Perdonanza celestiniana: una celebrazione della misericordia di Dio, non un rito di folklore

In 20mila ieri, nella Basilica di Collemaggio de L'Aquila, per celebrare la 720esima edizione della festa del Perdono indetta nel 1294 da Celestino V, presieduta dal cardinale Ennio Antonelli

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 252 hits

Erano in 20mila i fedeli presenti ieri a L’Aquila, riuniti in uno dei luoghi simbolo del terremoto che ha deturpato il volto di questa ridente città: la Basilica di Collemaggio. Tutti e 20mila erano in attesa ieri di vedere la Porta Santa aprirsi per dare ufficialmente inizio alla 720ma edizione della Perdonanza celestiniana e ricevere quindi l’indulgenza plenaria.

Così prevede infatti la Bolla del Perdono emanata da Celestino V nel 1294, con cui il Papa concesse l’indulgenza a chiunque, nella festa del Martirio di San Giovanni Battista, confessato e comunicato, entrasse nella basilica dai vespri del 28 agosto a quelli del 29. Così, da secoli, questa celebrazione è divenuta un appuntamento imperdibile per tutte le persone che credono e necessitano la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i propri peccati.

Per la sesta volta consecutiva, questa festa del perdono si è celebrata poi nel capoluogo abruzzese. Forse un modo per impregnare della misericordia divina tutte quelle spaccature, rovine e macerie che ancora segnano la città, causate dal violento sisma che, nemmeno cinque anni fa, il 6 aprile 2009, uccise 309 persone e ne ferì oltre 1500.

A presiedere il rito c’era ieri il cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che nella sua omelia ha parlato appunto della misericordia che Dio ci offre gratuitamente. “Noi, però, per riceverla – ha precisato - dobbiamo essere umili, riconoscerci peccatori, essere misericordiosi con gli altri uomini, nostri fratelli. Non possiamo riconciliarci con Dio, se non partecipiamo alla sua vita che è amore, se non condividiamo i suoi sentimenti, la sua misericordia verso tutti”.

È questo, in fin dei conti, il senso della Perdonanza, che è un sacramento, la celebrazione del primato della forma più alta di giustizia - la misericordia di Dio, appunto - non un “rito folkoristico o di costume”. Lo ricordava sempre Papa Celestino, l’unico Papa dimissionario prima di Benedetto XVI, raccomandando di non dimenticare il rimprovero del Signore al suo popolo, per mezzo del profeta Isaia, citato nella prima lettura: “Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore?”.

“San Pietro Celestino ci chiama a celebrare la Perdonanza con una reale conversione del cuore, con nuovi atteggiamenti e comportamenti, personali, ecclesiali, sociali”, ha proseguito il porporato. Egli “ci sollecita a entrare per la porta santa, non tanto nella basilica”, ancora purtroppo “disastrata e inaccessibile”, ma piuttosto “nella comunità ecclesiale e nella comunità civile, con forte spirito di responsabilità, solidarietà e operosa collaborazione”.

Allo stesso tempo, il santo Pontefice ci esorta con lo stesso “affetto appassionato” di San Paolo nella seconda Lettura, che scriveva ai cristiani di Corinto: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. “Siamo noi che diventiamo nemici di Dio con il peccato – ha sottolineato infatti Antonelli - Egli, da parte sua, è sempre nostro amico”.

Allora, “lasciatevi riconciliare!”. “Addirittura – ha osservato il cardinale - sembra che sia Cristo a pregare noi e che senta bisogno del nostro amore, più di quanto noi non sentiamo bisogno del suo”. Ha ragione allora Papa Francesco che, fin dai primi giorni del suo pontificato, ha ripetuto che “Dio mai si stanca di perdonare”, ma “siamo noi che a volte ci stanchiamo di chiedere perdono”.

Quindi la prima risposta da parte nostra deve essere “totale affidamento” e “fiducia incrollabile”. Perché celebrare la Perdonanza non è altro che “accogliere la misericordia di Dio, viverla e trasmetterla agli altri”, ha rimarcato Antonelli. Ed è importante farlo insieme. “Insieme – ha aggiunto infatti – avete sofferto il terremoto; insieme avete avuto paura; reciprocamente vi siete prestati aiuto nelle necessità”. E insieme “presto risorgerete, se saprete collaborare, con impegno sincero, anche con sacrificio, nella società civile e nella comunità ecclesiale”.

In quest’ottica la Porta Santa, aperta al termine della Messa, diventa immagine di Cristo, simbolo di speranza che conduce verso il Padre e la vita eterna, ma anche – ha concluso il cardinale – “verso un futuro prossimo di ricostruzione e di progresso”.