"Perché cadiamo, Bruce? Per imparare a rialzarci"

Il ritorno di Batman esalta il contagio del bene

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di Laura Cotta Ramosino

ROMA, domenica, 2 settembre 2012 (ZENIT.org).- Sono passati otto anni da quando Bruce Wayne ha deciso di addossare al suo alter ego Batman le colpe di Harvey Dent e appendere maschera e mantello al chiodo. Gotham sembra pacificata, anche grazie al decreto sicurezza creato in memoria del defunto procuratore, ma una nuova minaccia si avvicina nei panni di Bane, crudele mercenario, terrorista anarchico dall’agenda misteriosa.

Tutto comincia con uno spettacolare colpo alla sede della Borsa, ma molto di più si agita nei sotterranei della città. Spinto dal commissario Gordon, Bruce decide di indossare nuovamente la maschera: si troverà ad affrontare la prova più grande della sua vita e le sue paure più profonde. Ma non sarà solo…

Il regista/sceneggiatore Nolan resta perfettamente coerente con quell’idea di “eroismo collettivo”, di “contagio del bene”, che ha messo al cuore della sua mitologia fin dall’inizio. L'eroe non deve combattaere da solo le forze del male ma è realmente efficace solo nella misura in cui può dare un esempio

Il film non tocca la quasi assoluta perfezione del suo predecessore (e qua e là qualche sospetto “buco” di sceneggiatura si trova) resta comunque un gran bel film, sia dal punto dei contenuti, sempre profondi, mai banali, generosi nei confronti dell’intelligenza e del cuore degli spettatori, sia della spettacolarità

A quattro anni dal tragico e profondo Cavaliere oscuro, Christopher Nolan affronta l’ultimo capitolo della sua trilogia su Batman (da tempo aveva detto che non ci sarebbero state altre pellicole, con buona pace dei fan) e soprattutto una schiera ormai planetaria di spettatori pronti ad osannarlo in caso di successo, ma anche a prendersela con lui in caso di fallimento.

Ebbene, se questo Ritorno non tocca la quasi assoluta perfezione del suo predecessore (e qua e là qualche sospetto “buco” di sceneggiatura si trova) resta comunque un gran bel film, sia dal punto dei contenuti, sempre profondi, mai banali, generosi nei confronti dell’intelligenza e del cuore degli spettatori, sia della spettacolarità (come il precedente il film rifiuta saggiamente il 3D ma è pensato per il formato IMAX, ormai piuttosto diffuso in America, meno da noi).

Uno degli aspetti più affascinanti della poetica di Nolan (che al solito, firma, oltre che la regia, anche la sceneggiatura, insieme al fratello) è la sua capacità di intessere e trasfigurare in racconti di straordinaria invenzione le problematiche più scottanti del mondo in cui viviamo.

Qui non sfuggono gli espliciti riferimenti alle rivolte anticapitaliste tipo Occupy Wall Street (proprio nella spettacolare azione alla Borsa di Bane e compagni), al dibattito sul cosiddetto “uno percento” (che sarebbe la percentuale di superricchi che si gode una parte spropositata delle ricchezze del pianeta a discapito degli altri), agli eccessi della legislazione sulla sicurezza.

Non mancano richiami storici più alti e lontani, come l’assalto alla prigione con la liberazione dei criminali lì detenuti che ricorda la presa della Bastiglia agli albori della Rivoluzione Francese, e i tribunali “folli” con lo Spaventapasseri a fare da giudice a riecheggiare tanti tribunali rivoluzionari e sanguinari, fossero quelli dei giacobini, della Russia comunista o della Cina maoista.

Un cineasta meno abile si sarebbe fatto schiacciare tra l’incudine della realtà e il martello della fantasia mentre Nolan, forse uno dei pochi registi epici ancora in circolazione, riesce a mantenere l’equilibrio di una narrazione che ha sempre un orizzonte di grandezza e osa confrontarsi con la dimensione più alta dell’umano, a costo piegarsi sotto questo peso.

L’inizio del film, in effetti, richiede impegno e concentrazione, anche perché, senza abbandonare i personaggi che il pubblico già conosce, Nolan ne introduce molti altri che hanno un ruolo fondamentale: l’avversario letale Bane, la ladra acrobatica e misteriosa Selina Kyle (che mai viene chiamata Catwoman, anche se il suo abito di “lavoro” prevede degli occhiali che danno l’impressione delle orecchie feline), la generosa ecologista Miranda Tate, e soprattutto il giovane poliziotto John Blake, una sorta di giovane alter ego di Bruce che condivide con lui un passato doloroso di orfano.

In questo film, del resto, Bruce si confronta con una molteplicità di mentori (positivi e negativi) che lo accompagnano in questa ultima e dolorosa parte del suo percorso esistenziale. Già presenti in passato il maggiordomo Alfred (che pure commette qualche importante errore di giudizio), l’ingegnere Lucius Fox e l’acciaccato commissario Gordon, ma del tutto nuovi il suo avversario Bane, e il giovane e idealista Blake.

In un ritorno circolare e niente affatto inaspettato, poi, la figura centrale di questo percorso di crescita torna ad essere il padre di Bruce, il milionario mite, idealista e indifeso che viene a riproporre il messaggio centrale della trilogia proprio nell’ora più buia: “Perché cadiamo Bruce? Perché possiamo imparare a rialzarci”.

Nelle stesse parole di Nolan, il “progetto Batman” per Bruce Wayne non è mai stato quello di creare un vendicatore potentissimo in grado di combattere da solo il male che sempre risorge dalle sue ceneri, ma di “dare un esempio” cui altri potessero ispirarsi per dare il proprio contributo alla salvezza.

L’errore, semmai, di Bruce e del commissario Gordon, è stato quello di voler sostituire a un eroe vero, il Cavaliere Oscuro, con tutte le sue debolezze e contraddizioni, un “cavaliere bianco”, il defunto Dent, che era in realtà un mito menzognero.

E sulle radici marce della menzogna nulla di buono può crescere: anche metaforicamente, quindi, non è un caso che l’attacco a Gotham nasca dal profondo delle gallerie della metropolitana, e dai tunnel delle fogne dove i diseredati della società si rifugiano.

Nolan mostra tutta la sua sfiducia nell’ideologia, sia quella pacificatoria e volonterosa di chi desidera un mondo sicuro e libero dal Male (come Gordon e chi governa Gotham), sia quella “rivoluzionaria” che promette di ridare la città alla gente e – peccato mortale - gioca con la speranza, parla di libertà e offre arbitrio, e finisce per preparare un’apocalisse senza redenzione.

Di fronte ad un mondo che sembra incapace di liberarsi del male (o del Male) il dilemma, per Nolan, rimane sempre lo stesso: perdere la speranza e optare per il nulla e l’annientamento o sporcarsi le mani e tentare di cambiarlo, ma mai da soli.

In un film che trae il titolo dal suo protagonista, infatti, c’è da dire che Batman occupa uno spazio modesto (anche se c’è Bruce Wayne con le sue dolorose scoperte, la sua caduta, morte e “risurrezione”, e il riferimento cristologico non è casuale), ma questo del resto è perfettamente coerente con quell’idea di “eroismo collettivo”, di “contagio del bene”, che Nolan ha messo al cuore della sua mitologia fin dall’inizio.

Ricordiamo come anche nel Cavaliere oscuro la scelta fondamentale non fosse quella di Batman ma quella degli anonimi ostaggi che decidevano, nel tragico dilemma imposto dal Joker, di non far trionfare la logica del “mors tua vita mea”.

È solo così che anche per un eroe resta aperto il desiderio non solo di essere capaci di fare il proprio dovere fino alle estreme conseguenze, ma anche di poter essere felici e in pace, nel modo più semplice (una famiglia, dei bambini), come nel sogno che ad un certo punto Alfred racconta a Bruce.

Solo così si potrà dire: Batman è morto, viva Batman.

Titolo Originale: The Dark Knight Rises
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan
Produzione: SYNCOPY, LEGENDARY PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 164
Interpreti: Christian Bale, Tom Hardy, Joseph Gordon-Levitt, Anne Hathaway, Marion Cotillard, Morgan Freeman, Michael Caine 

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