Perché, per essere cristiani, è necessario andare a Messa?

Intervista a don Ricardo Reyes Castillo, autore di "Lettere tra cielo e terra", manuale di facile lettura per riscoprire il valore fondamentale dell'esperienza eucaristica della Messa

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 1919 hits

A volte da una chiacchierata a cena tra amici può nascere un frutto benefico per tutta l’umanità. E' bastata una semplice domanda di un cattolico non-praticante sull’importanza della Messa, perché don Ricardo Reyes Castillo, sacerdote di Grenoble, incardinato a Roma, desse il via ad un lungo epistolario in cui, grazie ai suoi studi al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma, spiegasse perché, per essere cristiani, è fondamentale vivere l’Eucarestia. Il risultato è “Lettere tra Cielo e Terra”, volume suddiviso in dodici lettere, scritto in un linguaggio accessibile e rivolto a credenti e non per aiutarli a riscoprire il valore della Messa e la bellezza di Dio.

Il libro, già alla sua seconda edizione con Cantagalli, verrà presentato dal card. Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto divino, e da padre Giuseppe Midili, O. Carm., direttore dell’Ufficio Liturgico Vicariato di Roma, lunedì 15 aprile, alle 21, nella Parrocchia di San Roberto Bellarmino (la parrocchia di cui era titolare il cardinale Bergoglio). ZENIT ha intervistato l’autore.

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Don Ricardo, raccontiamo innanzitutto come è nata l’idea di questo libro….

Un mio amico avvocato, un uomo molto istruito, di buona cultura, un giorno mi ha detto: “Ricardo, io ho studiato in istituti cattolici, conosco la Messa a memoria, ma ho una difficoltà di coerenza nell’andare a Messa, perché mi trovo a dire tante parole o fare tanti gesti di cui non so il vero significato. E per me le parole e i gesti hanno un peso; io non posso andare davanti a un Giudice e dire o fare qualcosa che non abbia una intenzione ben precisa”. Allora mi sono proposto di spiegargli ogni singola parola o gesto della Messa attraverso brevi messaggi via e-mail, diventati poi vere e proprie lettere che hanno preso infine la forma di un libro.

Qual è il messaggio o, se vogliamo, la sfida che lancia questo libro?

Che il vero rinnovamento liturgico passa attraverso l’educazione liturgica. Secondo me, oggi non bisogna soffermarsi sui grandi concetti, considerando anche il fatto che la cultura in cui viviamo non è più una cultura cristiana o di fede. Bisogna ripartire dalle basi: cosa significa nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Cosa vuol dire ‘Che il Signore sia con voi’? Concretamente le formule recitate durante la Messa cosa hanno a che fare con la nostra vita? Nel libro ho cercato di rispondere a tali quesiti attraverso 12 lettere, in cui ho mantenuto tre punti: la parte della Liturgia in questione, un brano della Scrittura e la mia esperienza personale.

Qual è la sua esperienza personale?

Mi riferisco soprattutto a quello che ho vissuto nell’ultimo anno in cui ho scritto il libro. Esperienze di gioia e di dolore che appaiono continuamente nelle varie lettere: dalla morte di uno dei miei più cari amici, fino alla pastorale nella parrocchia di San Basilio, una zona molto difficile di Roma, dietro il carcere di Rebibbia, caratterizzata da problemi di droga e delinquenza, ma allo stesso tempo da una ricca di umanità. Convivere con questi disagi, mi ha fatto capire che c’è bisogno di tornare alle cose essenziali. Ho avuto la conferma vedendo tanta gente della Parrocchia, gente umile, che ha letto il libro e lo ha compreso, ha trovato delle risposte, è stata aiutata a vivere meglio la celebrazione. Questo mi ha consolato molto.

Sarà merito anche del linguaggio semplice utilizzato nel libro. Ha trovato difficoltà nel rendere fruibili temi così complessi per un pubblico non solo di studiosi e specialisti?

Di certo, non è stato un lavoro facile. Oltre alla richiesta del mio amico, il libro nasce anche dalla ‘sfida’ che il card. Cañizares mi ha lanciato dopo la discussione della tesi di Dottorato in Sacra Liturgia al Sant’Anselmo. Il cardinale mi ha detto: “Bravo, ora però devi ‘tradurre’ tutto quello che hai scritto nella tesi e portarlo agli uomini e le donne di oggi”. In questo lavoro, mi sono stati d’aiuto i miei studi, ma anche opere di autori come Luis e Tolkien che nei loro libri hanno tradotto grandissimi concetti della nostra fede in un linguaggio attraente per la gente comune. Credo che sia molto importante, soprattutto oggi, introdurre il cristiano a certe nozioni che sono alla base della sua fede. Io ho cercato di farlo, evitando però un linguaggio ‘infantile’, ma seguendo piuttosto lo stile di un manuale, un manuale ‘semplice’ che si può leggere tutto d’un fiato e che, al contempo, è uno strumento di approfondimento.

Uno stile che ricorda quello delle omelie e dei discorsi di Papa Francesco: essenziali, brevi, efficaci, ricchi di contenuti. Cosa pensa lei di questo Papa?

Sono molto grato a Dio per il Papa. È una ventata di speranza che mi ha dato personalmente un desiderio di ripartire, di ricominciare. Mi incoraggia anche la gioia che grazie a Lui vedo nella gente, nei miei parrocchiani, la quantità di persone che vengono a confessarsi perché “il Papa ha detto che Dio è misericordioso”. Penso, però, che dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo per conoscerlo meglio e capire qual è il suo vero “stile”. Anche dal punto di vista liturgico...

Il suo precedente volume trattava il tema de “L’unità nel pensiero liturgico di Joseph Ratzinger”. Vede aspetti di continuità tra i due Pontefici, in particolare dal punto di vista liturgico?

Quello che ci ha lasciato la Liturgia di Ratzinger, non è la modalità, ma l’equilibrio. Benedetto XVI ha aperto una finestra verso alcuni aspetti come, ad esempio, la dimensione escatologica dell’Eucarestia, questo “cielo che si apre”, o il concetto dell’orientamento, cioè quanto sia importante pregare verso Oriente. Ma anche il crocifisso sull’altare, il latino e via dicendo. La grandezza di Ratzinger, però, è stata nell’illuminare l’importanza di questi aspetti, senza pretendere di dover tornare ad essi, ma solo di riscoprirne il valore per utilizzarli nelle modalità attuali. Papa Francesco ora sta portando tutto quello che il suo predecessore aveva introdotto ad una dimensione di semplicità. Ma una cosa non nega l’altra: bisogna uscire da quella visione dualistica della liturgia "o riformista o tradizionalista". La liturgia è ampia, è questa la sua bellezza, e noi dovremmo essere in grado di leggere la bellezza della semplicità liturgica che ci sta dando papa Bergoglio, senza pensare che sia forzatamente opposta alla bellezza offerta da Ratzinger. Anzi, credo proprio che il grande insegnamento di Benedetto XVI - nonostante fosse considerato da molti tradizionalista - ci abbia preparato ad accogliere la genuinità di papa Francesco.

Lei, nel libro, parla molto della sofferenza, affermando che è evidente quanto l’uomo di oggi soffra, “basta salire su una metro in una qualsiasi città europea”, colpa anche di una dilagante scristianizzazione e crisi di fede. Che risposta dà il volume a questo?

La risposta è che bisogna tornare all’Eucarestia, che è il cuore della nostra fede, la fonte e il fine del nostro essere cristiani. In fondo, noi siamo chiamati ad essere Eucarestia vivente, ad essere uomini e donne capaci di spezzarsi per gli altri. Quindi, dobbiamo ritornare a scoprire questo nutrimento spirituale. È nel vivere l’Eucarestia che noi viviamo. Non è una cosa in più che potrebbe aiutare, è l’esigenza primaria del cristiano di oggi, oltre che uno dei doni che il Signore ci ha lasciato e che dobbiamo vivere fino in fondo, altrimenti non viviamo il nostro Battesimo, ma viviamo‘spaccati dentro’.

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