Predicatore del Papa: il segreto del lavoro, “mettere il cuore in quello che fanno le mani”

Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima

| 1885 hits

ROMA, venerdì, 16 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima, XXXIII del tempo ordinario.



* * *

XXXIII Domenica del tempo ordinario [C]
Malachia 3, 19-20a; 2 Tessalonicesi 3, 7-12 1, 12-17; Luca 21, 5-19

CHI NON LAVORA NEPPURE MANGI


Il Vangelo di questa Domenica fa parte dei famosi discorsi sulla fine del mondo, caratteristici delle ultime domeniche dell'anno liturgico. Pare che in una delle prime comunità cristiane, quella di Tessalonica, vi fossero dei credenti che traevano, da questi discorsi di Cristo, una conclusione sbagliata: inutile affannarsi, inutile lavorare e produrre, tanto tutto sta per passare; meglio vivere giorno per giorno, senza assumere impegni a lungo termine, magari ricorrendo a piccoli espedienti per vivere.

Ad essi risponde san Paolo nella seconda lettura: "Sentiamo che alcuni di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace". All'inizio del brano, san Paolo ricorda la regola che egli ha dato ai cristiani di Tessalonica: "Chi non vuole lavorare, neppure mangi".

Questa era una novità per gli uomini di allora. La cultura alla quale essi appartenevano disprezzava il lavoro manuale, lo riteneva degradante per la persona e tale da essere lasciato agli schiavi e agli incolti. Ma la Bibbia ha una visione diversa. Fin dalla prima pagina essa presenta Dio che opera per sei giorni e si riposa nel settimo giorno. Tutto questo, prima ancora che nella Bibbia si parli del peccato. Il lavoro fa dunque parte della natura originaria dell'uomo, non della colpa e del castigo. Il lavoro manuale è altrettanto dignitoso di quello intellettuale e spirituale. Gesù stesso dedica una ventina d'anni al primo (supposto che abbia incominciato a lavorare verso i tredici anni) e solo un paio di anni al secondo.

Un laico ha scritto: "Che senso e che valore ha il nostro lavoro di laici davanti a Dio? È vero che noi laici ci dedichiamo anche a tante opere di bene (carità, apostolato, volontariato); però la maggior parte del tempo e delle energie della nostra vita dobbiamo dedicarle al lavoro. Quindi, se il lavoro non vale per il cielo, ci troveremo ad avere ben poco per l'eternità. Tutte le persone che abbiamo interpellato non hanno saputo darci risposte soddisfacenti. Ci dicono: 'Offrite tutto a Dio!'. Ma basta questo?"

Rispondo: No, il lavoro non vale solo per la "buona intenzione" che si mette nel farlo, o per l'offerta che se ne fa a Dio al mattino; vale anche per se stesso, come partecipazione all'opera creatrice e redentrice di Dio e come servizio ai fratelli. "Con il lavoro, si legge in un testo del Concilio, l'uomo abitualmente provvede alle condizioni di vita proprie e dei suoi familiari, comunica con gli altri e rende servizio agli uomini suoi fratelli, può praticare una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione. Ancor più: sappiamo per fede, che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l'uomo si associa all'opera stessa redentiva di Cristo" (Gaudium et >Spes, 67).

Non importa tanto che lavoro uno fa, quanto come lo fa. Questo ristabilisce una certa parità, al di sotto di tutte le differenze (a volte ingiuste e scandalose) di categoria e di rimunerazione. Una persona che ha svolto mansioni umilissime nella vita, può "valere" molto di più di chi ha occupato posti di grande prestigio.

Il lavoro, si diceva, è partecipazione all'azione creatrice di Dio e all'azione redentrice di Cristo ed è fonte di crescita personale e sociale, ma esso, si sa, è anche è fatica, sudore, pena. Può nobilitare, ma può anche svuotare e logorare. Il segreto è mettere il cuore in quello che fanno le mani. Non è tanto la mole o il tipo di lavoro esercitato che stanca, quanto la mancanza di entusiasmo e di motivazione. Alle motivazioni terrene del lavoro, la fede ne aggiunge una eterna: le nostre opere, dice l'Apocalisse, ci seguiranno (Ap 14,13).