Per un'alleanza tra uomo e ambiente

La posizione della Santa Sede in vista del Comitato Preparatorio della Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile Rio+20

| 756 hits

ROMA, giovedì, 14 giugno 2012 (ZENIT.org) - Riportiamo la Position Paper della Santa Sede in occasione della III sessione del Comitato Preparatorio della Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile Rio+20, così come è stata pubblicata da L’Osservatore Romano uscito in serata a Roma.  

1. Introduzione

La Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, Rio+20, rappresenta un’importante tappa di un percorso che ha offerto significativi contributi per una migliore comprensione del concetto di sviluppo sostenibile, così come delle interazioni tra quelli che sono ritenuti i tre pilastri di tale concetto: la crescita economica, la protezione dell’ambiente e la promozione del benessere sociale. Detto percorso è cominciato a Stoccolma nel lontano 1972 e ha vissuto due momenti cruciali a Rio de Janeiro nel 1992, con il cosiddetto Earth Summit, e a Johannesburg nel 2002.

Nell’ambito di questo percorso è emerso un consenso unanime sul fatto che la tutela dell’ambiente passa per il miglioramento della vita dei popoli e, viceversa, che il degrado ambientale ed il sotto-sviluppo sono temi tra loro fortemente interdipendenti e vanno affrontati congiuntamente in maniera responsabile e solidale.

In tutti questi avvenimenti internazionali, la presenza della Santa Sede si è contraddistinta non tanto nel promuovere determinate soluzioni tecniche alle differenti problematiche poste al conseguimento di un corretto processo di sviluppo sostenibile, ma soprattutto nel sottolineare come non possa ridursi a problema “tecnico” ciò che tocca la dignità dell’uomo e dei popoli: non si può, infatti, affidare il processo di sviluppo alla sola tecnica, perché in tal modo esso rimarrebbe senza orientamento etico. La ricerca di soluzioni a dette problematiche non può essere separata dalla nostra comprensione dell’essere umano.

È l’essere umano, infatti, che viene per primo. È bene ricordarlo. È la persona umana ad essere al centro dello sviluppo sostenibile. La persona umana, alla quale è affidata la buona gestione della natura, non può però essere dominata dalla tecnica e divenirne l’oggetto. Una tale presa di coscienza deve portare gli Stati a riflettere insieme sul futuro a breve e medio termine del pianeta, richiamando le loro responsabilità nei confronti della vita di ogni persona, così come delle tecnologie utili per migliorarne la qualità.

Adottare e favorire in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso della dignità di ogni essere umano e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie e tecnologie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino pericolo per l’essere umano devono essere priorità politiche ed economiche. In questo senso, appare necessario rivedere il nostro approccio alla natura, che è il luogo in cui nasce e interagisce l’essere umano, la sua “casa”.

Il cambiamento di mentalità in questo ambito e gli obblighi che ciò comporta devono permettere di giungere rapidamente a un’arte di vivere insieme che rispetti l’alleanza tra l’essere umano e la natura, senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire. Occorre compiere una riflessione seria e proporre soluzioni precise e sostenibili; riflessione che non deve essere offuscata da interessi politici, economici o ideologici ciecamente di parte, che tendono in maniera miope a privilegiare l’interesse particolare rispetto alla solidarietà.

È vero che la tecnica imprime alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato, ma va ribadito il primato dell’essere umano sulla tecnica, senza il quale si rischia uno smarrimento esistenziale e una perdita del senso della vita. Il fatto che la tecnologia corra più in fretta di tutto il resto fa sì che spesso le sedimentazioni dei perché siano sistematicamente travolte dall’urgenza del come e non abbiano quindi il tempo di coagularsi.

È dunque importante arrivare a coniugare la tecnica con una forte dimensione etica fondata sulla dignità dell’essere umano (cfr. Benedetto XVI, in occasione della presentazione collettiva delle Lettere Credenziali di alcuni Ambasciatori, 9 giugno 2011).

In tale prospettiva, va sottolineato come la dignità dell’essere umano sia intimamente collegata ai diritti allo sviluppo, ad un ambiente sano e alla pace; questi tre diritti mettono in luce le dinamiche delle relazioni tra le persone, la società e l’ambiente; ciò stimola la responsabilità di ogni essere umano verso se stesso, verso l’altro, verso la creazione e, in ultima istanza, verso Dio. Responsabilità che chiama in causa l’attenta analisi dell’impatto e delle conseguenze delle nostre azioni, con particolare attenzione ai più poveri e alle generazioni future.

2. La centralità dell’essere umano nello sviluppo sostenibile

È quindi essenziale porre a fondamento della riflessione di Rio+20 il primo principio della Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo, adottata alla Conferenza di Rio de Janeiro del giugno 1992, che, riconoscendo la centralità dell’essere umano, sancisce che «gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto di una vita sana e produttiva in armonia con la natura».

Collocare il bene dell’essere umano al centro dell’attenzione per lo sviluppo sostenibile è, in realtà, la maniera più sicura per il suo conseguimento, così come per promuovere la salvaguardia della creazione; in tal modo, come detto, viene stimolata la responsabilità di ciascuno nei confronti degli altri, delle risorse naturali e del loro giudizioso utilizzo.

D’altronde, partire dalla centralità dell’essere umano e della sua dignità porta ad evitare i rischi derivanti dall’adozione di un approccio riduzionista e inefficace di carattere neo-malthusiano, che vede l’essere umano come ostacolo allo sviluppo sostenibile.

Non vi è opposizione tra essere umano ed ambiente, ma esiste un’alleanza stabile ed inseparabile nella quale l’ambiente condiziona l’esistenza e lo sviluppo dell’essere umano, mentre quest’ultimo perfeziona e nobilita l’ambiente con la sua attività creativa, produttiva e responsabile. È tale alleanza che va rafforzata; un’alleanza che rispetti la dignità dell’essere umano fin dal suo concepimento; e qui è bene ribadire anche che l’espressione “equità di genere” significa l’eguale dignità tra uomini e donne.

3. Necessità di una revisione profonda e lungimirante dello sviluppo

Negli ultimi 4 decenni si sono verificati cambiamenti molto significativi nell’ambito della comunità internazionale, basti pensare agli straordinari progressi nelle conoscenze tecnico-scientifiche che sono state applicate in settori strategici per l’economia e la società come quelli dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni. Progressi straordinari che si scontrano con le distorsioni e i drammatici problemi dello sviluppo di molti Paesi, nonché con la crisi economico-finanziaria che gran parte dell’attuale società sta vivendo.

Queste problematiche interpellano sempre più la comunità internazionale ad una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché ad una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige, in realtà, lo stato di salute ecologica del pianeta; soprattutto lo richiede la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni parte del mondo (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 32).

Partendo da questi presupposti, la Santa Sede, nel contesto del processo di Rio+20, intende soffermarsi in particolare su alcuni aspetti, che hanno chiare ripercussioni etiche e sociali sull’intera umanità.

Un primo aspetto riguarda il fatto che questa ridefinizione di un nuovo modello di sviluppo, alla quale intende contribuire anche Rio+20, deve essere permeata e ancorata su quei principi che sono capisaldi dell’effettiva tutela della dignità umana. Tali principi sono alla base della corretta implementazione di uno sviluppo che abbia una peculiare attenzione nei confronti delle persone in situazioni più vulnerabili e garantiscono quindi il rispetto della centralità dell’essere umano. Detti principi chiamano in causa:

— la responsabilità, pure nei confronti del necessario cambiamento dei modelli di produzione e di consumo affinché siano specchio di un appropriato stile di vita;

— la promozione e la condivisione del bene comune;

— l’accesso ai beni primari, inclusi quei beni essenziali e fondamentali, come il nutrimento, l’educazione, la sicurezza, la pace, la salute; in quest’ultimo caso, va sempre ricordato che il diritto alla salute deriva dal diritto alla vita: l’aborto e la contraccezione sono strumenti che si oppongono gravemente alla vita e non possono essere considerate questioni di salute; la salute riguarda infatti la cura e non meri servizi: questa mercificazione delle cure sanitarie pone le problematiche tecniche al di sopra di quelle umane;

— una solidarietà a dimensione universale, capace di riconoscere l’unità della famiglia umana;

— la salvaguardia del creato, a sua volta connessa con l’equità inter-generazionale; d’altronde, la solidarietà intergenerazionale richiede di prendere in considerazione le abilità delle generazioni future a superare le difficoltà dello sviluppo;

— l’equità intra-generazionale, che è intimamente collegata alla giustizia sociale;

— la destinazione universale non solo dei beni ma anche dei frutti dell’attività umana.

Questi principi dovrebbero fare da collante di quella “visione condivisa” che illumina il cammino di Rio+20 e del post-Rio+20. D’altronde, Rio+20 potrebbe dare un contributo alla ridefinizione di un nuovo modello di sviluppo tanto più significativo quanto più il dibattito che emergerà dalla Conferenza tenderà ad edificare tale modello di sviluppo sui suddetti principi.

4. Il principio di sussidiarietà e il ruolo della famiglia

Un altro principio fondamentale è quello della sussidiarietà, quale rafforzamento di quella governance internazionale dello sviluppo sostenibile, che è uno dei principali oggetti di discussione di Rio+20. Oggi, il principio di sussidiarietà, anche nella Comunità internazionale, è sempre più considerato come strumento regolatore delle relazioni sociali e pertanto è concorrente alla definizione di regole e forme istituzionali.

Una corretta sussidiarietà può consentire ai poteri pubblici, dal livello locale sino alla più vasta dimensione mondiale, di operare in maniera efficace per la valorizzazione di ogni persona, per la salvaguardia delle risorse e per la promozione del bene comune.

Tuttavia, il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 58).

E questo va ancora più rimarcato nelle riflessioni di carattere internazionale come quelle di Rio+20, dove l’attuazione di questi due principi va tradotta nell’adozione di meccanismi volti a contrastare le iniquità esistenti tra e all’interno degli Stati e quindi a favorire: il trasferimento di tecnologie appropriate a livello locale, la promozione di un sistema commerciale globale più equo e inclusivo, il rispetto degli impegni presi nei confronti dell’aiuto allo sviluppo, l’individuazione di nuovi e innovativi strumenti finanziari che pongano al centro della vita economica la dignità umana, il bene comune e la salvaguardia del creato.

Nell’ambito dell’applicazione del principio di sussidiarietà, è importante inoltre riconoscere e valorizzare il ruolo della famiglia, cellula fondante della nostra società umana come sancito dall’Art. 16 della Dichiarazione dei Diritti Umani. Inoltre, essa è l’ultima linea di difesa del principio di sussidiarietà contro i totalitarismi.

È, infatti, nella famiglia che comincia quel fondamentale processo educativo di crescita di ogni persona, nel quale i suddetti principi possono essere assimilati e trasmessi alle generazioni future. D’altronde, è in seno alla famiglia che l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 39).

La discussione sul “quadro internazionale per lo sviluppo sostenibile” dovrebbe essere quindi ancorata ad un principio di sussidiarietà, che valorizzi in pieno il ruolo della famiglia, unito a quello di solidarietà, avendo come elementi fondanti il rispetto della dignità umana e la centralità dell’essere umano.

5. Lo sviluppo sostenibile come parte dello sviluppo umano integrale

Un terzo aspetto che intende promuovere la Santa Sede nel quadro del processo di Rio+20 è il collegamento tra lo sviluppo sostenibile e lo sviluppo umano integrale. Accanto al benessere materiale e sociale devono essere considerati i valori etici e spirituali che orientano e danno significato alle scelte economiche e quindi al progresso tecnologico, visto che ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. La sfera tecnico-economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, nn. 36 e 37).

Certo, questa è una sfida complessa, ma, d’altronde, va sostenuta l’importanza di passare da uno sviluppo meramente economico ad uno sviluppo integralmente umano nelle sue dimensioni: economica, sociale ed ambientale (cfr. Angelus di Giovanni Paolo II del 25 agosto 2002, la domenica precedente l’inizio del Vertice di Johannesburg) che parta dalla dignità di ogni persona.

Ciò vuol dire ancorare sempre più i tre pilastri dello sviluppo sostenibile ad una dimensione etica fondata, appunto, sulla dignità umana. Tale sfida può essere concretamente affrontata nell’avvio di quel processo volto all’individuazione di una serie di “Obiettivi dello sviluppo sostenibile” – Sustainable Development Goals, promuovendo un lavoro di innovazione sulla modulazione di vecchi e nuovi indicatori dello sviluppo nel breve e nel lungo periodo; indicatori capaci di individuare in maniera efficace il miglioramento o meno negli aspetti non solo economici, sociali o ambientali dello sviluppo sostenibile, ma anche in quelli etici, chiamando in causa risorse e bisogni, nonché l’accesso a beni e servizi, sia materiali che immateriali.

6. L’economia verde e lo sviluppo umano integrale

Un quarto ambito di interesse per la Santa Sede riguarda l’economia verde. Come messo in luce dal dibattito svoltosi durante gli incontri preparatori a Rio+20, non mancano preoccupazioni nei confronti di una transizione verso l’“economia verde”. Questo concetto, che fatica a trovare una chiara definizione, potenzialmente potrebbe dare un importante contributo alle cause della pace e della solidarietà internazionali.

È tuttavia importante che sia applicato in modo inclusivo, orientandolo chiaramente alla promozione del bene comune e allo sradicamento locale della povertà, elemento essenziale per il conseguimento dello sviluppo sostenibile. Va altresì accuratamente evitato che l’economia verde dia luogo a nuove forme di “condizionamenti” del commercio e dell’assistenza internazionale, diventando una forma nascosta di “protezionismo verde”.

Ma è altrettanto importante che l’economia verde abbia come focus principale lo sviluppo umano integrale. In tale prospettiva, e alla luce dell’individuazione di modelli di consumo e di produzione appropriati, l’economia verde può diventare uno strumento rilevante per promuovere un lavoro decente, capace di favorire una crescita economica rispettosa non solo dell’ambiente, ma anche della dignità dell’essere umano.

È auspicio della Santa Sede che quanto emergerà da Rio+20 sia considerato non solo un buon risultato ma anche e soprattutto un risultato innovativo e capace di guardare al futuro, contribuendo al benessere materiale e spirituale di tutte le persone, delle loro famiglie e comunità.