Perdono e riconciliazione, nonostante le ferite ancora sanguinanti del genocidio

A pochi giorni dal 20° della tragedia, il Papa riceve in udienza i vescovi del Rwanda e li incoraggia ad essere una Chiesa "in uscita" attenta al dolore della popolazione e impegnata in una "riconciliazione nazionale"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 319 hits

È difficile rimarginare certe ferite. Soprattutto se provocate da un genocidio, come quello del Rwanda, che vent’anni fa, nel 1994, ha ucciso oltre un milione di persone. Eppure la Chiesa può e deve farcela, con la forza della fede e della preghiera, a superare i pregiudizi e le divisioni etniche e ad avanzare sul cammino della riconciliazione.

Questo, in sintesi, il discorso di Papa Francesco ai vescovi rwandesi ricevuti in udienza stamane, in Vaticano, al termine della visita ad limina, e a pochi giorni dal 20° anniversario dell’orribile genocidio. Il Pontefice parte proprio da lì, da quelle piaghe che ancora sanguinano per il ricordo di una barbarie che ha sterminato metà della popolazione. E assicura la sua vicinanza e preghiera per questo dolore e per tutto il popolo rwandese, “senza distinzione di religione, di etnia o di scelta politica”.

A vent’anni di distanza, però, la priorità della Chiesa della Perla d’Africa non deve essere il rammarico o la vendetta, sottolinea Bergoglio, bensì “la riconciliazione e la cura delle ferite”. “Il perdono delle offese e la riconciliazione autentica”, afferma il Papa, potrebbero sembrare “impossibili in un’ottica umana”, invece sono “un dono che è possibile ricevere da Cristo, attraverso la vita di fede e la preghiera”.

Certo, ha riconosciuto, non è una strada facile, né breve: “Il cammino è lungo e richiede pazienza, rispetto reciproco e dialogo”. Ma i vescovi sono chiamati a “perseverare in questo impegno”, incrementando le numerose iniziative già poste in essere in questi anni.

“La Chiesa è impegnata nella ricostruzione di una società rwandese riconciliata”, assicura poi il Santo Padre. Ed insiste ancora con i presuli ad andare “risolutamente avanti” su questa strada, mossi dal dinamismo della fede e la speranza cristiana. “Solo stando uniti nell’amore – rimarca - possiamo fare in modo che il Vangelo tocchi e converta i cuori in profondità”.

Per compiere questa missione, però, è necessario che “la Chiesa parli ad una sola voce, manifesti la sua unità e riaffermi la comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro”. Il riferimento del Papa va alle divisioni che il conflitto ha provocato all’interno della stessa Chiesa. Nonostante il tempo trascorso, ancora aleggiano accuse e dilemmi mai sopiti circa il ruolo della Chiesa durante il genocidio. È vero che oltre 300 preti, suore e anche alcuni vescovi, furono uccisi, ma è anche verso che molti personaggi ecclesiastici si resero complici del genocidio, tanto da finire sotto processo. Ed è vero anche che le divisioni etniche si sono profondamente installate anche dentro la comunità cristiana.

Per tutto questo, il Papa richiama ad una “riconciliazione nazionale”, che permetta anche “di rinforzare le relazioni di fiducia tra la Chiesa e lo Stato”. Come avvenne 50 anni fa per le relazioni diplomatiche tra Rwanda e Santa Sede, che celebrano mezzo secolo di buoni rapporti il prossimo 6 giugno. “Un dialogo costruttivo e autentico con le autorità – sottolinea il Papa - non potrà che favorire l’opera comune di riconciliazione e ricostruzione della società sui valori della dignità umana, della giustizia e della pace”.

L’invito del Pontefice è quindi ad essere “una Chiesa in uscita”, una Chiesa “che “prende l’iniziativa”. In tale prospettiva, è fondamentale anche l’impegno nel campo dell’educazione e della formazione spirituale, umana e intellettuale, soprattutto dei giovani, sia i laici che i futuri sacerdoti. “L’educazione della giovinezza è la chiave dell’avvenire in un Paese dove la popolazione si rinnova rapidamente”, rimarca il Pontefice.

E passa in rassegna tutte le fasce della società per cui riserva un posto speciale nelle sue preghiere e nel suo cuore. Quindi, gli anziani, gli orfani, i malati, ma anche coloro che operano negli Istituti religiosi, dedicandosi a chi è segnato dai traumi, fisici e morali, della guerra. Come pure i laici coinvolti nella vita della “Comunità ecclesiale di base”, nei movimenti e nelle opere di carità.

Un pensiero speciale, Bergoglio lo indirizza infine alle famiglie rwandesi che – afferma – sono oggi “minacciate dal processo di secolarizzazione”. Ai vescovi raccomanda quindi di non far mai mancare la loro presenza. E, al termine dell’udienza, affida tutti alla protezione della Vergine di Kibeho, la Madonna che si dice sia apparsa più volte in Rwanda per parlare al mondo intero.