Pregare Dio Padre ci insegna la vera nozione di paternità

Un commento all'udienza generale del Papa di mercoledì 23 maggio

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di Massimo Introvigne

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 24 maggio 2012 (ZENIT.org) - All’udienza generale del 23 maggio Benedetto XVI ha proseguito nella sua «scuola della preghiera» dedicata a san Paolo. La settimana scorsa il Pontefice aveva mostrato come san Paolo c’insegna a farci guidare nella preghiera dallo Spirito Santo.

Questa settimana il Papa insiste su come lo Spirito Santo, a sua volta, ci guidi a rivolgerci al Padre come aveva fatto Gesù nel Getsemani: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E l’udienza diventa così occasione per alcune profonde riflessioni su una nozione oggi in crisi, quella della paternità.

Il riferimento a Dio come Padre, che risuona nel Padre Nostro, emerge anche in due testi di san Paolo. Il primo è tratto dalla Lettera ai Galati: «E che voi siete figli lo prova che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida in noi: Abbà! Padre!» (Gal 4,6). Il secondo, dalla Lettera ai Romani: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15).

Dopo avere rilevato ancora una volta che «il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore al Padre che ci ama», Benedetto XVI spiega che in entrambi i brani san Paolo accenna a una nostra «relazione filiale analoga a quella di Gesù» con Dio Padre.

Naturalmente, «diversa è l’origine e diverso è lo spessore: Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, noi invece diventiamo figli in Lui, nel tempo, mediante la fede e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima». Nella Lettera agli Efesini lo stesso san Paolo ci assicura che Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).

Il Papa lamenta – e non è la prima volta – la nostra perdita della capacità di stupirci di fronte al mistero della paternità di Dio. «Forse l’uomo d’oggi non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola “padre” con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera».

Ma questo, oggi, ha anche una possibile spiegazione psicologica e sociologica: «la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana. L’assenza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino è un grande problema del nostro tempo, perciò diventa difficile capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi».

Ma nulla è definitivamente perduto. Dall’insegnamento di Gesù sulla paternità di Dio possiamo imparare molto anche sul ruolo umano del padre. «Critici della religione hanno detto che parlare del “Padre”, di Dio, sarebbe una proiezione dei nostri padri al cielo. Ma è vero il contrario: nel Vangelo, Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità».

Dobbiamo dunque «lasciarci scaldare il cuore» da questa nozione della paternità che Gesù c’insegna, e che ha due dimensioni: la creazione e l’adozione. Anzitutto, Dio è nostro Padre, perché è nostro Creatore. «Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui»: «per Lui non siamo esseri anonimi, impersonali, ma abbiamo un nome». «Le tue mani mi hanno plasmato», dice il salmista (Sal 119,73), con un’immagine che il Papa afferma di amare particolarmente.

C’è poi il secondo elemento, l’adozione, con cui Gesù «ci accoglie nella sua umanità e nel suo stesso essere Figlio, così anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio». Anche qui si tratta di analogia, non d’identità: «il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù: noi dobbiamo diventarlo sempre di più, lungo il cammino di tutta la nostra esistenza cristiana, crescendo nella sequela di Cristo, nella comunione con Lui per entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita». Ma neppure si tratta di una semplice metafora. «Siamo realmente entrati oltre la creazione nella adozione con Gesù; uniti siamo realmente in Dio e figli in un nuovo modo, in una dimensione nuova».

Torniamo ai due brani di san Paolo, e notiamo che hanno «una diversa sfumatura». Nella Lettera ai Galati san Paolo afferma che lo Spirito grida in noi «Abbà! Padre!». Nella Lettera ai Romani ci dice invece che siamo noi a gridare «Abbà! Padre!».

Qui l’Apostolo «vuole farci comprendere che la preghiera cristiana non è mai, non avviene mai in senso unico da noi a Dio, non è solo un “agire nostro”, ma è espressione di una relazione reciproca in cui Dio agisce per primo: è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l’impulso viene dallo Spirito Santo».

Detto in termini che riecheggiano sant’Agostino  – che è sempre un punto di riferimento di Benedetto XVI – noi «non potremmo pregare se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio. Da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha iscritto se stesso nei nostri cuori». La prima iniziativa nella preghiera viene sempre da Dio, e «la sua presenza apre la nostra preghiera e la nostra vita, apre agli orizzonti della Trinità e della Chiesa».

Un secondo aspetto molto importante è che «la preghiera dello Spirito di Cristo in noi e la nostra in Lui, non è solo un atto individuale, ma un atto dell’intera Chiesa». Non solo «quando ci rivolgiamo al Padre nella nostra stanza interiore, nel silenzio e nel raccoglimento, non siamo mai soli», ma non stiamo inventandoci una relazione con Dio più o meno fantasiosa.

Al contrario, «siamo nella grande preghiera della Chiesa, siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio; certo i musicisti e gli strumenti sono diversi – e questo è un elemento di ricchezza –, ma la melodia di lode è unica e in armonia». San Paolo stesso lo spiega ai cristiani di Corinto: «Ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). È tutto un «unico grande mosaico della famiglia di Dio in cui ognuno ha un posto e un ruolo importante, in profonda unità con il tutto».

Un terzo aspetto è che la nostra preghiera «Abba!, Padre!» avviene sempre in unione «anche con Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il compimento della pienezza del tempo, del quale parla san Paolo nella Lettera ai Galati (cfr 4,4), avviene al momento del “sì” di Maria, della sua adesione piena alla volontà di Dio: “ecco, sono la serva del Signore” (Lc 1,38)».

Solo così è davvero possibile che «la nostra preghiera cambi, converta costantemente il nostro pensare, il nostro agire per renderlo sempre più conforme a quello del Figlio Unigenito, Gesù Cristo».