di toccare le sue piaghe, sentire su di noi la forza risanatrice del suo sangue e gustare la gioia di essere salvati", ha sottolineato Cantalamessa.

Rivolgendosi ai sacerdoti il predicatore della casa Pontificia ha detto che: “L'amministrazione della penitenza può diventare per un confessore un'occasione di conversione e di grazia, come lo è per un predicatore l'annuncio della parola di Dio” aggiungendo poi che “Il Vangelo è il vero ‘manuale per confessori’ e che il “Diritto canonico c'è per servirlo, non per sostituirlo”.

Per questo bisogna preoccuparsi “anzitutto che la persona sperimenti la misericordia, la tenerezza e perfino la gioia di Dio nell'accogliere il peccatore”.

Cantalamessa ha poi confessato: “Quanti peccati, mai inclusi nei propri esami di coscienza, si scoprono ascoltando i peccati degli altri!”. E a questo proposito ha raccontato un aneddoto legato a San Leopoldo Mandic (1866-1942), canonizzato a Roma, il 16 ottobre 1983, da Papa Giovanni Paolo II.

Il Santo, infatti, “a qualche penitente più afflitto – ha ricordato Padre Cantalamessa - diceva per incoraggiarlo: ‘Siamo qui due peccatori: Dio abbia pietà di noi!’”.

Per il testo integrale della predica di Padre Cantalamessa: ZENIT, Sezione Documenti