Progressi sul fronte della pena di morte

Il numero delle esecuzioni cala notevolmente

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di padre John Flynn, LC




ROMA, domenica, 10 aprile 2011 (ZENIT.org).- Il ricorso alla pena di morte ha proseguito la sua china discendente anche nel 2010, secondo il rapporto di Amnesty International pubblicato il 28 marzo.

Il documento, dal titolo ““Death Sentences and Executions in 2010”,” saluta con favore i progressi raggiunti nell'’ultimo decennio, sottolineando che in quel periodo ben 31 Paesi hanno abolito la pena di morte di diritto o di fatto.

Amnesty International ha registrato 527 esecuzioni lo scorso anno, rispetto alle 714 del 2009. Le cifre che figurano nel rapporto non comprendono la Cina, che continua a non rivelare i propri dati. Amnesty International stima che lo scorso anno vi siano state migliaia di esecuzioni nel Paese, ma non è in grado di fornire dati precisi.

A parte la Cina, i Paesi con il più elevato numero di esecuzioni sono l'Iran (252), la Corea del Nord (60), lo Yemen (53), gli Stati Uniti (46) e l'Arabia Saudita (27).

Amnesty International precisa che questi dati sono solo provvisori, poiché mancano statistiche ufficiali di molti Paesi. Bielorussia, Cina e Mongolia classificano le informazioni sulla pena di morte come segreto di Stato. Il Vietnam vieta per legge la pubblicazione dei dati sulla pena capitale.

Il rapporto sottolinea inoltre la scarsità di informazioni disponibili per Malaysia, Corea del Nord e Singapore. Peraltro, in alcuni Paesi, tra cui Bielorussia, Botswana, Egitto e Giappone, le persone nel braccio della morte non sono preavvertite della loro esecuzione, né lo sono i loro familiari o avvocati.

Il rapporto osserva che il numero delle nuove sentenze di morte risulta essere di gran lunga superiore alle esecuzioni, ammontando ad almeno 2.024 per l’'insieme di 67 Paesi.

Il Pakistan figura al primo posto, con 365 sentenze, seguito dall'Iraq con 279, dall'Egitto con 185 e dalla Nigeria con 151. Negli Stati Uniti sono state emesse 110 sentenze di morte, in Afghanistan circa 100.

Secondo Amnesty International, alla fine del 2010 erano almeno 17.833 le persone condannate a morte.

Meno Paesi

Sebbene il ricorso alla pena di morte sia diminuito lo scorso anno, il numero dei Paesi in cui vi sono state esecuzioni è aumentato di quattro Stati, raggiungendo quota 23.

Questo aumento contrasta con il declino degli anni precedenti, secondo il rapporto, in quanto alla metà degli anni Novanta erano in media 40 i Paesi che eseguivano condanne a morte ogni anno. Alla fine del nuovo millennio, le esecuzioni risultavano in media solo in 30 Paesi.

Nel 2008 il numero dei Paesi era sceso a 25, e nel 2009 ulteriormente a 19.

Il numero dei Paesi che hanno abolito legalmente la pena di morte o che lo ha fatto nella pratica è aumentato sostanzialmente, passando dai 108 del 2001 ai 139 degli ultimi anni.

Nel 2010 il Gabon ha modificato le sue leggi per eliminare la pena di morte. E per la fine dell'’anno erano in itinere proposte di legge per l'’abolizione della pena di morte nei Parlamenti di Libano, Mali, Mongolia e Corea del Sud.

Il rapporto osserva inoltre che sono stati compiuti progressi in alcuni Paesi in cui si faceva ricorso alla pena di morte. In Bangladesh, ad esempio, nel marzo 2010 è stata dichiarata l'’incostituzionalità dell'’obbligatorietà della pena di morte che non consideri le circostanze del reato o dell’'imputato.

In Kenya, la Corte d'Appello ha dichiarato l'’incostituzionalità dell'’obbligatorietà della pena di morte per il reato di ’omicidio. A ottobre, infine, il Parlamento della Guyana ha adottato una nuova legge che abroga l'’obbligatorietà della pena di morte in caso di omicidio.

Stati Uniti

Uno sguardo più specifico sull'’andamento della pena di morte negli Stati Uniti è contenuto in un documento dal titolo “”The Death Penalty in 2010: Year End Report””, pubblicato alla fine del 2010.

Redatto dal Death Penalty Information Center, il documento afferma che nello scorso anno vi è stata una notevole discussione su questioni come gli alti costi connessi alla pena capitale e sulla controversia nella pratica dell'’iniezione letale.

Di fatto, le esecuzioni sono calate del 12% rispetto al 2009 e del 50% rispetto al 1999. Il numero delle nuove sentenze, 114, –è rimasto sostanzialmente invariato rispetto allo scorso anno, ovvero ai livelli più bassi degli ultimi 34 anni. Il dato più elevato, 315, è stato registrato nel 1996.

Alla data della pubblicazione erano 3.261 i prigionieri nel braccio della morte, rispetto ai 3.297 dell’'anno precedente.

Sebbene 35 Stati federati mantengano la pena di morte, solo in 12 di questi vi sono state esecuzioni nel 2010, soprattutto al Sud, secondo il rapporto.

Un brusco calo delle esecuzioni - il 29% in meno -– si è verificato nel Texas, che era al primo posto nel ricorso alla pena di morte.

Il calo è arrivato in un anno in cui vi sono state controversie su errori nelle sentenze di condanna. Per esempio, Anthony Graves, condannato alla pena di morte in Texas, è stato liberato perché dopo 16 anni le accuse contro di lui sono state archiviate.

Un altro caso riguarda un uomo giustiziato nel 2004. Una commissione d’'inchiesta, istituita per indagare sul caso, ha rivelato che le prove utilizzate per condannare l’'imputato erano altamente inattendibili.

Secondo il rapporto, negli Stati Uniti, 138 condannati sono stati liberati dal braccio della morte dal 1973.

Ma questi non sono i soli casi che sollevano dubbi sull'’uso della pena di morte. Il rapporto riferisce di una serie di esecuzioni controverse, come quella di Teresa Lewis, nello Stato di Virgina: una nonna con un quoziente intellettivo di 72 che non ha partecipato materialmente agli omicidi che hanno portato alla sua sentenza di morte e ha visto i suoi due coimputati -– che hanno materialmente sparato alle vittime -– ricevere solo sentenze di ergastolo.

Intanto, in Alabama è stato giustiziato il prigioniero Holly Wood, che presentava un quoziente intellettivo inferiore a 70, che è il livello in cui si presume la presenza di una disabilità mentale.

Questo caso è messo a confronto, nel rapporto, con quello di Salvatore Vitale, di New York, un boss che ha confessato 11 omicidi, ma che è stato condannato agli anni di reclusione già scontati in attesa della sentenza (“time served”). Vitale è stato quindi rilasciato dopo la sentenza, avendo già trascorso sette anni in prigione, a motivo della sua collaborazione con le autorità.

Un altro fattore che porta alla riconsiderazione della pena di morte è quello dei costi. Le Commissioni parlamentari negli Stati dell'Illinois, del New Hampshire e della Pennsylvania hanno messo a raffronto i costi legati alla pena capitale con quelli relativi agli altri modi di gestione dei criminali.

La Commissione dell'’Illinois ha rilevato che negli ultimi sette anni erano stati spesi 100 milioni di dollari per assistere contee in cui erano in corso procedimenti con pena di morte, in un periodo in cui il deficit di quello Stato è arrivato ad essere uno dei più consistenti del Paese.

Cultura della vita

Più di recente, l'’Illinois ha deciso di abolire la pena di morte dopo una moratoria di più di un decennio, secondo quanto riferito dall'Associated Press il 9 marzo.

Nell'’annunciare questa decisione, il Governatore Pat Quinn ha detto di voler commutare le sentenze alla pena capitale dei 15 condannati in sentenze di ergastolo senza condizionale.

A gennaio l’'Assemblea legislativa di quello Stato ha approvato l'’abolizione della pena di morte, e Quinn si è preso qualche mese di riflessione prima di firmare la legge.

I Vescovi cattolici dell'’Illinois hanno accolto positivamente la decisione. “La fine del ricorso alla pena di morte favorisce lo sviluppo di una cultura della vita nel nostro Stato””, hanno affermato in un comunicato emesso il 9 marzo.

“La società, hanno aggiunto, continuerà ad essere protetta, e a chi commette crimini si continuerà a chiedere conto con misure alternative alla pena di morte, tra cui l'’ergastolo senza condizionale”.

In Arizona le esecuzioni continuano, come quella di Eric John King del 29 marzo, ma gli oppositori alla pena di morte non cesseranno di esercitare pressioni per l’'abolizione.

“L’'uso della pena di morte quando esistono altre misure per assicurare l’'ordine nella società “è un atto di vendetta, ‘occhio per occhio,’ che contrasta con i valori della nostra Nazione e nega la dignità e la sacralità della vita umana””, hanno dichiarato i Vescovi cattolici dell’Arizona il giorno prima dell’'esecuzione. Un'’opinione che è condivisa da un numero sempre crescente di persone.