Perché 20 Paesi sono contro il Tribunale Europeo e a favore del Crocifisso

Intervista a Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia

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di Jesús Colina

STRASBURGO, mercoledì, 21 luglio 2010 (ZENIT.org).- La sentenza contro il Crocifisso nelle scuole italiane ha suscitato l'opposizione più ampia nella storia del Tribunale Europeo dei Diritti Umani: venti Paesi si sono opposti schierandosi ufficialmente dalla parte dell'Italia.

L'edizione de “L'Osservatore Romano” del 22 luglio spiega i motivi in un articolo scritto da Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia (European Centre for Law and Justice, ECLJ), organizzazione non governativa con sede a Strasburgo impegnata nei confronti della libertà di culto e di pensiero, soprattutto davanti al Tribunale e alle Nazioni Unite.

Puppinck, esperto in libertà religiosa presso le principali istituzioni internazionali, dimostra nell'articolo che l'opposizione alla sentenza si deve a motivi di carattere non solo politico e giuridico, ma anche spirituale.

“Il dibattito attorno alla legittimità della presenza del simbolo di Cristo nella società italiana è emblematico di una precisa volontà di secolarizzare l'Europa”, avverte in questa intervista in cui ripercorre gli argomenti presentati sul quotidiano della Santa Sede.

Iniziamo dalla questione centrale. Che cosa implica la sentenza contro il Crocifisso?

Grégor Puppinck: La questione è stata presentata al Tribunale di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese che nel 2002 aveva chiesto alla scuola pubblica in cui studiavano i suoi due figli, la “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), di togliere i crocifissi dalle aule. La direzione della scuola ha rifiutato ritenendo che il crocifisso faccia parte del patrimonio culturale italiano, e in seguito i tribunali italiani hanno dato ragione a questa argomentazione. Di fronte alla Corte di Strasburgo, la signora Lautsi ha argomentato che l'esposizione del Crocifisso nelle classi dei suoi figli costituirebbe una violazione della loro libertà, e quindi del diritto di ricevere un'educazione pubblica secondo le proprie convinzioni religiose.

Dando ragione alla querelante, il Tribunale ha considerato che la presenza di un simbolo religioso nelle aule scolastiche è una cosa negativa in sé, che non può giustificarsi. Fino a quel momento, la Corte aveva sempre considerato, invece, che gli Stati sono liberi in questo campo, che è necessario rispettare le loro culture e tradizioni e che l'unico limite che non può essere superato è quello di sottoporre gli alunni a indottrinamento o a un proselitismo abusivo.

Per dare una base legale alla sua decisione, la Corte ha creato un obbligo nuovo, per il quale lo Stato sarebbe “tenuto alla neutralità confessionale nel campo dell'educazione pubblica”. In altri termini, la Corte afferma che una società, per essere democratica, deve rinunciare alla sua identità religiosa. L'Italia è ricorsa in appello contro questa decisione presso la Grande Chambre della Corte di Strasburgo. L'appello è stato esposto il 30 giugno scorso e il giudizio della Corte è atteso per l'autunno.

Perché questa sentenza ha suscitato l'opposizione di venti Paesi e il sostegno all'Italia?

Grégor Puppinck: Il caso Lautsi è estremamente importante. È emblematico, poiché mette in gioco la legittimità stessa della presenza visibile di Cristo nelle scuole di Roma, d'Italia e, per estensione, dell'intera Europa. È divenuto un simbolo nel conflitto attuale sul futuro dell'identità culturale e religiosa dell'Europa, un conflitto che oppone i sostenitori della secolarizzazione completa della società e i difensori di un'Europa aperta e fedele alla sua identità profonda. I primi vedono il secolarismo come la soluzione che permette di gestire il pluralismo religioso e il pluralismo come un argomento che permette di imporre il secolarismo. La secolarizzazione non è un fenomeno completamente spontaneo o ineludibile. Procede persino attraverso scelte politiche, come la politica anticlericale della Francia all'inizio del Novecento o quella promossa attualmente dal Governo spagnolo. Lo stesso accade con questa prima sentenza Lautsi, che si basa non solo su argomentazioni giuridiche, ma in primo luogo su un pregiudizio politico.

L'Europa è diversa e solo una minoranza di Stati, come la Francia, ha rinunciato ufficialmente alla propria identità cristiana. Altri sono rimasti fedeli o sono tornati ad abbracciarla, come accade in certi Paesi ex comunisti. Il pluralismo religioso, il cosmopolitismo che serve da paradigma alla riflessione della Corte, è in realtà una finzione estranea alla maggior parte del territorio europeo.

Risulta sempre più evidente che le istituzioni pubbliche dell'Europa occidentale - e la sentenza Lautsi ne è una dimostrazione - hanno fatto la scelta di limitare la libertà religiosa e di imporre una secolarizzazione della società per promuovere un preciso modello culturale in cui l'assenza di valori (neutralità) e il relativismo (pluralismo) sono valori in sé a sostegno di un progetto politico che si vorrebbe post-religioso e post-identitario. Questo progetto politico, in quanto sistema filosofico, pretende di avere il monopolio.

Questa sentenza, però, ha provocato una reazione politica senza precedenti, che nessuno si aspettava...

Grégor Puppinck: In effetti. Mai una decisione della Corte di Strasburgo è stata così contestata, con così tanto vigore, non solo dai credenti, ma anche dalla società civile e da molti Governi. Tre settimane dopo l'udienza dinanzi alla Grande Chambre, è sempre più evidente che è stata riportata una grande vittoria contro la dinamica della secolarizzazione. Se giuridicamente l'Italia non ha ancora vinto, politicamente ha di fatto già riportato una vittoria magistrale. In effetti, finora, non meno di venti Paesi europei hanno manifestato il loro sostegno ufficiale all'Italia difendendo pubblicamente la legittimità della presenza di simboli cristiani nella società e in particolare nelle scuole.

In un primo tempo, dieci Paesi si sono impegnati nel caso Lautsi come “terzi intervenuti” (amicus curiae). Ognuno di questi - Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, Romania, Federazione Russa, San Marino - ha consegnato alla Corte una memoria scritta invitandola a ritornare sulla sua prima decisione. Queste memorie non hanno un valore solamente giuridico, ma sono anche e prima di tutto importanti testimonianze di difesa del patrimonio e dell'identità di questi Paesi dinanzi all'imposizione di un modello culturale unico. La Lituania, ad esempio, non ha esitato a mettere in parallelo la sentenza Lautsi e la persecuzione religiosa che ha subito e che si manifestava soprattutto nella proibizione dei simboli religiosi.

A questi dieci Paesi se ne sono finora aggiunti altri dieci. In effetti i Governi di Albania, Austria, Croazia, Ungheria, ex Repubblica Iugoslava di Macedonia, Moldavia, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina hanno pubblicamente messo in questione il giudizio della Corte e chiesto che le identità e le tradizioni religiose nazionali vengano rispettate. Molti Governi hanno insistito nel dire che tale identità religiosa è all'origine dei valori e dell'unità europea.

Così, con l'Italia è già quasi la metà degli Stati membri del Consiglio d'Europa (21 su 47) a essersi pubblicamente opposta a questo tentativo di secolarizzazione forzata e ad affermare la legittimità sociale del cristianesimo nella società europea. Al di là degli argomenti reali di difesa delle identità, delle culture e delle tradizioni cristiane nazionali, questi venti Stati hanno di fatto affermato e difeso pubblicamente il loro attaccamento a Cristo stesso; hanno ricordato che è conforme al bene comune che Cristo sia presente e onorato nella società.

Questa coalizione, che raggruppa quasi tutta l'Europa centrale e orientale, rivela il persistere di una divisione culturale interna all'Europa; rivela anche che tale divisione può essere superata, come testimonia l'importanza del sostegno all'Italia da parte dei Paesi di tradizione ortodossa.

Questo è un aspetto interessante. Come spiega questo sostegno dei Paesi di tradizione ortodossa?

Grégor Puppinck: L'importanza del sostegno offerto da Paesi di tradizione ortodossa risulta in gran parte dalla determinazione del Patriarcato di Mosca a difendersi contro il progredire del secolarismo. Mettendo in atto la richiesta del Patriarca Kirill di “unire le Chiese cristiane contro l'avanzata del secolarismo”, il metropolita Hilarion ha proposto la creazione di un'alleanza strategica fra cattolici e ortodossi per difendere insieme la tradizione cristiana contro il secolarismo, il liberalismo e il relativismo che prevalgono nell'Europa moderna. Questa analisi è in sintonia con quella fatta dal Papa, che il 24 gennaio 2008 ha detto ai vescovi della Conferenza episcopale di Slovenia che il secolarismo è “diverso ma non meno pericoloso del marxismo”.

Il Consiglio d'Europa, da cui dipende la Corte di Strasburgo, nella sua Carta di fondazione afferma “l'attaccamento incrollabile” dei popoli dell'Europa ai “valori spirituali e morali che sono il loro patrimonio comune”. Questi valori spirituali e morali non sono di natura privata; essi sono costitutivi dell'identità religiosa dell'Europa e riconosciuti come fondanti il progetto politico europeo. Come il Papa ha ricordato di recente, il cristianesimo è la fonte di questi valori spirituali e morali. L'alleanza di questi ventuno Paesi indica che è possibile costruire il futuro della società europea su questo fondamento, al prezzo di una riflessione lucida sul modello culturale occidentale contemporaneo e nella fedeltà cristiana. L'Europa non può affrontare il futuro rinunciando a Cristo.