“Per impedire l’estinzione della famiglia bisogna impedire i PACS”, affermano i giuristi cattolici di Pisa

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PISA, mercoledì, 4 ottobre 2006 (ZENIT.org).- Nel corso di un convegno sul tema “Unioni di fatto e patti civili di solidarietà (PACS)”, organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici di Pisa e svoltosi nella città toscana sabato 29 settembre, relatori e convenuti hanno concluso che non vi è necessità di interventi legislativi che favoriscano i PACS e che una tale scelta porterebbe all’estinzione la famiglia naturale.



Intervenendo al convegno, il professor Mauro Paladini – docente di Diritto Civile alla Scuola Superiore di Studi “S. Anna” di Pisa – ha fatto il punto sulle convivenze di fatto e la tutela giuridica dei soggetti più deboli, alla luce dell’attuale assetto normativo e giurisprudenziale dell’ordinamento.

Molte, infatti, sono le disposizioni e le pronunce che si sono occupate delle situazioni “more uxorio”, cioè non formalizzate nel matrimonio pur se caratterizzate da rilevante stabilità nel tempo.

La legge assicura ad esse una certa tutela giuridica: in primo luogo nei rapporti tra la coppia e i soggetti terzi, sia privati che pubblici, come ad esempio il caso di successione del convivente superstite nel rapporto locativo o della possibilità per il convivente di rendersi acquirente di alloggi popolari in caso di indisponibilità dell’altro coniuge assegnatario.

Allo stesso modo, c’è tutela nei rapporti tra gli stessi conviventi, come ad esempio la possibilità di adottare misure di protezione quali l’allontanamento dalla casa “familiare” anche per le situazioni di convivenza, nei casi di violenza, e, infine, nei rapporti verso i figli nati dalla coppia, come la recente normativa sull’affidamento congiunto dei figli in caso di separazione e divorzio estesa anche per i figli di conviventi.

Il professor Paladini ha sollevato perplessità su certe disposizioni che prescindono dal requisito temporale della stabilità, come quella in tema di accesso alle tecniche di fecondazione artificiale anche alle coppie conviventi sulla base della mera autocertificazione degli stessi interessati.

Il docente di Diritto Civile ha concluso affermando che “non vi è necessità di interventi legislativi che regolino la materia delle convivenze ‘more uxorio’, non essendo opportuno introdurre una nuova figura tipica che non solo snaturerebbe il matrimonio in sé, ma contraddirebbe altresì la stessa scelta di coloro che, anziché impegnarsi dinanzi assumendo pubblicamente determinati diritti e relativi doveri verso la futura prole, hanno preferito non sottoporsi ad alcun vincolo”.

Il professor Francesco D’Agostino, presidente dell’ U.G.C.I. (Unione Giuristi Cattolici Italiani) e fino a qualche mese fa del Comitato Nazionale di Bioetica, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Roma, ha esordito constatando un evento “catastrofale” che sta attraversando le società post-moderne, il cosiddetto “demarriage” in lessico francese, ossia il rifiuto sistematico del matrimonio come momento costitutivo della famiglia e fonte puntuale di diritti e doveri verso i figli, a salvaguardia della continuità generazionale e della stessa identità culturale di un popolo.

“Questo fenomeno – ha precisato –, che ha conosciuto rarissimi precedenti nella storia, legati ad eventi del tutto particolari come per esempio durante la dominazione mongola della Russia o nell’esperimento, oggi del tutto abbandonato, dei kibbutz israeliani, ha portato a risultati sempre fallimentari e rischia di condurre, in tempi assai rapidi, all’estinzione demografica di interi gruppi sociali”.

“Bisogna, pertanto, recuperare il vero significato della famiglia – ha sottolineato D’Agostino – come l’unico luogo in cui ciascun soggetto si identifica solo per ciò che egli è (padre, madre, figlio, nonno ecc.), all’interno di una relazione parentale insostituibile”.

Il docente ha spiegato che “ogni tempo e ogni società hanno conosciuto il fenomeno dei rapporti ‘occasionali’ tra sessi, o anche non occasionali, il famoso ‘concubinato’, ma di essi il diritto non si è mai interessato, essendo ciò tendenzialmente estraneo ad una dimensione procreativa, che solo attiene all’istituto familiare fondato sul patto solenne tra un uomo e una donna”.

“La famiglia può e deve coniugarsi soltanto al singolare in quanto unica realtà costituita da due persone di sesso diverso il cui fine primario è la generazione di nuovi individui”, ha ribadito.

Parlando invece delle convivenze, secondo il presidente dell’UGCI, “l’errore di molti è quello di attribuire ad esse un carattere ‘sessuato’ mentre queste possono riguardare anche nuclei di due o più persone, dello stesso sesso come di sesso diverso, legate piuttosto da interessi come l’amicizia, il reciproco sostegno economico (per es. il caso di studenti universitari), ecc., per le quali già esistono strumenti nel diritto comune idonei ad offrire una regolamentazione adeguata ai loro interessi, senza per questo accostare il fenomeno al concetto di famiglia, restando intrinsecamente estraneo alla dimensione procreativa”.

In merito alle rivendicazioni del movimento omosessuale, il docente di Filosofia del Diritto ha precisato che “solo una parte del movimento omosessuale, quella più ideologizzata, invoca il riconoscimento giuridico di queste unioni, ma ciò avviene prevalentemente per un loro desiderio ‘mimetico’, cioè di imitazione della realtà familiare in sé totalmente altra per le ragioni anzidette”.

In termini giuridici, il professor D’Agostino ha sostenuto che “il desiderio, così come anche il mero sentimento è, e deve restare, in sé indifferente per il diritto, chiamato ad intervenire solo in quel particolare contesto che è la famiglia, anche se, come nel caso dell’ unione ‘more uxorio’, non regolarizzata ma avente identici presupposti e, quindi, regolarizzabile”.