Profezie rivelatrici della cultura di morte

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ROMA, domenica, 4 dicembre 2005 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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Sul numero di settembre-ottobre della rivista americana Foreign Policy è apparso un breve articolo del celebre bioeticista seguace dell’utilitarismo più radicale, Peter Singer, dal titolo ironico e provocatorio The Sanctity of Life , la santità della vita. Per la “pregnanza” delle posizioni assunte, il quotidiano National Post ha riproposto l’articolo nei giorni passati, accendendo il dibattito internazionale.

Nel 2040, afferma Singer, solo un rimasuglio di “irriducibili e ignoranti fondamentalisti religiosi” difenderà l’idea che ogni vita umana, dal concepimento alla morte, sia sacrosanta. In quell’anno, continua, si potrà giudicare il 2005 come l’anno che ha segnato la fine di tale prospettiva, soprattutto a causa di due importanti fatti.

Il primo fatto è la clonazione umana eseguita in Corea mediante trasferimento di nucleo somatico in ovocita non fecondato (cfr. C. Navarini, Staminali embrionali: criteri etici, fatti scientifici e desideri ideologici, ZENIT, 3 luglio 2005); il secondo la sconfitta dei gruppi pro-life nel caso Terry Schiavo, la cui morte è stata indotta sospendendo l’alimentazione e l’idratazione artificiale (cfr. C. Navarini, Eutanasia: la battaglia per la vita di Terri Schiavo, ZENIT, 20 marzo 2005).

In realtà, ciò che questi e molti altri dibattiti su questioni etiche negli USA, in Italia e nel mondo hanno recentemente dimostrato è l’esatto contrario di ciò che Singer afferma. Vi è infatti un “popolo della vita” che cresce al crescere degli eccessi scientisti e che – morte le ideologie - fatica sempre meno nell’individuazione di riferimenti culturali e religiosi che ne ispirino l’azione. Gli spartiacque si delineano e così anche molti “laici” vanno a schierarsi con quel “rimasuglio di fondamentalisti”.

In Italia, ad esempio, c’è un fronte “laico” che ha correttamente individuato e rifiutato l’antropologia sottesa ad aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia. Negli Stati Uniti la Human Life Foundation ha recentemente insignito del Premio di difensore della vita (Life Defender Award) lo scrittore Nat Hentoff, che si autodefinisce un “pro-life ebreo, ateo, libertario civile” (cfr. A. Colon, Resisting A Culture Of Death, “The New York Sun”, 2 dicembre 2005).

Singer ne è consapevole, e per questo sostiene che i due fatti “speciali” saranno compresi appieno solo dopo, quando i difensori di ogni vita umana, che egli chiama specisti, saranno quasi scomparsi sotto la “pressione degli sviluppi scientifici, tecnologici e demografici”. Sostenitore dell’aborto libero per qualunque ragione e per tutti i 9 mesi di gravidanza, dell’infanticidio fino ad almeno 30 giorni dopo la nascita, dell’eutanasia di anziani e disabili e, ovviamente, animalista radicale, Peter Singer è una lettura indispensabile per comprendere ed illustrare l’itinerario inevitabile che porta dall’apparentemente innocente relativismo morale basato sul quid est veritas? al crucifige! Egli infatti riassume in sé tutte quelle posizioni che apparivano scollegate tra loro e che invece costituiscono tappe susseguenti di un processo ideologico.

Peter Singer si può permettere di essere esplicito: non ha le preoccupazioni “politiche” di altri esponenti della cultura eugenista, i quali tentano di rassicurare l’interlocutore promettendo “rigorosissime” normative volte ad evitare eventuali “abusi” ogni volta che si accingono a proporre un passo avanti verso il mondo che Singer ha già chiaro in mente. Se l’uomo è il prodotto di una presunta evoluzione biologica, se è la società o “lo Stato” che prevale sulla persona e sulle istituzioni naturali, se non esistono legami indissolubili e la sessualità non ha vincoli di responsabilità, e se la vita umana è nella disponibilità di chi la genera o di chi la assiste nei momenti di maggiore vulnerabilità, perché non si può sopprimere chiunque?

Se giusto e sbagliato sono fisime dei bigotti, perché sarebbe sbagliato sopprimere i vecchi, fare esperimenti sui bambini, e affidare il giudizio su chi “meriti” di vivere ad un pool di “esperti”? Sembrano domande paradossali, ma che cosa abbiamo deciso con “la legge” che stabilisce che, nonostante la vita inizi dal concepimento, c’è un “diritto prevalente” di qualcuno più forte che può toglierla? Il paradosso appare meno stridente se solo si rammenta ciò che i sostenitori dell’aborto – ad esempio – rispondevano, allorché veniva denunciato non solo il male della cosa in sé, ma anche le sue conseguenze sulla sensibilità morale delle persone. Essi negavano recisamente che all’aborto dovesse seguire l’eugenetica e l’eutanasia di Stato. Eppure l’aborto è ora il dramma che tutti conosciamo, l’eugenetica è prassi comune nel momento in cui si “selezionano” gli embrioni e i feti, e di eutanasia si discute già da tempo.

Singer, o certe formazioni politiche di minoranza, fanno in definitiva il “lavoro sporco”: lanciano proposte e slogan che inorridiscono i più, ma che intanto vengono messe in campo. Sarà compito delle forze “laiche”, “ragionevoli”, respingere gli eccessi ma anche trovare “un punto di equilibrio” tra gli eccessi e ciò che il giorno prima erano i “paletti” posti a garanzia delle varie “sensibilità”. Risultato: spostamento dei “paletti” in avanti, un piccolo passo più vicino all’eccesso che – per carità – nessuno vuole. E così via, un decennio di anestesia morale dopo l’altro.

In questo senso, riconoscere e difendere la dignità di ogni uomo è uno dei principi antropologici ed etici su cui si giocano le sorti dell’umanità. Negarli equivale a piombare in un baratro eugenetico e discriminatorio i cui esiti si possono purtroppo immaginare. È la società artificiale efficacemente descritta ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley, dove l’inizio e la fine della vita sono rigidamente controllati e manipolati al fine di trasformare gli esseri umani in “prodotti di qualità”, distinguendo i soggetti migliori da quelli scadenti, fino agli “scarti umani”, in cui rimarrebbe soltanto una parvenza di umanità meramente corporea.

Ed è proprio ciò che asserisce Singer: “Sarà la tecnologia a guidare il dibattito. Allorché miglioreranno le tecniche di produzione dell’immagine dei tessuti molli, potremo stabilire con un alto grado di probabilità [sottolineatura mia, n.d.a. ] che alcuni esseri umani viventi e in grado di respirare hanno subito danni cerebrali così gravi da non poter riacquistare mai più la coscienza. In questi casi, […] la decisione di rimuovere il tubo dell’alimentazione non sarà più tanto controversa, perché si tratterà di porre fine alla vita di un corpo umano, non di una persona”.

Per quanto le tesi singeriane appaiano generalmente aberranti ai più, non si può nascondere che i suoi presupposti teorici siano condivisi da molti, e che anzi simili posizioni estremiste siano lucidamente coerenti con tali premesse. In effetti, affermare che gli esseri umani hanno una diversa dignità in base alle loro manifestazioni di autocoscienza, o alla loro capacità di relazione, o alla loro qualità di vita, porta necessariamente alla conseguenza che numerose categorie di persone ad esempio i neonati o i disabili) non vanno considerate tali. E soprattutto che non esiste alcun criterio certo per stabilire chi sia persona e chi non lo sia, dal momento che in fondo, se tutto è relativo e strumentale, anche i requisiti di dignità sarebbero soggetti a revisioni, ed eventualmente all’arbitrio di qualcuno. Gli esempi della storia recente fugano ogni dubbio in proposito.

Molti fra i nostri bioeticisti e fra i nostri politici differiscono da Singer solo per coerenza e coraggio. Maurizio Mori, ad esempio, pretende di fondare la difesa delle vite umane – non tutte, ma un numero maggiore di quelle indicate da Singer – con la “stabilità” del criterio di qualità della vita, che tuttavia è totalmente in balia di determinazioni storiche e culturali.

In effetti, da buon alfiere del relativismo etico, affermava recentemente: “Oggi ci si imbatte talvolta in situazioni in cui la ‘qualità della vita’ è tanto bassa e non passibile di miglioramento da far credere che non sempre la morte sia il peggiore dei mali” (M. Mori, Gli innegabili vantaggi del relativismo secondo Mori, “Il Foglio”, 25 novembre 2005). Non è che in passato la qualità della vita fosse molto migliore. Anzi, a dire il vero era assai peggiore, e allora come oggi esistono sofferenze che mettono a dura prova, e che possono portare ad invocare la morte come una liberazione.

Tuttavia, altro è essere pronti a morire – chi più di un cristiano, che vede sullo sfondo della morte il richiamo dell’eternità, può essere d’accordo? – altro è cercare la morte come mezzo di risoluzione dei problemi: ad esempio, perseguire l’eliminazione del sofferente come mezzo per eliminare il dolore, o uccidere un bambino non nato per risparmiargli patimenti futuri. Di fronte ad una vita umana, la nostra o quella altrui, la sete programmatrice e dominatrice deve trovare un limite oggettivo, assoluto, evidente, che si traduca finalmente in autentica coerenza di pensiero e di vita.

Singer, in chiusura del suo intervento, tratteggia fieramente il nuovo ordine che dovrebbe nascere sulle rovine dell’antico, quasi una religione della terra: “Quando l’etica tradizionale della santità della vita umana avrà provato la sua indifendibilità sia rispetto all’inizio che alla fine della vita, una nuova etica prenderà il suo posto. Essa riconoscerà che il concetto di persona è distinto da quello di membro della specie Homo Sapiens, e che lo statuto di persona, e non l’appartenenza alla specie, è determinante per decidere quando è sbagliato porre fine ad una vita. Allora capiremo che sebbene la vita di un organismo umano inizi con il concepimento, la vita di una persona – ovvero almeno di un essere dotato di qualche livello di consapevolezza di sé – non inizia così presto”.

Joseph Ratzinger, felicemente regnante come Papa Benedetto XVI, farà probabilmente parte di quegli “ignoranti” denunciati da Singer, eppure la sua visione è chiarissima:

“[…][S]i facilita l’eliminazione dell’embrione o il suo utilizzo arbitrario in nome del progresso della scienza che, non riconoscendo i propri limiti e non accettando tutti i principi morali che permettono di salvaguardare la dignità della persona, diventa una minaccia per lo stesso essere umano, che viene ridotto ad un oggetto o a un mero strumento. Quando si arriva a questi livelli la società stessa ne risente e le sue basi vengono messe in pericolo da ogni tipo di rischio.

[…][I] figli hanno il diritto di nascere e crescere in una famiglia basata sul matrimonio, in cui i genitori siano i primi ad educare nella fede i propri figli e questi possano raggiungere la loro piena maturità umana e spirituale. I figli sono realmente la più grande ricchezza e il bene più prezioso della famiglia. Per questo è necessario aiutare tutte le persone a prendere coscienza del male intrinseco del crimine dell’aborto che, attentando contro la vita umana al suo inizio, è anche un’aggressione contro la società stessa. E’ per questo che tutti i politici e i legislatori, come servitori del bene sociale, hanno il dovere di difendere il diritto fondamentale alla vita, frutto dell’amore di Dio” (Discorso del Papa ai Presidenti delle Commissioni Episcopali per la Famiglia e per la Vita dell’America Latina, ZENIT, 4 dicembre 2005).

Come già con le eresie, con il relativismo, il liberalismo e il socialismo, e poi con la contraccezione e con l’aborto, i Papi non fanno profezie, ma previsioni, perché la verità esiste e le conseguenze della sua negazione possono essere anticipate. Non sappiamo se il mondo del 2040 sarà quello evocato da Singer, il quale avrà allora 94 anni e forse avrà bisogno a sua volta di “esperti”. Certamente la Chiesa Cattolica sarà ancora dalla parte della vita e dell’ordine naturale. La società sarà più simile a come lui spera soltanto se gli uomini di buona volontà cesseranno di riconoscere e annunciare il bene e il vero ai loro contemporanei.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org . La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]