Perchè credere ancora? Il Papa risponde

Intervista con Paolo Fucili, vaticanista, autore del libro "Credere ancora? La fede secondo Benedetto XVI"

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di Cesare Davide Cavoni

ROMA, martedì, 23 ottobre  2012 (ZENIT.org) - I cristiani di inizio terzo millennio si preoccupano troppo delle conseguenze sociali e politiche del loro impegno e troppo poco della fede, come fosse un presupposto ovvio e scontato. Memore del monito lanciato più volte dal Papa, Paolo Fucili ripercorre in brevi 64 pagine i primi sette anni di magistero pontificio di Joseph Ratzinger, seguendo il filo rosso degli immutabili “perché" che risvegliano nell’uomo il senso religioso.

Il risultato è “Credere ancora? La fede secondo Benedetto XVI”, appena stampato per la Elledici, un agile opuscolo che del Papa tedesco ha fatto propria l’inconfondibile attitudine a puntare dritto al cuore di ogni questione. Indagata col piglio divulgativo del vaticanista Fucili, il libro altro non è che l’abc di un cristianesimo spogliato di tutto quanto inessenziale.

Dall’incrocio tra le misteriose dinamiche del credere e spunti di analisi del vissuto religioso contemporaneo, emerge un nitido ritratto della fede professata dalla Chiesa come da un lato domanda impossibile da eludere, per l’uomo raggiunto dall’annuncio cristiano della buona novella; dall’altro, contraddizione e rottura con lo spirito di ogni tempo e le inadeguate categorie umane di ‘divino’.

Di tutto questo ZENIT ne ha parlato con l’autore, nella breve intervista che riportiamo di seguito.

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La fede esige per sua natura un sì sicuro. Invece in “Credere ancora? La fede secondo Benedetto XVI” spicca già nel titolo un vistoso punto interrogativo. Perché?

Fucili: Perché l’intima essenza della fede è tensione, aspirazione, domanda impossibile da soddisfare solo con “carne e sangue”, per citare il Vangelo della confessione di Pietro, vale a dire la nostra umanità. Il cristianesimo è appunto l’“incredibile” racconto di Dio che facendosi uomo ci è venuto incontro ‘coprendo’ la parte di strada che fino ad allora mancava. Ma Dio si propone, non si impone con la violenza né a noi stessi, né agli altri. Credere è il supremo esercizio della facoltà per cui siamo davvero fatti a immagine e somiglianza di Dio: la libertà.

Ma piuttosto che la conoscenza mediata da un libro, per spiegare ad un’altra persona cos’è la fede non è meglio la testimonianza concreta della vita?

Fucili: La conoscenza della fede non è asettica acquisizione di nozioni, come si trattasse di una materia qualsiasi. Si conosce solo ciò che si ama, diceva sant’Agostino. E anche Pascal, citato una volta da Benedetto XVI, invitava un amico dubbioso a fare prima quello che fa un credente, per capire poi come sia vera e logica la fede. Come per dire: per essere davvero cristiani prima viene la pratica, poi la teoria. L’obiezione contenuta della domanda è sicuramente fondata, pensando al rischio dell’intellettualismo della fede. Ma io personalmente considero più rischiose altre tendenze, per il cattolicesimo di oggi, la fede della gente: il sentimentalismo, ridurre tutto cioè ad un vago sentimento; l’individualismo, il fai da te della religione che inesorabilmente scivola nel famoso “Cristo sì, Chiesa no”; la sudditanza culturale verso altre ideologie e visioni della vita, come se il cristianesimo, fuori dalle chiese, non avesse nulla di originale da dire sulle questioni reali e pratiche della vita, personale e sociale. Come non vedere, di fronte a questo panorama, quanto sia al contrario urgente conoscere un po’ meglio ciò in cui crediamo e che la Chiesa ha da dire?

Conoscerai pure le famose parole del cardinale Ratzinger, nell’ultima omelia da porporato: “avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, è spesso etichettato come fondamentalismo...”

Fucili: Quando nel vissuto di una cultura, come la nostra occidentale, non c’è più cittadinanza per l’idea di una verità superiore, che non sottostà alle opinioni mutevoli della massa o di un parlamento, allora ogni fede, non necessariamente religiosa, è fondamentalismo. Ma è scritto nel DNA della fede cristiana l’essere “segno di contraddizione” dunque anche in questo nebuloso presente che ci è dato di vivere; contestata talora, ma mai perciò irrilevante, per parafrasare una celebre espressione del cardinale Ruini. Ma la fede cristiana, torno al discorso di prima, presenta anche un altro fondamentale tratto: non è ‘possedere’ la verità, ma ‘aspirare’ alla verità, ‘ricerca’, ‘tensione’ che diviene persino tormento, quando la fede vacilla. E’ capitato anche a santi eccezionali come madre Teresa di Calcutta, abbiamo appreso di recente. E a pensarci bene è assolutamente salutare che sia così, lo dice anche papa Ratzinger, perché chi crede non finisca per ‘appropriarsi’ di Dio e persino far violenza ad altri in suo nome.