Protezione internazionale dei rifugiati

Intervento dell'Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra

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CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 5 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo la traduzione dell’intervento pronunciato il 26 giugno scorso a Ginevra, in Svizzera, dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e delle Istituzioni Internazionali a Ginevra, durante la 54.ma Sessione del Comitato Permanente del Comitato Esecutivo del Programma dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). La traduzione è stata pubblicata sull'edizione odierna de L'Osservatore Romano.

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Signor Presidente,

La protezione rimane una preoccupazione urgente. Con 42,5 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case oppure a vivere in esilio per timore delle persecuzioni o della violazione dei loro diritti umani fondamentali, e, in molti casi, dinanzi a un’ostilità che mette in pericolo la loro vita a causa delle convinzioni religiose, la comunità internazionale è chiamata a elaborare risposte creative adeguate alle circostanze attuali. Purtroppo il compito è reso più difficile dal fatto che, oltre ai classici conflitti armati, la migrazione forzata è esacerbata dai cambiamenti climatici, dalla mancanza di cibo, dalle catastrofi naturali e dalle situazioni complesse create dai signori della guerra, dai ribelli e dalle regioni separatiste. Inoltre, la volontà politica di aiutare è indebolita dalle crisi economiche e interne, che rendono l’opinione pubblica meno generosa nell’offrire asilo e che restringono, piuttosto che allargare, il numero dei Paesi disposti a concederlo. Sessantun’anni fa, la Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati è stata un importante passo avanti; ora, però, mostra alcuni limiti nell’affrontare le esigenze di un mondo sempre più connesso, globalizzato e complesso. In base alla comprensione attuale del termine “rifugiato”, molte persone vengono escluse dal ricevere la protezione adeguata che dovrebbe essere offerta loro in virtù dei loro diritti umani e anche del diritto internazionale relativo ai diritti umani, nonché in virtù della nostra responsabilità collettiva di solidarietà.

La protezione di questi gruppi vulnerabili ― rifugiati, richiedenti asilo, persone sfollate, migranti abbandonati a se stessi e altre persone costrette a spostarsi per sopravvivere ― è un imperativo internazionale che esige un approccio positivo e istituzionalizzato all’assistenza umanitaria. La dignità innata di ogni persona richiede una risposta, specialmente nelle situazioni di sofferenza e di sradicamento. Come ha detto il Santo Padre Benedetto XVI alcuni giorni fa, in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati: «auspico che i loro diritti siano sempre rispettati » (Angelus, domenica 17 giugno 2012).

La comunità internazionale può adottare un approccio non categorico alle crisi delle migrazioni forzate, a prescindere dallo status delle persone coinvolte. La maggiore preoccupazione degli Stati e dei principali interessati deve essere quella di proteggere e di promuovere i diritti umani fondamentali di quanti vengono allontanati con la forza dalle loro situazioni di normalità nei luoghi d’origine. L’assistenza umanitaria, libera dalla considerazione dello status della persona, deve essere volta a far fronte ai bisogni immediati e a pianificare soluzioni a lungo termine che portino a una vita normale.

L’approccio non categorico all’assistenza umanitaria è importante affinché ogni singola persona possa essere riconosciuta e aiutata. Di fatto, occorre offrire protezione e assistenza alla singola persona come applicazione dei suoi diritti umani e, cosa ancora più importante, in virtù della sua inalienabile dignità umana. Un passo utile per ottenere la protezione di tutti coloro che cercano rifugio è quello di rendere universali gli obblighi giuridici degli Stati relativi alla protezione e all’assistenza delle persone sfollate internamente.

Un altro beneficio dell’approccio non categorico è costituito da un’opportunità più globale per un reinsediamento sostenibile, con tempi più rapidi nel determinarne l’attuazione. Allo stesso tempo, l’unità della famiglia continua a essere una risorsa importante, e perfino necessaria, per rendere davvero efficace qualsiasi soluzione a lungo termine. Anche l’educazione è una risorsa fondamentale per la protezione. Deve essere offerta sia ai ragazzi che alle ragazze, al fine di dare loro strumenti per riuscire e per evitare di cadere vittima del traffico di esseri umani, di abusi e di altre atrocità simili. Queste politiche di protezione internazionale devono continuare a essere inclusive e non discriminatorie per quanto riguarda l’età, il sesso, la religione o la razza.

Per concludere, mentre le distinzioni tra le categorie di persone in movimento sono sempre più sfocate, il quadro normativo esistente può essere interpretato con vera sollecitudine per i diritti umani di tutti e rafforzato con il senso di solidarietà umana. Al fine di porre rimedio al vuoto nella protezione, in questo momento in cui le condizioni politiche ed economiche non sembrano favorevoli a nuove norme internazionali, le interpretazioni più generose dovrebbero trovare ampio consenso, le politiche nazionali e regionali dovrebbero ricevere maggior sostegno e dovrebbe svilupparsi la cooperazione pratica tra le istituzioni esistenti che si preoccupano delle persone dislocate. Naturalmente la soluzione migliore sta in primo luogo nei cuori disposti alla pace e nella determinazione politica a lavorare per prevenire i conflitti.

Il sistema di protezione ha bisogno di una maggiore attenzione alle politiche. I Paesi coinvolti devono essere aiutati a migliorare la loro capacità di proteggere, e devono essere messe in atto misure per interdire e facilitare l’allontanamento, e i programmi di sicurezza collegati all’immigrazione non devono impedire a quanti chiedono asilo in buona fede e alle persone che cercano di sopravvivere, di ottenere la protezione territoriale.

Signor Presidente,

Le persone che fuggono dalle proprie case lo fanno per paura e disperazione. Ma, cosa ancora più importante, la loro decisione è un atto di fede e di speranza che la solidarietà della famiglia umana e le azioni della comunità internazionale continuino a testimoniare e a offrire la compassione e il sostegno che permetteranno loro di godere ancora dei loro diritti umani e di condurre un’esistenza normale.

(©L'Osservatore Romano 5 luglio 2012)