Portare insieme la sofferenza

L'intervento del cardinal Bagnasco all'inaugurazione della Fondazione Flying Angels per la cura dei bambini malati

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di Salvatore Cernuzio

ROMA, venerdì, 27 aprile 2012 (ZENIT.org) – “Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me” (Mt 18,5). Partendo dal versetto del Vangelo di Matteo, si è articolato, ieri pomeriggio, il discorso del cardinal Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, all'inaugurazione della fondazione Flying Angels, svoltasi a Roma, nell’Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede.

La fondazione ha la missione di assistere bambini affetti da gravi patologie, provenienti da Paesi in difficoltà e nuclei familiari bisognosi, cercando di trasferirli rapidamente nei vari Ospedali pediatrici, tra cui il noto Istituto “Gaslini” di Genova.

Tre i punti affrontati dal cardinale nel suo discorso d’inaugurazione: innanzitutto la sofferenza umana, soprattutto quella dei bambini, di fronte alla quale ci si chiede “perché?”.

“La sofferenza dei bambini più che degli adulti, interpella le persone fino allo scandalo”, ha detto infatti il porporato. Davanti a un bambino sofferente “sentiamo salire la ribellione e la domanda ritorna ad imporsi prepotente e ineludibile: perché?”. Un interrogativo questo, che “poniamo a noi stessi, ne ragioniamo con gli altri, ma inevitabilmente sale fino a Dio”.

La “follia di dolore e di morte” dei piccoli, a volte provocata dagli adulti o addirittura scientificamente organizzata, fa sì, infatti, che la nostra rabbia diventi ancora più acuta e subito si pensa ad un Dio lontano e indifferente.

“Ma Dio c’è! - ha affermato il Presidente della CEI - “e ha compiuto un unico atto di vicinanza verso la sofferenza universale e i mali che affliggono l’uomo: Gesù di Nazaret”, “l’assoluta prossimità di Dio all’uomo sofferente”, che diventa nel bambino afflitto “sacramento della Sua presenza nel mondo”.

Cristo “assume su di sé, nella Sua carne, il male e la sofferenza del mondo” e la cosa straordinaria è che “non toglie dal mondo il dolore e la morte fisica, ma scende fino alla loro radice – il peccato – la scioglie nel fuoco dell’amore e così li apre alla luce”.

Il secondo punto su cui il cardinal Bagnasco si è poi soffermato è la questione del rapporto tra persona e società: “Spesso ci chiediamo se ciò che vive la singola persona è un fatto meramente privato o ha a che fare anche con la collettività che deve sentirsi coinvolta o solo spettatrice”.

Anche su questo dilemma, ha proseguito, “è accesa la luce di Cristo, che rivela al mondo la realtà del Dio uno e trino”. La spiegazione, ha indicato il porporato, sta nel fatto che “l’uomo, è creato a immagine e somiglianza di Dio, e proprio per questo solo nella relazione con Lui e con gli altri  compie la sua realizzazione terrena”.

“Questo è il fondamento del rapporto tra l’uomo e la società”, ha affermato infine il cardinale, in virtù del quale “la società deve partecipare alla vita dei cittadini con rispetto e responsabilità, sia nelle gioie, come il matrimonio; che nelle difficoltà e nei dolori, come il lavoro, la malattia, la morte”.

Tutto ciò richiede leggi giuste ed eque, mirate al bene comune, ma “esige anche un’anima che non dipende dalla norma, ma dall’amore”, che sottolinei il fatto che “la vita di ogni persona è un bene per il soggetto, un tesoro per tutti, che tocca l’intera società nella sua legislazione e nei suoi apparati, e non solo l’interessato e i suoi cari”.

Bisogna, perciò, portare la sofferenza umana insieme, “per aprire l’orizzonte della solidarietà tra uomini, famiglie, società e Stato”, senza alcuna paura “di non essere capaci di dare risposte”. In ciascuno, “esistono, a volte latenti, potenzialità inesplorate e sorprendenti di bene - ha rassicurato il cardinale -. La malattia non si risolve eliminando il malato, ma curandolo e accompagnandolo, sapendo che il male più grande è la solitudine e l’abbandono”.

L’ultimo aspetto su cui il presidente della CEI ha posto l’attenzione è il dolore fisico dei bambini. A tal proposito, il cardinale ha ricordato “il particolarissimo coinvolgimento dei genitori, il dramma di papà e mamma, parenti, che affrontano qualunque sacrificio di salute, di lavoro, di famiglia, di vita sociale, pur di stare vicini ai loro bambini”.

La lontananza dagli affetti rende più grave ogni malattia e pesante ogni sofferenza ed è urgente, quindi, “la necessità che i genitori non si sentano soli a portare la croce del figlio”. In questa direzione, è chiamato in causa lo “sconfinato campo della tenerezza, della scienza, della tecnologia e della ricerca”, unito a quello “delle strutture di cura, dell’organizzazione” e naturalmente “delle risorse e dell’assistenza”.

Una società, ha dichiarato infine Bagnasco, che “s’incammina verso la trascuratezza della vita debole, o peggio verso la sua negazione”, seppur “mascherata con belle parole e nobili intenzioni”, perde di vista il suo obiettivo primario: il vero bene dell’uomo. E chi, ha aggiunto, necessita più cure dei bambini, “deboli e fragili che, abbandonati a se stessi, si spengono o che non hanno ancora voce per affermare il proprio diritto?”.

“Vittime invisibili, ma reali!”, li ha definiti l’arcivescovo di Genova, che “meritano l’attenzione non solo dei familiari e di tanti volontari che sono come il sale buono, ma anche della società intera e dello Stato”.

Un ultimo pensiero, infine, a tutti coloro che si arrogano il diritto di decidere chi merita ancora di vivere e chi, invece, deve essere abbandonato a se stesso. “Se queste vite - ha esclamato il cardinale in conclusione - che somigliano a dei lumini appena o ancora accesi, fossero spente, quanto buio scenderebbe sulla società intera!”.