Prigionieri scoprono la libertà percorrendo il Cammino di Santiago

Iniziativa del Centro Penitenziario di Nanclares e della diocesi di Vitoria

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VITORIA, lunedì, 22 ottobre 2007 (ZENIT.org).- La Delegazione per la Pastorale Penitenziaria della diocesi di Vitoria, in collaborazione con la direzione del Centro Penitenziario di Nanclares, ha organizzato la sesta edizione del Cammino di Santiago con reclusi di questa prigione, svoltasi dal 15 al 20 ottobre tra le località di Lorca e Santo Domingo de la Calzada e alla quale hanno partecipato 21 persone tra reclusi e personale di sostegno.



Mentre compivano il Cammino, ZENIT ha parlato con il cappellano del centro Txarly Martínez, l’infermiere della prigione Rafa e Luis, uno dei reclusi.

Martínez, sacerdote diocesano, cappellano del Centro Penitenziario di Nanclares – promotore dell’iniziativa che ha ispirato altri centri penitenziari –, ha affermato che anche se “il Cammino è sempre diverso”, l’esperienza di quest’anno “è molto buona”.

“L’obiettivo principale era compiere passi verso il reinserimento”, vale a dire “si concede ai reclusi una serie di permessi, una serie di benefici per valutare il loro comportamento, per arrivare a un terzo grado e poter uscire”.

L’accoglienza di questa iniziativa da parte delle Istituzioni Penitenziarie è cambiata “dalla prima edizione, nella quale ci sono state logiche reticenze, fino alla sesta”.

Come ha spiegato Martínez, “il carcere ci dà ora tutti i permessi del mondo, collabora con il personale, economicamente, e credo che anche da Madrid si veda questo progetto con molta fiducia; tutto sta andando molto bene”.

Il cappellano ha anche commentato come il gruppo viva la componente religiosa del Cammino di Santiago, tenendo conto “che la gente che arriva qui appartiene a varie religioni e ha sensibilità molto diverse, ma ciò non toglie che si facciano alcuni gesti, segni volti alla riflessione che ciascuno orienta in seguito partendo dalla sua particolare forma di vivere la fede”.

“Nessuno viene escluso dal fatto di compiere il Cammino perché appartiene a una religione diversa. Ciò che facciamo in genere è riunirci la mattina prima di partire, per cercare di vedere cosa significa essere pellegrini aiutandoci con alcuni testi; leggiamo anche una specie di racconto in cui si presentano dei valori, e poi ci incamminiamo. Poi ciascuno penserà più o meno a ciò che ha ascoltato”.

“E’ molto presente anche il tema culturale, perché nel corso del Cammino si visitano molti monumenti e chiese e si dà una spiegazione artistica e storica su tutto ciò che vediamo”.

Rispetto alla relazione con altri pellegrini, il cappellano ha detto che durante il Cammino “si incontra ogni tipo di pellegrino, da quello che non si allontana da te e ti accompagna lungo la strada perché si sente interessato, attirato, colpito dalle caratteristiche del gruppo fino a uno, e dico uno perché abbiamo avuto un solo caso, di un pellegrino che è scomparso dopo aver saputo che eravamo del carcere di Nanclares”.

Da parte sua Luis, originario della Guinea Bissau, in carcere per vari delitti contro la salute pubblica, deve scontare meno della metà della pena, anche se questa potrebbe essere ridotta. Quando riacquisterà la libertà pensa di compiere tutto il Cammino di Santiago e di recarsi in pellegrinaggio al Santuario di Fatima.

Luis ha detto che dopo alcuni giorni di Cammino dire che si sente “benissimo è riduttivo”. Per lui la cosa più importante è “conoscere i villaggi, le chiese, la loro storia”. “Anch’io sono cattolico, anche se ora non praticante per gli errori che ho commesso e che mi hanno portato in carcere, nonostante abbia il desiderio di tornare ad essere praticante una volta uscito di prigione”, ha detto.

“Conoscere le chiese e la loro storia e la convivenza con la gente sono anche una lezione di Storia che non ha niente a che vedere con ciò che io conoscevo in Guinea Bissau. Avevo sentito parlare del Cammino di Santiago, ma essere qui è un’altra cosa”, ha sottolineato.

Luis ha spiegato le differenze tra la convivenza in prigione – “molte volte costellata da certi episodi di violenza verbale, mai fisica, tra quanti sono nati qui e gli stranieri, o tra i bianchi e i neri”, non tanto per questioni razziste quanto culturali – e ciò che ha notato in questi giorni: “non ho notato alcun rifiuto da parte della gente; il primo giorno un gruppo di persone che ci ha riconosciuto perché ci aveva visti in televisione ci ha salutato in modo molto gentile”.

Rafa, infermiere della prigione, partecipa a questa attività fin dalla prima edizione, così come il cappellano. Secondo lui, “anno dopo anno l’esperienza ci è servita per migliorare in tutti i sensi, sia nell’infrastruttura che nel momento di stabilire le tappe, nella selezione delle persone, ecc.”.

Per l’infermiere, il cammino di Santiago è una terapia per i reclusi, sia “a livello fisico” che “a livello mentale”.

“E’ certo che verso il terzo giorno iniziano ad arrivare le vesciche e i fastidi, ma nulla che non sia normale. I più grandi benefici si notano a livello mentale, perché il Cammino di Santiago è diverso da altri tipi di uscite che si possono programmare con i reclusi. Ha una magia speciale e questo si nota quando si sta compiendo”, ha commentato.

Per Rafa, l’opera di Pastorale Penitenziaria – e quella delle ONG –, “con il semplice fatto di entrare nella prigione e stare con i reclusi, svolgere attività con loro e soprattutto portarli fuori, è molto positiva”.

Riguardo al lavoro concreto di Martínez, ha sottolineato che “ogni due o tre settimane sta facendo un campo di lavoro, prendendo sei o otto persone per volta, e tutte queste attività stanno riflettendo progressi nella gente quando poi viene rimessa in libertà”.

“L’obiettivo finale delle attività è lavorare perché i reclusi si adattino pian piano alla vita esterna. C’è gente che si trova da molti anni in prigione e non sa davvero come sia il fuori, non conosce questioni come il traffico o altri dettagli che a noi possono sembrare molto evidenti”, ha sottolineato.

Rafa ha detto che la gente di fuori “non ha alcuna idea” di come sia il mondo della prigione, “e ne abbiamo avuto prova a volte in queste uscite per il cammino di Santiago”.

“Ci sono persone che credono che i reclusi vadano in giro ammanettati o che quanti li accompagnano abbiano delle pistole. In questa esperienza del Cammino, ad esempio, l’unica vigilanza che esiste è la piena fiducia in loro e nei sei anni di quest’esperienza non abbiamo avuto alcun problema”, ha concluso.