"Perché tutti siano uno" (Prima parte)

La fede in Cristo come fermento di unità. L'intervento di monsignor Piero Coda al convegno internazionale "La primavera della Chiesa e l'azione dello Spirito"

Roma, (Zenit.org) | 636 hits

Offriamo di seguito la prima parte dell’intervento di monsignor Piero Coda, preside dell’Istituto Universitario Sophia a Loppiano – Incisa in Val d’Arno (FI), al convegno internazionale "La primavera della Chiesa e l'azione dello Spirito", svoltosi nei giorni scorsi a Roma presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

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1. Chiesa che cosa dici di te stessa?”, e cioè qual è per grazia e ha da mostrarsi con incisività, nell’oggi della storia, la tua identità e la tua missione? in questa domanda Paolo VI riassumeva il compito cui era chiamato a dar parola il Concilio Vaticano II. Con folgorante e densa sintesi, il Concilio vi rispondi sin dall’incipit della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium: “La Chiesa è, in Cristo, come il sacramento, e cioè il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano”.

La Chiesa sacramentum unitatis. E ciò nel contesto drammatico e sfidante della svolta epocale che l’umanità sperimenta nel tempo periglioso ma insieme – per il soffio inesausto dello Spirito di Cristo – promettente, della fine della modernità e dell’annuncio di qualcosa di nuovo e di grande. Così la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes:

«L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creative dell’uomo, su di esso si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e agire sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche nella vita religiosa» (n. 4).

Tanto che oggi più che mai vale per la Chiesa – come scrive Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte – l’invito che sempre di nuovo le viene dal suo Signore: “Duc in altum, prendi il largo” (cf. Lc 5,4; Nmi,1).

Non sorprende – anche se umanamente era del tutto inatteso – che in questo preciso contesto storico ed ecclesiale, lo Spirito Santo abbia donato alla Chiesa un carisma che essa stessa ha riconosciuto come “carisma dell’unità”. E cioè come un dono, di luce e di vita, per servire con un apporto specifico e originale – insieme a tutti gli altri, antichi e recenti –  l’identità e la missione della Chiesa di Cristo oggi quale essa appunto è: sacramentum unitatis.

Chiara Lubich così ne descrive l’imprevisto sbocciare, come di un dono e di una chiamata dall’Alto, nel 1943 a Trento:

«È la guerra. Siamo alcune giovani e io – in un ambiente buio, forse una cantina [per ripararsi dai bombardamenti]. Leggiamo al lume di candela il Testamento di Gesù, la sua preghiera per l’unità. Lo scorriamo tutto. Quelle parole difficili sembrano illuminarsi, a una a una. Abbiamo l’impressione di comprenderle. Avvertiamo, soprattutto, la certezza che quella è la “magna charta” della nostra nuova vita e di tutto ciò che sta per nascere attorno a noi.

Qualche tempo dopo, consce della difficoltà, se non della impossibilità di mettere in pratica un tale programma, ci sentiamo spinte a chiedere a Gesù la grazia d’insegnarci il modo di vivere l’unità.

Inginocchiate attorno a un altare, offriamo a lui le nostre esistenza perché con esse – se crede – egli la possa realizzare. È la festa di Cristo Re. Ci colpiscono le parole della liturgia di quel giorno: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal 2,8).

Abbiamo fede e chiediamo.

Più tardi collegheremo, con gioia e meraviglia, questi episodi e la nostra aspirazione all’unità con l’enciclica che Pio XII, proprio nel 1943, anno di nascita del nostro Movimento, ha lanciato al mondo: la Mystici Corporis.

Nel nostro cuore una cosa è chiara: l’unità è ciò che Dio vuole da noi. Noi viviamo per essere uno con lui e uno fra noi e con tutti. Questa splendida vocazione ci lega al Cielo e ci immerge nella fraternità universale»[1].

2. Ma che cos’è una carisma nella vita della Chiesa, che cosa specifica oggi questo carisma per la Chiesa, qual è lo stile di educazione e di testimonianza e annuncio della fede che esso propizia?

Hans Urs von Balthasar, uno dei giganti del pensiero teologico del ventesimo secolo, nella sua Teo-logica descrive i carismi che, lungo i secoli, illustrano e dispiegano, per impulso dello Spirito, la luce di Cristo nel quale risplende al mondo la Parola di Dio che «carne si è fatta» (Gv 1,14), come sguardi saettanti «verso il centro della Rivelazione»[2].

Grazie ad essi gli occhi del cuore e della mente si fanno capaci di penetrare più a fondo, attingendovi sempre nuove e più efficaci energie di vita e progettazione storica, nell’originario e progrediente dono attraverso il quale Dio, in Cristo, comunica agli uomini la sua stessa vita che è luce per gli uomini (cf. Gv 1,4).

Chiara, come ho accennato, nel momento più oscuro del secondo conflitto mondiale, accoglie e si lascia interiormente plasmare da quel raggio di luce e di vita che presto porterà il nome di carisma dell’unità. Da subito irradiandolo attorno a sé, e così dando vita alla prima comunità dei Focolari[3].

Quest’evento assume rilevanza simbolica di portata persino universale – quale prodromo prima e poi quale conseguenza del Vaticano II – come attesta la rapida, benché sempre discreta, diffusione e dei Focolari nel mondo. Accade infatti nel momento in cui la disintegrazione dell’equilibrio spirituale, culturale e sociale su cui sino ad allora s’era retta l’umana convivenza, e che si palese nella tragedia bellica, si fa spazio sofferto, aperto e desiderante nel cuore di una giovane assetata di verità e di amore. In esso germoglia, e prende rapidamente figura, un Ideale cristiano che è schiettamente evangelico nella sua origine e nella sua intenzionalità e che, proprio per questo, è da cima a fondo universale: ut unum sint – «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi uno in noi» (Gv 17,21).

Quest’Ideale, per Chiara, nel contesto della notte oscura “epocale” e “collettiva”[4] in cui, in quegli anni, piomba l’umanità, non è un fatto solo spirituale né si cristallizza in una mera utopia. Diventa principio di una storia e di una evangelizzazione nuova: perché nasce dalla condivisione sincera della vertiginosa piaga in cui pare risucchiata, nei gorghi paurosi della guerra e dell’odio, la vicenda dell’umanità. Per capovolgerla dal fondo più fondo, calandovisi dentro per amore. Chiara, infatti, intende assumerla e attraversarla, questa piaga, nella sequela appassionata di Gesù che, nella fede del Padre e per amore dei fratelli, s’è calato non solo nella carne viva della storia ma persino nel buio dolorante dell’assenza d’ogni senso e della separazione da Dio e dai fratelli. Per riaccendervi la luce della speranza e operarvi la grazia della riconciliazione.

Nel gennaio del 1944, ella è affascinata dalla scoperta della piaga nascosta che ferisce l’anima del Cristo quando, affisso al legno della croce, fatto voce del “perché?” d’ogni creatura, lancia angosciato illancinante grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cf. Mc 15,34; Mt 27,46). È la stessa piaga che, in quegli anni, calámita l’anelito di verità e giustizia di uomini e donne – penso a Dietrich Bonhoeffer ed Edith Stein, Simone Weil e Pavel Florenskij – che sperimentano in tutta la loro spietata crudezza le conseguenze rovinose di quella morte di Dio che si rovescia ineluttabilmente nell’agonia e nella morte dell’uomo.

Nella piaga e nel grido di Gesù, che in sé raccoglie le piaghe e le grida che salgono dal «rovescio della storia»[5], Chiara ritrova non solo il centro verso cui rivolgere lo sguardo, ma di più – direi – il centro da cui dischiudere uno sguardo capace di storia nuova. A qualche anno appena dalla conclusione della seconda guerra mondiale, nell’estate del 1949[6], verga una pagina in cui con limpidezza ed energia è descritto il focus di questo sguardo nuovo – eppure antico come il Vangelo – sulla realtà che è custodito dalla Chiesa:

«Ho un solo Sposo sulla terra: Gesù Abbandonato: non ho altro Dio fuori di Lui. In Lui è tutto il Paradiso con la Trinità e tutta la terra con l’umanità».

(La seconda parte segue domani, domenica 19 maggio)

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NOTE

[1] C. Lubich, Due facce di una sola medaglia, in Id., La dottrina spirituale, Città Nuova, Roma 20092, pp. 52-65, qui p. 53. [Originalmente pubblicato in C. Lubich, L’unità e Gesù abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, 19989, pp. 50-69.]

[2] H.U. von Balthasar, Teo-logica, vol. III: Lo Spirito della verità, tr. it., Jaca Book, Milano 1992, p. 22: «Grandi carismi come quelli di Agostino, Francesco, Ignazio possono ricevere donati dallo Spirito sguardi nel centro della rivelazione, sguardi che arricchiscono la Chiesa in modo quanto mai inaspettato e tuttavia perenne. Sono ogni volta carismi in cui intelligenza, amore e imitazione sono inseparabili. Si riconosce di qui che lo Spirito spiegatore è a un tempo divina sapienza e divino amore, e in nessun caso pura teoria, ma sempre anche prassi vivente. Un ultimo tratto è tipico per lo Spirito: egli diffonde la divina pienezza nell’infinito, ma solo sempre in modo da unificarla sempre di nuovo e di più».

[3] Cf. in proposito gli studi di B. Callebaut, Tradition, charisme et prophétie dans le mouvement international des Focolari. Analyse sociologique, Nouvelle Cité, Bruyères-le-Châtel 2010, e di L. Abignente, Memoria e presente. La spiritualità del Movimenti dei Focolari in prospettiva storica, Città Nuova, Roma 2010, di taglio storico-teologico. Significativa anche la delineazione, a più voci e sotto più profili, del contesto ecclesiale, culturale e sociale del tempo (con riferimento soprattutto alla città di Trento) in A. Leonardi (ed.), Comunione e innovazione sociale. Il contributo di Chiara Lubich, Città Nuova – Università degli Studi di Trento, Roma 2012.

[4] Giovanni Paolo II ha descritto proprio in questi termini la qualità spirituale e culturale del nostro tempo. Egli, rievocando in Spagna la figura e la dottrina di San Giovanni della Croce («dottore della Chiesa perché grande maestro della verità viva su Dio e sull’uomo»), riferendosi all’interpretazione data da quest’ultimo al grido dell’abbandono lanciato da Cristo verso il Padre sulla croce, ha detto: «La notte oscura, la prova che fa toccare il mistero del male ed esige l’apertura della fede, acquista a volte dimensioni di epoca e proporzioni collettive», ed ha ravvisato una simile notte oscura epocale e collettiva «nell’abisso di abbandono, nella tentazione del nichilismo, nell’assurdità di tante sofferenze fisiche, morali e spirituali» che piagano l’uomo contemporaneo. Per questo, ha concluso, «anche il cristiano e la stessa Chiesa possono sentirsi identificati con il Cristo di San Giovanni della Croce, al culmine del suo dolore e del suo abbandono», per dischiudere al mondo contemporaneo nella fede, nella speranza e soprattutto nell’amore, dall’interno stesso di questa notte oscura, l’alba di una nuova resurrezione (cf. Omelia, Segovia, 4 novembre 1982, n. 7). Chiara, riferendosi a questo discorso, ha utilizzato un’espressione simile, negli ultimi anni della sua vita, per descrivere la prova che si è oggi chiamati ad attraversare per riaccendere la luce della risurrezione nel carne viva della cultura contemporanea: cf. C. Lubich, Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturale, in “Unità e Carismi”, (2007/n. 3-4), p. 6ss.

[5] La formula esprime la storia di dolore, ingiustizia e miseria di molti, a partire dalla quale, troppo spesso, è stata ed è costruita la storia di successo, progresso e ricchezza di pochi: cf. G. Gutiérrez, La forza storica dei poveri, tr. it., (Biblioteca di teologia contemporanea, 40) Queriniana, Brescia 1981, parte IV: La prospettiva dal rovescio della storia, pp. 209-287.

[6] Sul significato dell’estate del ’49 nella storia di Chiara e dei Focolari si veda, in particolare, il volume frutto dello studio della Scuola Abbà, Il Patto del’49 nell’esperienza di Chiara Lubich. Percorsi interdisciplinari, (Studi della Scuola Abbà, 1) Città Nuova, Roma 2012. Questo evento è narrato, in sintesi pregnante, da Chiara stessa nel racconto pubblicato dalla rivista “Nuova Umanità”, Paradiso ‘49 (XXX [2008/3], 177, pp. 285-296).