Perseguitato da nazismo e comunismo, sarà beato

Padre Zbigniew Suchecki, racconta la storia eroica ed il miracolo del cardinal Stefan Wyszynski

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di Renzo Allegri*

ROMA, mercoledì, 7 marzo 2012 (ZENIT.org) - Dopo Giovanni Paolo II, anche il cardinale Stefan Wyszynski, che fu primate della chiesa polacca nel periodo del regime comunista, cioè dal  1948 al 1981, sarà elevato alla gloria degli altari. La sua causa di beatificazione, iniziata  da Papa Wojtyla nel maggio del 1989, ha già superato  la fase diocesana  ed è in corso quella definitiva presso la Congregazione dei Santi a Roma.

“Si può dire che anche questa seconda fase  sia abbastanza avanzata” dice padre  Zbigniew Suchecki, postulatore della causa. “Infatti, la Congregazione dei santi ha già espresso parere positivo sul lavoro compiuto nel processo diocesano ed è iniziata la stesura della ‘Positio super virtutibus’, cioè un compendio ragionato che, attraverso le testimonianze raccolte e i documenti consultati, dimostra come il candidato alla santità nel corso della sua vita abbia esercitato in forma eroica le virtù evangeliche. E abbiamo anche una guarigione prodigiosa attribuita all’intercessione del cardinale, sulla quale è in corso il relativo processo medico- canonico”

Polacco, 51 anni, religioso dell’Ordine Francescano conventuale, docente alla Pontificia facoltà teologica San Bonaventura a Roma, padre Zbigniew Suchecki ha seguito tutto il lavoro del processo diocesano della causa di beatificazione del cardinale Wyszynski, ed è quindi la persona che più di ogni altro conosce a fondo la vita e le opere dell’ex primate della Chiesa polacca. E in questra intervista, ne traccia un ritratto ricco di particolari anche inediti.

“Nel mondo occidentale, Wyszynski non è conosciuto come meriterebbe”, dice padre Suchecki. “Il mondo occidentale ha cominciato a interessarsi della storia della chiesa polacca soprattutto con l’avvento al trono Pontificio di Karol Wojtyla. E, da quel momento, Wojtyla è stato considerato il capo della Chiesa polacca e anche colui che ha combattuto il comunismo durante gli anni dell’imperialismo sovietico. Ma non sono informazioni esatte. In quegli anni,  quelli che seguirono la Seconda Guerra mondiale, Wojtyla era solo un giovane sacerdote e il primate della Chiesa polacca era Wyszynski. Fu lui a combattere il Comunismo che aveva come obiettivo la distruzione della Chiesa polacca.

“Gli avversari hanno fatto di tutto per piegarlo e non ci sono riusciti. Lo hanno arrestato, incarcerato e, senza alcun processo, per tre anni è stato privato della libertà, della possibilità di comunicare con i suoi fedeli, sottoposto a una sottile e distruttiva tortura psicologica, ma non ha mai ceduto. Ai confini della Polonia c’erano le truppe sovietiche pronte a invadere la nostra nazione. Bastava una scintilla, un pretesto qualunque per provocare l’irreparabile. Ma Wyszynsky riuscì a gestire la difficile situazione, sacrificando se stesso ma senza cedere mai a nessuna richiesta che mettesse in discussione i diritti di liberta della Chiesa”

Padre Suchecki parla con entusiasmo e lo si nota dal modo con cui pronuncia il nome del cardinale Wyszynski e dalla luce che quel nome accende nei suoi occhi.

“Le notizie biografiche su Stefan  Wyszynski sono scarse”, dice ancora padre Suchecki. “Soprattutto perché lui era una persona riservata, e anche timida. Non parlava mai di se stesso. E poi anche perché la sua esistenza, almeno fino all’invasione della Polonia da parte dei nazisti, quindi fino al 1939, fu normale, senza  eventi clamorosi”.

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Che cosa si conosce della sua famiglia?

Padre Suchecki: Era una famiglia molto povera, ma molto religiosa. Il padre di Stefan  era organista della parrocchia di Zuzela, nella diocesi di Lomza, dove risiedeva. Zuzela è un villaggio che si trova a 100 chilometri da Varsavia, nel centro orientale della Polonia. Attualmente conta  circa 200 abitanti, quindi all’inizio del secolo scorso, quando Stefano Wyszynski nacque,  gli abitanti erano certamente meno. E l’organista di un villaggio così piccolo poteva contare su uno stipendio minimo per mantenere la sua famiglia.

La famiglia Wyszynski abitava in una modesta casa di legno, due stanze e cucina, di proprietà della chiesa. E nella stessa casa abitava anche il vicario parrocchiale. In quella casa, che esiste ancora ed è diventata museo, il 3 agosto 1901 nacque il futuro cardinale. Fu battezzato subito dopo il parto, forse perché si presentava al mondo non in buone condizioni di salute. Gli venne dato il nome di Stefano.

I coniugi Wyszynski, Stanislao e Giuliana, avevano già una figlia, Anastasia. E dopo Stefano sono arrivati altre due bambine e un maschietto,  che morirono ragazzini.

Il piccolo Stefano, trascorse l’infanzia in quel luogo solitario, nella semplicità della vita contadina. I genitori erano molto devoti della Madonna e hanno trasmesso ai figli questa loro devozione. Nelle stanze della loro piccola abitazione troneggiavano due grandi quadri con l’immagine della Madonna Nera di Czestokowa e della Madonna di Porta dell’Autora in Lituania.  Il padre, come molti polacchi, una volta l’anno portava la famiglia in pellegrinaggio a Jasna Gora, al Santuario della Madonna nera, di Czestokowa.

Stefano Wyszynski assimilò in modo profondo questa devozione familiare. In seguito, in tutti i luoghi dove si trovava, teneva sempre l’immagine della Madonna di Czestokowa sul proprio tavolo di lavoro e anche alle pareti della stanza. E nei momenti difficili della sua vita e della nazione, ricorse all’atto di affidamento di se stesso e del popolo polacco alla Madonna.

A Zuzela, Stefano frequentò le scuole. La sua poteva essere una infanzia serena e felice se non fosse stata funestata da diversi lutti familiari. Nei primi nove anni di vita, il piccolo Stefano perse due sorelline,  un fratellino e la madre, che aveva soltanto 33 anni. Prima di morire, la madre, che aveva dedicato tutta la sua cura e il suo amore nel trasmettere al figlio i valori religiosi, lo invitò a pensare al sacerdozio.

Questo pensiero divenne un sogno per Stefano. Infatti, terminate le scuole a Zuzela,  entrò nel Seminario diocesano di Wloclawek, per intraprendere il lungo cammino verso il sacerdozio. Ma sorsero subito grosse difficoltà, provocate dalla sua gracile salute. Stefano era vittima di continui raffreddori, bronchiti e ad un certo momento i suoi polmoni vennero intaccati dalla tisi, malattia non rara allora.

Fu rimandato a casa perché, secondo le previsioni dei medici avrebbe dovuto morire presto. Il padre si aggrappò alla Madonna.  Pregarono a lungo insieme e la Madonna ascoltò quelle preghiere. Stefano si riprese. La grave malattia scomparve e il giovane potè ritornare in Seminario e proseguire negli studi. Non fu mai un colosso di salute. Anzi, continuò a soffrire di polmoni e verso i 23 anni ebbe una brutta ricaduta che faceva pensare al peggio e per questo la sua ordinazione sacerdotale venne anticipata di un anno. Ma poi, ancora una volta, si riprese misteriosamente e completò il ciclo degli studi teologici.

Visto che era un giovane molto gracile ma molto intelligente, i suoi superiori lo mandarono a studiare all’Università Cattolica di Lublino, in modo che potesse poi dedicarsi all’insegnamento, professione meno faticosa del lavoro pastorale in una parrocchia. Wyszynski si laureò in diritto ecclesiastico, con una tesi difficile e complicata, tanto che la discussione della tesi durò due giorni.

Dopo la laurea, si dedicò all’insegnamento, a Wloclawek, ma faceva anche il vicario parrocchiale e si interessava di sociologia, della vita e dei diritti degli operai. Tutto questo fino al settembre 1939, quando la Polonia venne invasa dalle truppe tedesche di Hitler”.

Cosa accadde dopo?

Padre Suchecki: Per la Polonia iniziò il martirio. La Germania mirava a distruggere quella nazione. ‘La Polonia sarà cancellata’: questo era il fine che Hans Frank, nominato governatore generale della Polonia invasa, si era prefisso.     

L’odio dei nazisti riguardava soprattutto la Chiesa cattolica che in Polonia prosperava come in nessun'altra nazione europea. In poco tempo, 3646 sacerdoti furono internati nei campi di concentra­mento e 2647 di essi vennero uccisi. Anche le suore ebbero il loro calvario: 1117 finirono nei Lager e di esse 238 venero uccise e altre 25 morirono di stenti.

Anche il vescovo di Wloclawek, monsignor Michele Kozal, venne arrestato. Dopo l’invasione nazista, molti gli avevano suggerito di allontanarsi dalla città, ma rifiutò per stare vicino al suo popolo.  Il 7 novembre 1939, fu arrestato con molti di suoi sacerdoti. Deportato in Germania, passò da un campo di sterminio all’altro dove subì torture, malattie, stenti di ogni genere e il 26 gennaio 1943 venne  ucciso dai suoi carnefici con una iniezione di cianuro. Papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 14 giugno 1987”.

E Wyszynski, perché non venne arrestato?

Padre Suchecki: Su di lui vegliava la Madonna che certamente aveva un grande compito da affidargli. Il quel periodo di arresti si salvò per miracolo. A causa della sua malattia ai polmoni, era stato mandato a Zakopane,  centro turistico ai piedi dei monti Tatra, la cui aria ha fama di essere salutare per gli ammalati di polmoni. Dopo l’arresto del vescovo Kozal, non potè tornare a Wloclawek, perché era ricercato. Svolse il suo apostolato in clandestinità.

Divenne cappellano dell’Armata Nazionale, cioè dei partigiani polacchi e aiutava non solo i soldati ma anche i civili. Il suo nome in codice era “Suor Cecilia”. Impossibile ricordare le imprese, le avventure, gli atti di carità eroica da lui compiuti per salvare persone perseguitate dai nazisti.  Al termine della guerra, era diventato una delle personalità più note della chiesa Polacca. Nel 1946, Pio XII lo nominò Vescovo di Lublino. E due anni dopo, nel 1948, arcivescovo di Varsavia e primate della Chiesa polacca”.

Se non sbaglio erano gli anni in cui in Polonia erano andati al potere i Comunisti

Padre Suchecki: Esattamente. Durante la guerra, la Polonia  aveva perduto oltre sei milioni di cittadini. Bisognava organizzare la ricostruzione, e i primi a muoversi, almeno dal punto di vista politico, furono i comunisti, che erano legati, sostenuti e manovrati dai Sovietici.

Wyszynski ha sempre avuto un atteggiamento particolare nei confronti dei comunisti. Combatteva le loro ideologie negatrici di Dio e della dignità dell’uomo in quanto  “figlio di Dio”, ma non ha mai permesso che nel suo cuore ci fossero sentimenti di odio per nessuna persona.  Combatteva i comunisti ma insieme, come persone, li amava profondamente perché sapeva che erano suoi fratelli in Cristo, come qualsiasi essere umano sulla terra. Per questo ha cercato sempre di avere un dialogo anche con i comunisti.

All’inizio, sia pure tra mille difficoltà, questo dialogo permise alla Chiesa cattolica polacca di sopravvivere. Il  segretario del Partito Comunista polacco allora era Władysław Gomulka, con il quale sembrava esserci una piccola possibilità di dialogo. Ma nel 1951, Gomulka cadde in disgrazia agli occhi di Stalin, venne destituito dal suo incarico e condannato come uomo di destra.

Il rapporto di Wyszynski con i nuovi dirigenti si fece aspro. Nel 1952 andò in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Popolare Polacca che decretava  la separazione tra Chiesa e Stato, ma con una subordinazione della Chiesa nei confronti dello Stato. Il regime cominciò a sopprimere  le pubblicazioni cattoliche, a chiudere i seminari minori, furono arrestati molti sacerdoti.

Il 12 gennaio 1953 il Papa a Roma  creò Cardinale il primate di Polonia, ma il governo polacco non diede a Wyszynski il permesso di andare a Roma. Se Wyszynski fosse partito, non avrebbe più potuto tornare in Polonia, così rinunciò al viaggio.

Il 9 febbraio 1953 il governo polacco annunciò che da quel momento in avanti i vescovi e i parroci in Polonia sarebbero stati nominati dallo Stato e che tutti i sacerdoti avrebbero dovuto pronunciare un giuramento di fedeltà alla Repubblica Popolare Polacca. Era una legge che privava la Chiesa delle propria libertà. Wyszynski insorse deciso. Preparò un documento e l’otto maggio lo inviò al primo ministro dicendo che non avrebbe mai accettato una cosa del genere. E il 5 giugno, al termine della processione del Corpus Domini, che aveva richiamato una folla di oltre 200 mila  persone tenne un discorso infuocato, in cui, tra l’altro disse: ‘Noi insegniamo che è giusto dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.  Ma quando Cesare s’insedia sull’altare, rispondiamo che non deve farlo. Non ci è permesso porre le cose di Dio sull’altare di Cesare. Non possumus’.

Quel deciso ‘Non possumus’ divenne una parola d’ordine, ripetuta dai vescovi, dai sacerdoti: una slogan che segnò  l’inizio di una nuova fase di lotta tra il Comunismo e la chiesa cattolica. Wyszynski sapeva che quella presa di posizione poteva costargli la vita, ma non ebbe esitazioni a prenderla.

Dopo essersi consultate con Mosca, le autorità comuniste di Polonia dissero che  quel discorso  era ‘un attacco alla costituzione’ e nella notte tra il 25 e il 26 settembre il primate Wyszynski venne arrestato. E, senza un formale processo, lo tennero prigioniero per tre anni”.

Si sa come trascorse quei tre anni di prigionia?

Padre Suchecki: Furono anni di preghiera, di meditazione e di continua unione con Dio. Fin dal primo giorno, Wyszynski decise di continuare a vivere come se niente fosse accaduto. Si alzava alle cinque, dedicava tempo alle preghiere e poi provvedeva alle proprie necessità, all’organizzazione della sua stanza di lavoro.

All’inizio, subito dopo l’arresto, venne portato in un convento di Frati Cappuccini. I religiosi furono mandati via e Wyszynski viveva solo in quel  grande convento. La zona era fredda. Wyszynski aveva con sé un mantello che gli era stato regalo da monsignor Kozal nel 1939, e poiché il vescovo Kozal era morto martire, teneva quel mantello come uno scudo protettivo.

Molte ore della giornate le dedicava alla preghiere, soprattutto all’esercizio della Via Crucis. Per poter meditare meglio la Passione e morte di Gesù, aveva disegnato le 14 stazioni della Via Crucis sulle pareti della propria stanza.

Gli era concesso di poter celebrare ogni giorno la Santa Messa, che era diventata per lui il centro della giornata. E in ognuna di quelle Messe, un ricordo particolare era riservato ai suoi persecutori.

Sta in questo atteggiamento, profondo, convinto e concreto, la grandezza della santità di Wyszynski: prigioniero, costretto a una esistenza di stenti, tenuto lontano dai suoi fedeli, non ebbe mai il più piccolo sentimento di odio per i suoi persecutori. Pregava per loro e verso i carcerieri fu sempre di una gentilezza estrema.

 Intanto Kruscev a Mosca aveva cominciato la sua battaglia contro il culto della personalità di Stalin, morto nel 1953,  rivelando i delitti commessi dal dittatore e dai suoi fedelissimi. Dimostrò che alcuni gerarchi comunisti erano stati condannati ingiustamente e li riabilitò. Tra questi, Gomulka che nel 1956  tornò ad essere capo del Governo Polacco. Anche il cardinale Wyszynski riebbe la libertà e ottenne il permesso di andare a Roma a prendere la sua berretta cardinalizia.

Quali furono i rapporti di Wyszynski con Karol Wojtyla?

Padre Suchecki: Su questo argomento sono già state scritte molte pagine.  Qualcuno ha cercato di sostenere che Wyszynski non aveva intuito la grandezza di Wojtyla e non ne ha mai favorito la sua carriera ecclesiastica. Sono opinioni che non trovano fondamento nella realtà. Fino al 1958, Wyszynski non aveva avuto contatti diretti con Wojtyla. Sapeva che era un  sacerdote molto stimato, un intellettuale, un poeta di fama, un professore universitario e che aveva un grande seguito tra i giovani.

Ma nell’estate di quell’anno si interessò di lui in modo diretto perché Pio XII aveva deciso di nominarlo vescovo e desiderava il parere esplicito del primate. Si incontrarono, parlarono, Wyszynski avrà fatto le sue ricerche e il giudizio deve essere stato positivo perché il 28 settembre di quell’anno Wojtyla venne consacrato vescovo nella cattedrale di Wawel

Da allora i loro rapporti furono frequenti. Quattro anni dopo erano a Roma insieme per il Concilio Vaticano II, nel corso del quale Wojtyla, con alcuni suoi interventi, suscitò l’ammirazione di tutti i padri conciliari rivelandosi come una delle più alte personalità della Chiesa.

I dirigenti comunisti avevano capito che Wyszynski e Wojtyla insieme diventavano un ostacolo tremendo per i loro piani. Tentarono in tutti i modo di metterli l’uno contro l’altro, senza mai riuscirci. Proprio perché Wojtyla, la cui popolarità e fama continuava a crescere in Polonia, aveva ben chiaro il senso della chiesa.

Mai, in nessuna occasione, dimostrò di non essere in perfetta sintonia con il primate e mai prese una decisione, anche piccola, senza averla prima concordata con lui. In questo modo i due formavano una squadra compatta, invincibile. Insieme hanno combattuto contro il comunismo, ponendo le basi per la sua caduta.

Quali sono, secondo lei, le principali virtù  esercitate da Wyszynski nel corso della sua vita?

Padre Suchecki: Le virtù teologali: fede eroica, speranza grande e carità immensa. Come ho detto, nel cuore di Wyszynski non c’era neppure l’ombra di un sentimento che non fosse amore, anche verso i suoi persecutori. E all’esercizio costante di queste virtù va aggiunta la sua immensa devozione alla Madonna. Un amore  concreto, commovente, che gli veniva dalla profonda conoscenza teologica del mistero di mariano.

Per concludere una causa di beatificazione occorre un miracolo: lo avete?

Padre Suchecki: Sì, abbiamo un caso veramente eclatante: la guarigione, avvenuta nel 1991,  di una ragazza polacca di Stettino che aveva un cancro alla tiroide. Il male era stato diagnosticato in ospedale. E in breve tempo le metastasi si erano diffuse su tutta la gola. I medici avevano pronosticato al massimo tre mesi di vita.  

La ragazza, che aveva allora 20 anni, era naturalmente disperata. Su consiglio di alcune suore si mise a pregare il cardinale Wyszynski chiedendogli di intercedere per la guarigione. E la guarigione arrivò. La ragazza guarì e quel terribile tumore è solo un brutto ricordo.

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*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla “Scuola superiore di Scienza Sociali” dell’Università Cattolica. E’ stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di “Gente” e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali  “Noi” e  “Chi”. Da dieci anni è collaboratore fisso di “Hongaku No Tomo” prestigiosa rivista musicale giapponese.

E' direttore di un giornalino che si intitola "Medjugorje Torino" e viene diffuso in 410 mila copie a numero. Ha pubblicato 42 libri, tutti gi grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in  francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco e cinese. Tra tutti ha avuto un successo straordinario “Il Papa di Fatima” (Mondatori).