Perplessità relative all’uso del preservativo

La scienza mette in dubbio la sua efficacia come strumento per arginare l’Aids

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NAIROBI, sabato, 3 giugno 2004 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica è stata da tempo criticata per essersi opposta alla promozione del preservativo come parte dei programmi di prevenzione dell’Aids e delle campagne sul “sesso sicuro”. Tuttavia, se la Chiesa si oppone ai preservativi, questo non significa che essa non si curi del problema dell’Aids. Lo scorso anno, il Ministro della sanità del Kenya, Charity Ngilu, ha lodato la Chiesa per il suo impegno nel combattere l’HIV e l’Aids, secondo quanto riportato dal “Catholic Information Service for Africa” il 17 agosto 2003.



Ngilu ha lodato la Chiesa cattolica che si è incentrata su tre aree chiave: la prevenzione attraverso l’accrescimento della consapevolezza e il cambiamento nel comportamento; la cura e il trattamento delle persone che convivono con l’HIV /Aids; e il sostegno sociale ed economico alle persone infette e affette da quel flagello.

Inoltre, recenti informazioni hanno dato evidente ragione alla saggezza della scelta della Chiesa di rifiutarsi di appoggiare la diffusione del preservativo. Nell’edizione di marzo della rivista “Studies in Family Planning” è stata pubblicata un’ampia rassegna della letteratura scientifica sull’argomento del preservativo.

Nel loro articolo "Condom Promotion for AIDS Prevention in the Developing World: Is It Working?", Norman Hearst, professore presso la University of California, e Sanny Chen, epidemiologa del San Francisco Department of Health, osservano che “misurare l’efficacia del preservativo è quasi impossibile”. Tuttavia, afferma l’articolo, una cifra normalmente accettata per indicarne l’efficacia è il 90%.

Ma questo non è sufficiente per considerare il preservativo efficace nella prevenzione dell’Aids. Ad esempio, osserva l’articolo, “in molti Paesi dell’Africa sub-sahariana, i tassi di trasmissione dell’HIV si sono mantenuti alti nonostante l’ingente ricorso all’uso del preservativo”. Gli autori ammettono che “non è ancora emerso un chiaro esempio di un Paese che abbia ottenuto un regresso di un’epidemia generalizzata, principalmente attraverso la promozione del preservativo”.

Il noto successo dell’Uganda nella riduzione degli alti tassi di incidenza dell’Aids è dovuto ad un programma finalizzato a ritardare l’attività sessuale tra gli adolescenti, alla promozione dell’astinenza, ad incoraggiare la fedeltà verso un singolo partner, e all’uso del preservativo. La promozione del preservativo era l’ultimo elemento in ordine di importanza, osserva l’articolo.

Hearst e Chen hanno spiegato che il maggiore ricorso al preservativo non è stato l’elemento che ha procurato la riduzione nella diffusione dell’Aids tra la popolazione dell’Uganda. “La causa principale del crollo nell’incidenza dell’Aids in Uganda è stato il consistente calo nel numero dei partner sessuali occasionali”, hanno scritto gli autori. L’articolo inoltre individua la riduzione nel numero dei partner sessuali come causa anche del calo nei tassi di incidenza dell’HIV tra le donne di alcune parti dello Zambia e della Tanzania.

In un altro articolo, un gruppo di esperti sull’HIV ha sottolineato l’esigenza di attribuire maggiore importanza ai cambiamenti nel comportamento sessuale. “È evidente”, sottolinea un articolo apparso nell’edizione del 10 aprile del “British Medical Journal”, che “non vi sarebbe alcuna pandemia globale di Aids se non fosse a causa della molteplicità dei partner sessuali”. L’articolo era intitolato "Partner reduction is crucial for balanced 'ABC' approach to HIV prevention" [“La riduzione del numero dei partner è decisiva per un equilibrato approccio di base alla prevenzione dell’HIV”].

Gli autori hanno spiegato che un alto numero di partner sessuali è “un elemento determinante nella diffusione delle malattie sessualmente trasmesse”. Inoltre, la trasmissione dell’HIV è facilitata dalla presenza di altre infezioni sessuali, che a loro volta sono propagate attraverso la molteplicità dei partner.

L’articolo inoltre osserva che mentre il preservativo era stato considerato l’elemento responsabile della riduzione degli alti livelli di infezione di HIV, in realtà il loro utilizzo era stato accompagnato da un impressionante calo nel numero dei partner sessuali.

Riguardo alla campagna in Uganda, gli autori affermano che è difficile dimostrare un nesso causale diretto tra la promozione della monogamia e il calo nei tassi di HIV, anche se “appare verosimile che questa sia stata determinante per il suo successo”.

L’articolo osserva che, nonostante sia evidente come la riduzione nei partner e la monogamia possano ridurre la diffusione dell’HIV, molti programmi dedicano scarsa attenzione a questi mezzi. “Noi crediamo che sia indispensabile iniziare ad introdurre (e a valutarne rigorosamente la portata) messaggi che incoraggino alla fedeltà reciproca e alla riduzione nel numero dei partner, nell’ambito delle attività già avviate e finalizzate al cambiamento dei comportamenti sessuali”, hanno rilevato gli autori.

Non è poi così sicuro

Dubbi sono stati inoltre sollevati sull’affidabilità dei preservativi nell’ambito dei programmi sul “sesso sicuro”. Negli Stati Uniti vi sono più di 15 milioni di casi l’anno di malattie sessualmente trasmesse, secondo il Dr. Joe McIlhaney Jr., presidente del Medical Institute for Sexual Health, una organizzazione senza fini di lucro con sede ad Austin, Texas.

Scrivendo nell’ “Atlanta Journal-Constitution” lo scorso 22 agosto, McIlhaney osserva che le conseguenze scaturenti dal ricorso ai preservativi possono essere gravi. Una tra le più diffuse malattie sessualmente trasmesse, il papillomavirus umano (HPV), è responsabile di più del 90% dei casi di cancro cervicale che nel 2001 ha procurato la morte di circa 4.100 donne negli Stati Uniti.

“Sulla base della scienza e unicamente della scienza, vi è solo una conclusione da trarre: il preservativo non rende il sesso sufficientemente sicuro”, ha affermato McIlhaney. “Mentre il preservativo può ridurre una parte del rischio, spesso lascia gli individui vulnerabili al contagio con le malattie sessualmente trasmesse”.

Le sue tesi hanno ottenuto conferma in un rapporto del Federal Centers for Disease Control and Prevention, trasmesso al Congresso degli Stati Uniti qualche mese fa. Il direttore dei Centri, il Dr. Julie Gerberding, ha affermato che il modo migliore per evitare l’HPV “è avere un solo partner non infetto”, ha riportato il “Washington Times” lo scorso 3 febbraio.

Il documento raccomanda che le persone che non hanno un rapporto monogamo dovrebbero ridurre il numero dei partner sessuali. Il rapporto inoltre osserva che gran parte degli studi dimostrano che il preservativo non impedisce la diffusione dell’HPV.

Stranamente silenziosi

La promozione dell’astinenza ha ottenuto anche l’avallo di un lungo articolo pubblicato il 13 giugno sul supplemento domenicale del New York Times “Magazine”. L’articolo scritto da Helen Epstein, una ricercatrice in visita al Center for Health and Wellbeing della Princeton University, rileva che molti sforzi diretti ad arginare la diffusione dell’HIV hanno ottenuto risultati deludenti.

Epstein ha spiegato che aver ignorato la necessità di promuovere la fedeltà nelle relazioni sessuali “può ben aver pregiudicato gli sforzi diretti a combattere l’epidemia”. Ha inoltre osservato che “i documenti programmatici del Governo, i rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite, le campagne sulla consapevolezza dell’Aids e i programmi d’istruzione sull’Aids, sono stranamente silenziosi sull’argomento”.

Un esempio al riguardo è dato dalla situazione nel Botswana. Il “Washington Times” del 17 giugno ha raccontato di come Tsetsele Fantan, leader della African Comprehensive HIV/AIDS Partnerships, sponsorizzata dal gigante della farmaceutica Merck & Company e dalla Bill & Melinda Gates Foundation, si è sentito in imbarazzo mentre portava una persona a visitare la scuola elementare, le cui mura avevano affissi poster sui preservativi e i cui bambini cantavano canzoni sui profilattici.

“A questa età i bambini dovrebbero cantare canzoni che dicano no al sesso”, ha affermato Fantan. “Il messaggio avrebbe dovuto essere di astinenza. Dobbiamo focalizzare meglio il nostro messaggio.”

Kgomotso Ntsatsi, direttore del Christian AIDS Intervention Program che promuove l’astinenza, ha spiegato di avere bisogno di maggiore sostegno finanziario per poter trasmettere quel messaggio, ha riportato l’articolo. “Il preservativo è stata la prima cosa a cui si è pensato. E non ci si è fermati a vedere se stava funzionando”, ha affermato. “Questo ha corroso terribilmente la nostra cultura. Il preservativo ha portato tanta infedeltà e tante gravidanze precoci. Adesso sembra che la promiscuità si sia diffusa molto.”

In effetti vi sono segnali che indicano che un maggior numero di governi si sta rendendo conto della necessità di promuovere l’astinenza. Recentemente lo Zambia ha posto il divieto alla distribuzione dei preservativi nelle scuole, secondo quanto riportato dalla BBC il 15 marzo. Il ministro dell’istruzione Andrew Mulenga ha spiegato che il preservativo sta incoraggiando i giovani ad avere rapporti sessuali prematrimoniali. Circa 120.000 persone muoiono ogni anno in Zambia a causa dell’Aids, secondo dati delle Nazioni Unite.

Secondo la BBC, Mulenga avrebbe affermato che gli studenti “dovrebbero essere incoraggiati ad astenersi dal sesso come misura per combattere la malattia, piuttosto che essere invitati a fare uso del preservativo che promuove l’immoralità”.

L’opposizione della Chiesa cattolica ai preservativi non si basa su studi medici. Piuttosto essa scaturisce da una profonda analisi della necessità di integrare la sessualità nell’ambito di un rapporto esclusivo e permanente, e aperto alla vita in un contesto matrimoniale. La saggezza di questa impostazione sta diventando sempre più evidente.