"Più alto del mare" di Francesca Melandri, secondo classificato al Campiello

Quei piccoli gesti delle vite nei dintorni del carcere

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di Antonio D’Angiò

ROMA, sabato, 15 settembre 2012 (ZENIT.org).- Francesca Melandri, sceneggiatrice televisiva, con la sua seconda opera “Più alto del mare” continua la narrazione delle storie private lambite dalla grande Storia, in particolare dalla storia che si fa violenza terroristica.

Nel 2010, con il romanzo d’esordio “Eva dorme”, l'autrice racconta della paternità mancata tra un carabiniere reggino, Vito, ed Eva, figlia di una ragazza madre altoatesina, Gerda, prima ostacolata dalle ferree regole della vita militare e dalle tradizioni culturali degli anni sessanta, ma alla fine ritrovata. Ripercorrendo la vita della famiglia di Gerda, si è potuto conoscere la storia della integrazione dell’Alto Adige nell’Italia, il periodo degli attentati dinamitardi e del ruolo politico svolto da Silvius Magnago, leader della politica altotesina.

Quest’anno, con “Più alto del mare” edito da Rizzoli la Melandri, vincitrice di diversi premi letterari e seconda classificata al Campiello di pochi giorni addietro, attraverso una storia di ventiquattr'ore che si svolge alla fine degli anni ’70 in un’isola dove è situato un carcere di massima sicurezza, racconta di Luisa, contadina moglie di un ergastolano; di Paolo, ex-professore di storia e filosofia e padre di un terrorista, e di Pierfrancesco, agente di custodia e marito dall’amore disperso.

Come in “Eva dorme”, anche in “Più alto del mare” i riferimenti storico-geografici, così come il tempo di un viaggio (nel precedente in treno, in questo in nave), sono elementi essenziali della narrazione della Melandri.

In questa seconda opera i protagonisti sono al centro del dolore loro malgrado, cioè lo sono in quanto dipendono dai tempi scanditi dalle visite ai loro familiari in un carcere di massima sicurezza e impongono loro per di più una vita di solitudine, vita che continuano a portare avanti con sofferenza, non solo psicologica.

Una vita divenuta lacerata come quella di Paolo il quale, oltre al figlio, perde anche la moglie, morta sostanzialmente di dolore; una vita, quella di Luisa, dedita esclusivamente al lavoro nei campi, alla cura degli animali, alla educazione dei cinque figli nati da un amore mai veramente sbocciato. Una vita, anche per chi lavora nelle carceri, sempre più violenta, come per Pierfrancesco il quale sempre più spesso viene colto dalla voglia di una giustizia sommaria verso i detenuti.

Le poche ore che Luisa e Paolo con Pierfrancesco e la moglie Maria Caterina trascorrono insieme, per un improvviso maestrale che ne impedisce la partenza dalla piccola isola, sono una luce di semplici gesti di solidarietà spontanei ma che suscitano piacere e stupore in chi ne è fatto oggetto.

Il posto a sedere che Paolo lascia a Luisa durante il tragitto nel vecchio pulmino per raggiungere il carcere; il pane formaggio e mela che Luisa condivide con Paolo nell'alloggio di fortuna messo a loro disposizione dopo i colloqui con i parenti detenuti; le piccole bugie di Luisa e Paolo al direttore del carcere in segno di riconoscenza con Pierfrancesco, forniscono il senso di come la sofferenza causata dall'onda lunga della vita carceraria possa comunque essere alleviata da una condivisione che può scheggiare la solitudine.

Sofferenze patite per anni, e senza apparenti appigli con il futuro, quelle di Luisa e Paolo, vista l'assoluta colpevolezza dei congiunti in carcere, e che, soprattutto per l'ex professore di liceo, come gli dice semplicemente Luisa: “un figlio. È brutto”.

La Melandri, come avvenuto anche nel precedente libro, congeda il lettore però con un finale di speranza, in cui il riappropriarsi, a distanza di anni, dei tempi propri e della famiglia, offre il senso di quanto occorra per superare i drammi vissuti nei dintorni del carcere.  

Drammi che certo non superano quelli dei familiari di chi è stato assassinato e che l’autrice, giustamente, ci ricorda più volte attraverso quel ritaglio di giornale in cui una bimba di tre anni è china sulla bara del padre, ucciso dal figlio di Paolo, e che Paolo ha portato con sé in segno di espiazione...