"Perché tanta gioia?" (seconda parte)

Intervista con il vicario del patriarcato di Gerusalemme, padre David Neuhaus, S.I., convertito dall'ebraismo

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ROMA, venerdì, 24 febbraio 2012 (ZENIT.org) - Pubblichiamo in traduzione italiana la seconda ed ultima parte dell’intervista con il vicario del patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica, padre David Neuhaus, S.I., realizzata da Mark Riedemann per Where God Weeps (Dove Dio piange) in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre. La prima parte è stata pubblicata martedì 21 febbraio.

Lei è il vicario del patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica in Israele. Può raccontarci in cosa consiste questo vicariato e qual è la visione di questa comunità cattolica?

Padre David Neuhaus: Nel 1955, una pia associazione chiamata L’Opera di San Giacomo fu fondata in Israele, con lo scopo di assistere le migliaia di cattolici lì sbarcati, di solito parenti di famiglie ebraiche, in seguito alle grandi ondate di immigrazione partite soprattutto dall’Europa. In generale si trattava di ebrei sposati con donne cattoliche. Alcuni dei loro figli erano stati battezzati, quindi si è sentita la necessità di una presenza pastorale tra questa gente. Molto rapidamente queste persone sono diventate parte integrante della società israeliana di lingua ebraica e, quindi, per definizione, non hanno trovato il loro posto nella chiesa a maggioranza di lingua araba. Questa comunità è diminuita nel corso degli anni; è una sfida enorme essere cattolico in una società israeliana ebraica di lingua ebraica. È diminuita soprattutto a causa dell’assimilazione, in particolare perché non siamo stati in grado di mantenere i nostri giovani, cattolici praticanti, che sono spariti assimilandosi gradualmente alla società secolare. Ci sono state ulteriori enormi ondate di immigrazione, di lingua russa, ma non solo, anche di grandi gruppi di lavoratori stranieri, di rifugiati ed ultimamente, di cristiani arabi che per motivi economici si stanno trasferendo in città ebraiche dove i loro bambini – tutti i bambini dei gruppi sopramenzionati - sono integrati nelle scuole di lingua ebraica, e quindi parlano l’ebraico come prima lingua.

L’ebraico è ovviamente una caratteristica identificante della tradizione ebraica. Come gli ebrei reagiscono al vostro lavoro? Con animosità?

Padre David Neuhaus: Penso che, a causa della peculiarità di una comunità cattolica o qualsiasi comunità cristiana che prega in ebraico, la prima reazione non è di animosità, ma di shock; lo shock di ascoltare la Messa celebrata in ebraico, lo shock di sentire cristiani parlare della loro fede in ebraico. Abbiamo una pagina web attiva e anche lì la lingua principale per comunicare tra di noi e la lingua principale per comunicare con la società più ampia è l’ebraico. A volte lo shock si trasforma in ostilità e cerchiamo di comprenderla partendo dalla profonda identificazione con il dolore del popolo ebraico alla luce dei secoli di animosità cristiano-ebraica e la sofferenza attraverso i secoli in modo di cercare di non reagire e di agire con comprensione, pazienza e amore per il popolo ebraico. Così continuiamo la nostra esistenza, insistendo molto sul fatto che siamo parte integrante della società. Noi celebriamo in ebraico e discutiamo in ebraico. Stiamo ora pubblicando i nostri libri di catechismo in ebraico e, grazie a Dio, abbiamo la libertà di farlo.

La comunità ha membri che sono ebrei?

Padre David Neuhaus: Tra gli immigrati, alcuni sono anche ebrei. Va precisato che, poiché non facciamo proselitismo, non abbiamo un gran numero di membri ebrei che sono venuti a Cristo attraverso la nostra attività. Più spesso, sono ebrei che hanno incontrato Cristo da qualche altra parte e considerano la nostra comunità la loro casa. Abbiamo pochissime conversioni: ognuna è molto particolare e ha una storia particolare nella vita della nostra comunità, ma con molta sensibilità cerchiamo di permettere ai nostri cattolici, siano di origini ebraiche o no, di trovare un’espressione della loro fede e di inculturarsi nella società in cui viviamo, in altre parole, di essere sensibili alla lingua, alle tradizioni, alle feste, ai costumi culturali delle tradizioni ebraiche che definiscono la vita società israeliana di lingua ebraica.

Lei ha un legame particolare con il lavoro che fa. Si può dire che il suo ruolo è stato in qualche modo prestabilito?

Padre David Neuhaus: Sto ancora lottando con questo progetto, perché nei primi nove anni della mia vita sacerdotale sono stato professore di Sacra Scrittura nel seminario e pensavo che quella fosse la mia vocazione. Mi piace molto l’insegnamento delle Scritture e questo diventa evidente nel modo in cui organizzo la comunità. Non sono sicuro. Lascio decidere Dio. Quale sia il futuro di questa particolare missione, lo lascio a Lui.

Che tipo di sostegno istituzionale Lei ha in seno alla comunità per sostenere il suo lavoro?

Padre David Neuhaus: Non abbiamo scuole e, ad essere onesti, stiamo ancora discutendo se dobbiamo averne, perché una delle sfide per noi è quella di non vivere in un ghetto, di non creare troppe istituzioni che ci separino dalla società in generale. Stiamo parlando di un piccolo numero. Stiamo parlando di una società che è ricca e che ha istituzioni molto, molto buone – scuole, ospedali - per questo non c’è alcun motivo per creare proprie istituzioni. Ma la sfida, naturalmente, c’è, e per il nostro vicariato particolare si tratta della più grande sfida: come trasmettere la fede da generazione in generazione Come possiamo farlo integrati nella società, quando la pressione della società laica è molto, molto forte? Crediamo che dobbiamo lavorare molto, molto duramente, per permettere ai nostri figli di sperimentare la nostra fede e probabilmente l’unico modo per realizzare questo è creare oasi di gioia, oasi di pace.

Come vede Lei il suo posto all’interno della comunità cattolica?

Padre David Neuhaus: Dobbiamo essere integrati nella Chiesa locale e questo, di sicuro, non è sempre semplice a causa del conflitto politico nel Paese. Ebraicofoni ed arabofoni sono spesso divisi dalla politica. La Chiesa è chiamata a dare testimonianza del fatto che in Cristo non ci sono confini. Gli ostacoli scompaiono in Cristo e noi siamo uno nel suo corpo. Questo è un argomento molto importante per me personalmente. Quando sono arrivato in questa terra, conoscevo già l’ebraico. Ho cominciato ad imparare l’arabo. Sono stato integrato nella vita della Chiesa di lingua araba da sempre e in particolare da quando sono diventato sacerdote – sono professore di un seminario in lingua araba - e così anche qui penso che siamo chiamati ad incarnare un’alternativa alla realtà che vediamo fuori, dove c’è un abisso tra arabi ed ebrei. Nella Chiesa, penso che abbiamo bisogno di dare voce alla possibilità di essere davvero uniti in pace perché Egli è la nostra pace; se Lui non è la nostra pace, diamo una testimonianza povera.

Lei ha descritto il suo ruolo all’interno dell’ambiente ebraico. Come è la situazione nell’ambiente arabo: sta “seduto tra due sedie”?

Padre David Neuhaus: Mi piace pensare di stare seduto tra due sedie. Dobbiamo lavorarci su. Vorrei fare riferimento a quanto è accaduto poco tempo fa durante il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, dove ho fatto testimonianza della nostra piccola comunità e numerosi vescovi sono venuti a dirmi quanto fossero felici di conoscere questa comunità tanto piccola e sconosciuta. Ancora una volta, il nostro ruolo non è politico. Il nostro ruolo è proprio quello di dare testimonianza del fatto che anche la nostra piccola comunità sta dando testimonianza del Signore risorto nella terra che era storicamente era la Sua. Lo facciamo in piena comunione con i nostri fratelli e sorelle arabe, anche se, di nuovo, la politica forse ci divide.

Negli ultimi 20 anni, decine di migliaia di immigrati sono arrivati dall’ex Unione Sovietica. Lei ha detto in precedenza che senz’altro c’erano molti ebrei tra di loro, ma che molti cristiani sono venuti come parenti. Come ha influito ciò sul suo lavoro?

Padre David Neuhaus: Bene, abbiamo certamente nuovi membri. Come Lei sta dicendo giustamente, la grande maggioranza delle decine di migliaia di cristiani all’interno dell’ondata di quasi un milione di nuovi immigrati in Israele, è infatti ortodossa e ha portato alla creazione di piccole ma vivaci comunità ortodosse e comunità di rito bizantino ovunque in Israele. Loro continuano la loro vita di fede, spesso molto discretamente e quasi di nascosto, perché molte di queste persone sono arrivate in Israele come ebrei e poi, una volta in Israele, hanno proclamato la loro fede cristiana. Allo stesso tempo, è anche vero che molti russofoni, che erano di fatto cristiani, non hanno trovato il loro posto in Israele quando si sono resi conto che anche in Israele non ci sono istituzioni o strutture per sostenere la vita cristiana. Molti di coloro che erano in realtà cristiani sono ritornati ai Paesi di provenienza o hanno continuato sulla loro strada verso altri Paesi occidentali. E così abbiamo perso anche un certo numero di quelle famiglie che hanno deciso che Israele non era per loro.

Qual è il suo messaggio per cristiani ed ebrei?

Padre David Neuhaus: Penso che il primo messaggio sia un messaggio di speranza. Speriamo che, proprio come ebrei e cattolici, dopo secoli di rapporti molto traumatici, sono entrati in una nuova era, che questo possa anche essere il futuro del Medio Oriente. Dobbiamo lavorare molto - sia pregare molto e lavorando molto - per la riconciliazione. E abbiamo bisogno del sostegno del mondo. Il mondo deve sia incoraggiarci sia aiutarci a rendere interessante per noi trovare le vie per aprire una nuova era in Medio Oriente, un’era in cui tutti i popoli trovano la loro casa a Gerusalemme e, per estensione, in tutto il Medio Oriente. La regione sta attraversando un momento molto difficile e questo momento è stato frutto di eventi accaduti negli ultimi 100-150 anni, che ha fatto dimenticare quanto possa essere ricca la società mediorientale. Basta pensare che un secolo fa c’erano cristiani, ebrei e musulmani di ogni genere che vivevano in una comunità che apprezzava molto più profondamente la ricchezza del pluralismo rispetto a noi oggi. Credo che abbiamo bisogno di costruire un ponte tra il passato, che era molto più pluralista, ad un futuro che, si spera, sarà molto più pluralista.

Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per Where God Weeps, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network, in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.

In rete:

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Aiuto alla Chiesa che soffre Italia: www.acs-italia.glauco.it

Where God Wheeps: www.wheregodweeps.org

[Traduzione dall’inglese a cura di Paul De Maeyer]