Più della morte può l'amore

I grandi temi dell'incontro nazionale de "La Quercia Millenaria" onlus, svoltosi dal 28 al 30 giugno a Fiano Romano

Roma, (Zenit.org) Alessandro Di Matteo | 440 hits

La paura è un mostro che ti domina. Spinge a scelte senza amore. A rimpianti di una vita intera. C’è una speranza però, oltre il dolore. La luce della fede è abbagliante nel buio di una diagnosi implacabile e infausta, quando il bambino nel tuo grembo è terminale. L’amore è più forte del dolore. Della morte. Sono alcune delle tematiche emerse nella Convention Nazionale 2013 delle famiglie de “La Quercia Millenaria” onlus (28-30 giugno scorsi). Trenta coppie che, alle porte di Roma, a Fiano Romano, in un hotel, hanno condiviso la loro esperienza di genitori di un bambino terminale nel grembo materno. Nella gran parte dei casi il figlio è morto, poche ore dopo il parto o dopo qualche mese. Grembi di donne che sono rimasti tabernacoli di vita (e non cimiteri) nonostante la prova di accettazione richiesta dagli eventi. Tre giorni di condivisione del lutto, di luce, di fede, della rinascita.

Sotto la regìa organizzativa di Sabrina Pietrangeli e Carlo Paluzzi (rispettivamente Presidente ed Amministratore Delegato de “La Quercia Millenaria”) sono stati vissuti tre giorni di amore sofferente, di ferite ancora aperte nel cuore e nell’anima. Ma anche tre giorni di serenità, di gioia, di pace, di sorrisi, di comunione. Un misto di ricordi ancora vivi, alcuni più lontani solo storicamente (l’esperienza de La Quercia trae origini dalla storia di Giona Paluzzi destinato a morire nel 2003, e oggi un bel bambino di 10 anni), ricordi e speranze, sempre per la vita. In conferenza o a tavola il clima è stato sempre di beatitudine. 

I Rami Regionali de La Quercia che hanno germogliato sul territorio, in questi anni, sono stati tutti lì nella grande sala a testimoniare che la scienza fa diagnosi (non sempre precise e corrette…) ma l’amore fa molto più. Va oltre i nudi dati scientifici. Ti consente, anche grazie alla fede in Gesù, di poter accogliere un bimbo destinato, nella sua innocenza e martirio, al Paradiso. Senza rimpiangerlo per un aborto, ma piangendolo e benedicendolo per un progetto più alto (la morte), forse incomprensibile, e comunque fiduciosamente accolto.

Don Angelo Auletta, Assistente Spirituale al Policlinico “Agostino Gemelli” di Roma, e Monsignor Luis Manuel Cuna Ramos hanno curato la parte spirituale delle giornate con le esortazioni e le Celebrazioni Eucaristiche dalle quali si è attinto per essere linfa vitale per nuove coppie.

Una mattinata è stata dedicata, con l’apporto degli psicoterapeuti (e coniugi) Silvestro Paluzzi e Antonella Tropea, alla guarigione dal dolore del lutto, per trovare con l’incontro personale con Gesù, resurrezione dalle ferite della vita. Ferite (“nodi ed inciampi” che ci portiamo dietro nel corso della vita) che possono diventare feritoie di grazia. Spazi di nuova vita. Acqua fresca nel deserto dell’anima, della prova.

L’apporto scientifico alle giornate è arrivato dal contributo del professor Giuseppe Noia, co-fondatore e vicepresidente de “La Quercia”, Docente di Medicina dell'età prenatale e responsabile del Centro Diagnosi e Terapia Fetale del “Gemelli”: il bambino nel grembo materno, in presenza di patologie, è un paziente. E compito del medico è di curare (anche se per la terminalità della malattia non può esservi guarigione). Prendersi cura è cosa ben diversa dal guarire. Quattro sono le fasi che vanno affrontate: prevenzione delle patologie (studiando e non selezionando la specie in una sorta di moderno eugenismo) counseling, terapie fetali e/o accompagnamento. Le terapie fetali - ha spiegato Noia - per lunghi anni sono state silenziate, oggi stanno venendo a galla nei convegni e rappresentano un potenziale di vita inaspettato fino a pochi anni fa per molti bambini.

Ogni Ramo Regionale, con il contributo delle famiglie, ha testimoniato la propria esperienza: l’inaspettata diagnosi, l’invito suadente di alcuni medici a eliminare il bambino “difettoso” in grembo (“Signora è giovane, ne farete un altro…”, “siamo ancora entro i termini di legge", "suvvia, passerà…”), il buio, la prova, la scoperta, a volte casuale, tramite amici o internet, de “La Quercia”… patologie gravi o gravissime (trisomia 18 o 21, acrania, cuore sinistro ipoplasico, anencefalia, agenesia renale bilaterale) a rappresentare l’apparente pietra d’inciampo per ogni famiglia. Racconti che hanno reso tutti più solidali: si diventa “più” uomini e donne quando si condivide il dolore altrui… Coppie che sono sentinelle di vita nelle rispettive regioni e che sono pronte a raccogliere il grido disperato di altre coppie: per far sì che il bambino malato riceva accertamenti diagnostici di 3° livello, procedure correttive presso il Day Hospital del “Gemelli”.

Trenta coppie sono rientrate nelle loro regioni consapevoli di avere occhi da risorti, lacrime di luce, parole di accompagnamento e mani pronte ad accogliere ogni dolore ed ogni esperienza di lutto. Famiglie che hanno detto “sì" alla vita e dalla cui vita, ogni giorno, germogliano nuove speranze. Per un mondo più giusto per i bambini in grembo. Per donne ed uomini consapevoli che la vita, anche malata, è un “wonderful gift”, un dono meraviglioso. Dono testimoniato da coppie che hanno fatto vedere “i chiodi dell’anima” e le cicatrici benedette. Sorprendente, anche come dato psico-scientifico, è il seguito delle storie di queste famiglie: tutte nel corso di mesi o pochi anni si sono riaperte alla vita, in una nuova fecondità naturale dopo quella spirituale e hanno accolto nuove vita. Sono così arrivati due o tre i bambini a coppia (in alcune gemelli!). E per loro, per i bambini, nella Convention c’è stato tutto uno spazio particolare. Loro che sono il frutto del rinnovato amore di mamma e papà… queste famiglie non sono sante, né hanno la presunzione di esserlo. In cuor loro sanno però di essere famiglie di santi. 

Alessandro Di Matteo è Coordinatore del Ramo Abruzzo de La Quercia Millenaria Onlus

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