Prima difesa dall'insidia: vigilanza pia e prudente, dice Sant'Agostino

Alcuni proclamatori "da spiaggia" pongono domande sulla religione per poi promettere risposte in incontri a casa, cercando così di propinare idee e metodi "di accertamento" illusori

Roma, (Zenit.org) Sandro Leoni | 430 hits

“Dobbiamo provvedere con pia e prudente vigilanza perché tale fede non ci venga intaccata in qualche punto dalle ingannatrici sottigliezze degli eretici. Per questo la fede cattolica è fatta conoscere ai fedeli per mezzo del Simbolo, ed è affidata alla loro memoria, per quanto la materia lo consenta, in un testo molto breve [quello del Credo domenicale – Ndr]. In tal modo i principianti e i lattanti, cioè coloro che sono rinati da poco in Cristo e che non sono ancora fortificati da una frequentazione assidua e spirituale delle Sacre Scritture e dalla loro conoscenza,* sono posti in condizione di credere, con l’aiuto di poche formule, ciò che dovrà poi essere loro esposto con ampi discorsi mano a mano che progrediranno e si disporranno a comprendere la dottrina divina sulla solida base dell’umiltà e della carità.” (De fide et simbolo, 1,1). “Dunque la chiarificazione della fede serve a difendere il Simbolo (…) nel senso che possa custodire le verità contenute nel Simbolo contro le insidie degli eretici con l’autorità della Chiesa cattolica e con una difesa più solida.” (ibidem, 1,1) 

Le insidie

Nell’articolo precedente (cfr. ZENIT del 28 luglio scorso) dicevamo di un pericolo che “viene dalla spiaggia” riferendoci a dei proclamatori che, offrendo sul lungomare un numero di una loro rivista, ci pongono delle domande sulla religione o la fede alle quali si prestano a dare risposta in un incontro a casa, con la promessa di rendersi disposti a farci un “corso biblico” gratuito a domicilio.

Vogliamo ora elencare sommariamente agli inesperti alcuni “ammennicoli” (ed è un termine benevolo!) posti in atto in tali incontri a casa. Si capirà come essi siano stati studiati appositamente per bypassare la nostra attenzione, per ottenere fiducia a buon mercato, per propinarci delle idee e metodi di “accertamento” che sono illusori, e perciò ci rendono vittime della deformazione dottrinale della nuova fede proposta da loro come “verità biblica”, alternativa a quella da noi creduta. Ci riferiamo ovviamente soprattutto a quei Movimenti Religiosi Alternativi (MRA) che dicono di fondarsi sulla Bibbia, come i Testimoni di Geova e simili.

1) La prima trovata, che permette al proclamatore di tenere il coltello dalla parte del manico è quella di proporci una lettura della Bibbia staccata dalla interpretazione che ne dà la Chiesa. E’ il criterio protestantico del “sola Scriptura”. L’inganno è duplice: 1) si fa credere che la Bibbia sia un libro che Dio affida ad ogni credente singolarmente, mentre ce lo affida con il monito di leggerlo in comunione con la Chiesa (“Chi ascolta voi ascolta me”, disse Gesù); 2) si fa credere che essi, coloro che propongono la nuova fede, siano lettori isolati e liberi davanti alla Bibbia, mentre invece sono portatori di una interpretazione specifica della loro denominazione di appartenenza. Insomma ti invitano a staccarti da un Magistero per fartene accettare un altro, con l’illusione che tu ascolti direttamente Dio.

2) Questo gioco di sostituzione avviene martellando il ritornello “Dice la Bibbia… la Bibbia dice…” e facendo leggere versetti a ripetizione (il che serve sia a darti l’impressione di avere a che fare con dei biblisti, sia a metterti in soggezione perché tu, impreparato, non sai fare altrettanto per difendere la tua posizione). L’inganno sta nell’oggettivare il messaggio come se fosse il libro a darlo mentre la verità è che il libro non parla (se fosse lui a parlare direbbe a chiunque lo legge le stesse cose, invece, sulla base della Bibbia, menti diverse hanno creato dottrine e chiese diverse). Il discorso onesto sarebbe dire non “la Bibbia dice…” ma “noi vi proponiamo il messaggio che la nostra denominazione ha ritenuto di capire leggendo la Bibbia”. Ma è ovvio che così si perderebbe di autorevolezza.

3) Poi si gioca sulla scelta eretica dei passi biblici. La parola “eresia” viene appunto dal greco (àiresis) e significa scelta; scelta dei passi che quella denominazione ritiene utili alla propria fede e rifiuto di altri passi, ugualmente biblici, che si ritengono in contrasto. Quando, essendo Dio l’ispiratore di tutta la Bibbia, è chiaro che nessuna parte di essa può essere esclusa e tutto deve potersi armonizzare nella non contraddizione di punti di dottrina rispetto ad altri.

4) Si fa anche affidamento alla semplicità di gente culturalmente indifesa chiedendo loro “Vedi? Leggi, leggi da te stesso, che capisci?” Fingendo cioè di non sapere che la Bibbia, essendo un libro antichissimo, che consiste in una biblioteca di 73 “libri” che si dipana su un’arco storico di oltre mille anni, deve essere interpretata (leggi “compresa”) tenendo conto dell’evoluzione storica della cultura ebraica, della limitatezza del vocabolario usato rispetto ai dizionari moderni, dei molti generi letterari che propongono la verità divina in modi e strutture diversissime tra loro e perciò hanno un valore dottrinale molto diversificato ecc…. Ad esempio si usa “anima” in modo standardizzato per tradurre l’ebraico nèphesh e il greco psyché, quando quei termini hanno una grande varietà di significati da scegliere secondo il contesto.

5) Avendo il protestantesimo rifiutato la funzione interpretativa del Magistero cattolico, si dà un valore assolutizzato al testo, leggendolo appunto con criterio fondamentalistico ignorando (ove fa comodo) le indicazioni della scienza filologica. Per esempio si adopera un criterio “storicizzante” e “cronachistico” come se le parole proposte in discorso diretto fossero state registrate su dettatura, mentre era un modo usuale di esprimersi scelto dagli agiografi del tempo. Le stesse idee dottrinali potevano benissimo essere proposte con discorso indiretto. E gli esegeti che si sono sforzati di rintracciare nel Vangelo le “ipsissima verba Iesu” ( le stessissime parole di Gesù) hanno dovuto fermarsi alla probabilità di ben poche espressioni. I Testimoni di Geova, oltre alla lettura storicizzante, quando non è proprio sostenibile, ricorrono al “figurativamente” (per non usare il termine “parabola”) e sono molto avari nei confronti di ciò che invece nel Vangelo abbonda: simbolismo, metafora, iperbole, similitudine, esempio, paragone ecc….

6) Si condanna e rifiuta la Tradizione, opponendola alla Scrittura. Ma lo si fa barando! Anzitutto non si distingue tra Sacra Tradizione e tradizioni umane. Assimilando essa a quelle, si ha buon gioco per far condannare “le tradizioni umane” in base alle quali Gesù aveva rimproverato i Farisei perché le anteponevano alla Parola di Dio vanificandola. La verità però è che la parola “tradizione”, applicata alla rivelazione divina, indica semplicemente la “trasmissione” della dottrina (viene dal latino tràdere, consegnare, trasmettere). Perciò il discorso onesto è che noi moderni abbiamo ricevuto ciò che Gesù ha “trasmesso” agli Apostoli e discepoli; che a San Paolo fu “trasmesso” dagli Apostoli, e che lui stesso “ritrasmetteva” ai suoi figli spirituali, come a Timoteo, sia che lo facesse a voce (trasmissione orale) sia che lo facesse utilizzando le Sacre Scritture (trasmissione scritta). Tutte le sue Lettere sono state, prima di diventare Scrittura, Tradizione sacra! Del resto in una cultura ove l’analfabetismo era la normalità e il possesso di papiri e codici riservato ai ricchi, Gesù ha saggiamente deciso di non scrivere nulla e di affidare alla viva voce degli Apostoli la trasmissione del suo messaggio (assistito, come sappiamo, dallo Spirito Santo che ne garantiva e l’indefettibilità e la perfetta progressiva comprensione). Quindi Tradizione orale e Scrittura non sono in contraddizione ma in complementarietà. Si può dire che sono co-fonti della rivelazione, come anche che la rivelazione è tutta opera di trasmissione-tradizione apostolica, fatta a voce e per iscritto.

* Si ricordi la diagnosi realistica dei nostri Vescovi che hanno parlato di “spaventoso analfabetismo religioso”. E si riferiscono ad un’Italia piena di battezzati, e di gente che frequenta la Messa ma appunto riceve un “approfondimento della fede” consistente solo in 10/15 minuti a settimana e di carattere esortativo-omiletico (contro i numerosi incontri di ore di studio che si svolgono nelle riunioni delle sètte e MRA). Il che ha motivato l’iniziativa pontificia dell’Anno della fede, ed episcopale del documento “Educare alla vita buona del Vangelo: Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-20120”.