Perché la nostra fede in Dio si stanca troppo facilmente?

Invece di lamentarci interiormente con Dio, gridiamo a Lui giorno e notte, con la certezza che non ci farà attendere

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 965 hits

La fede è una fiamma che facilmente tende a spegnersi a causa dei tanti venti contrari che soffiano su di essa. Il modo più efficace per mantenere acceso questo fuoco è quello di perseverare nella vita di preghiera. Senza un dialogo profondo e sincero con Gesù Cristo, la nostra fiducia in Lui si affievolisce, perché la debolezza della nostra natura umana è sempre incline a volgere le spalle al nostro Dio per seguire gli idoli di questo mondo. Per evitare di correre il rischio di cadere nella più grande sventura che ci possa capitare, la perdita totale della nostra fede, l’evangelista Luca riporta una parabola di Gesù che fa riferimento ad una situazione reale per far capire il legame tra la fede e la vita quotidiana.

“Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:” (Lc 18,1)

Questa introduzione costituisce già un primo grande insegnamento ed anche un richiamo amorevole.

Pregare sempre, senza stancarsi sono parole molto esigenti. Noi normalmente pensiamo che pregare gran parte della giornata sia una stile di vita che appartiene alle persone consacrate, ai monaci, alle suore di clausura. Invece questa parabola è indirizzata a tutta la comunità dei credenti, laici e consacrati, che vivono la costante attesa della venuta finale del Signore. Quindi il pregare deve essere sempre legato all’attesa constante per il ritorno del Signore. E questo deve essere fatto senza stancarsi, perché la stanchezza porta alla sfiducia, la sfiducia conduce alla disperazione, e la disperazione produce inoperosità e pigrizia spirituale.

La parabola viene riportata per far luce sulla situazione di oppressione e sfiducia delle prime comunità cristiane scoraggiate per il ritardo del ritorno del Signore.

«C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».  (Lc 18, 2-5)

La vedova simboleggia gli oppressi del popolo, coloro che sono derubati anche dai rappresentati religiosi: [gli scribi] divorano le case delle vedove (Lc 20, 47).

Il giudice è simbolo di coloro che esercitano il potere terreno con ingiustizia e insensibilità verso i poveri. L’assenza di fede in Dio non è mai senza conseguenza verso le relazioni con gli uomini. Non temere Dio si traduce automaticamente in assenza di riguardo per ogni essere evidente, e soprattutto verso coloro che non possono offrire nulla in cambio per il favore ricevuto. Quando la giustizia terrena viene amministrata senza la luce della fede, gli ultimi della società vengono privati anche dei loro diritti fondamentali.

Alla vedova non resta che utilizzare l’unica arma a sua disposizione: l’insistenza. Essere importuna per la vedova si traduce nel recarsi quotidianamente al tribunale per chiedere udienza al giudice. Ella non dispone di mediatori facoltosi che possano intercedere a suo favore per accordare la data del processo o per avere favoritismi nella sentenza finale di giudizio.

Essa, con la sua insistenza, deve riuscire ad entrare nell’ufficio giudiziario e parlare direttamente con il giudice affidatario della sua causa. Possiamo facilmente immaginare quante volte si sarà recata inutilmente al tribunale e si sarà sentita dire: “il giudice è impegnato, provi a tornare domani”.

Ma la vedova ha perseverato, ogni giorno bussava alle porte del cuore indurito di quel giudice per avere udienza e per essere ascoltata nelle sue ragioni.

Questo atteggiamento della donna è quello che l’evangelista Luca chiede ai membri della sua comunità, quando ogni giorno bussano alle porte del cuore di Dio nei loro momenti di preghiera. Esso è, pertanto, un invito a non scoraggiarsi, ma a perseverare nel chiedere insistentemente senza mai stancarsi.

Questa donna è l’incarnazione dell’invito che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. (Lc 11,9-10)” . Quello che va chiesto con insistenza nella preghiera è prima di tutto lo Spirito Santo (Lc 11,13). E’ Lui che ci fa essere perseveranti, è Lui che rende efficace la nostra preghiera, è Lui che intercede presso il Padre a nostro favore.

E questa insistenza produce il vantaggio anche di far desistere dal compiere l’ingiustizia coloro che vivono nell’iniquità. La perseveranza non solo riesce a far esaudire la propria richiesta, ma produce anche frutti di giustizia da parte di coloro che per loro volontà non avrebbero compiuto nessuna azione di bene. In questo modo, anche i giudici iniqui potranno presentare davanti al tribunale di Dio almeno una “opera buona”.

Il commento finale alla parabola è molto esplicativa:

E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,6-8)

La vedova ha atteso un lungo tempo prima di essere esaudita dal giudice disonesto. Dio, il giudice buono, farà giustizia molto prontamente. E’ da notare che viene usato il verbo al futuro, non al presente, per indicare che è prevista un attesa. La giustizia di Dio non è come quella del mondo. Dio ha una visione universale della giustizia: Egli desidera ardentemente che ogni uomo giunga alla salvezza, e così tutti possano entrare nel regno dei cieli. Quindi, l’attesa per Dio ha un valore salvifico, perché suscita la conversione sia per gli oppressi, perché sono spinti a rimanere inginocchiati a piedi di Dio, sia per gli oppressori perché sono invitati a convertirsi, alla verità, alla gratuità e alla giustizia.

La questione che Dio pone è semplice: al mio ritorno, che tarda ad arrivare, voi avrete conservato la fede capace di piegare i vostri nemici a compiere la volontà del Padre? Avrete custodito e accresciuto questa fede, oppure vi sarete lasciati prendere da mormorazioni, lamentazioni, sfiducia verso un Dio che sembra non intervenire promettendo un suo intervento rimandato troppo nel tempo? 

Invece di lamentarci interiormente con Dio, gridiamo a Lui giorno e notte, con la certezza che non ci farà attendere a lungo. E quando arriverà l’intervento di Dio, lo sapremo riconoscere, oppure non saremo capaci di vederlo, perché ci aspettavamo un’azione diversa?

Il prontamente di Dio non è il prontamente come lo pensiamo noi, ma è un subito che è legato all’eternità. Dio interviene perché vuole aprirci le porte del cielo già da ora, e questo avviene quando Gesù Cristo ci concede ogni giorno di seguirlo, rinnegando i desideri egoistici del nostro “io”, e portando, con il suo aiuto, sempre la nostra croce (Lc 9,23)