"Può esservi arte senza religione?" (Prima parte)

Verdi, Wagner e gli altri. Una riflessione su "musica e fede"

Roma, (Zenit.org) Renzo Allegri | 698 hits

Nell’anno in corso,  2013, il mondo della musica classica ricorda il bicentenario della nascita di due sommi musicisti: Giuseppe Verdi (1813-1901) e  Richard Wagner (1813-1883). Sono i due massimi rappresentanti del teatro in musica, le cui opere  continuano ad essere le più amate dal pubblico e le più rappresentate. Capolavori wagneriani come “Tannhäuser”, “Lohengrin”, “L’anello del Nibelungo”, “Tristano e Isotta,”, “I maestri cantori di Norimberga”, “Parsifal”, eccetera; e capolavori verdiani come “Nabucco”, “Trovatore”, “Traviata”, Rigoletto”, “Vespri siciliani”,  “Simon Boccanegra”, “Ballo in maschera”, “Don Carlos”, “Forza del destino”, “Aida”,  “Otello”,  “Falstaff” , sono patrimonio della cultura mondiale, sempre presenti nelle stagioni teatrali più importanti, scelti dalla case discografiche per nuove  incisioni, diffusi con ogni mezzo e continuano a entusiasmare gli appassionati dell’opera.

Un aspetto curioso dell’intera produzione artistica di questi due compositori sta nel fatto che è pervasa  da grandi sentimenti religiosi. Magari non sempre affrontati direttamente,  ma  tenuti come “sfondo costante” delle storie che hanno musicato, nelle quali si rispecchia la vita dell’umanità nella sua visione biblica,  con le lotte tra il bene e il male e dove sempre primeggia il bene e l’apertura verso valori eterni. Forse in nessun altro compositore come in questi due è sempre presente il destino ultimo della vita, e, attraverso le vicende dei vari protagonisti, quello dell’umanità nel suo complesso.

E viene spontanea la domanda: Wagner e Verdi erano credenti? Erano cristiani? Quale idea avevano del soprannaturale, di Dio? 

E’ difficile dare una risposta. I due musicisti sono vissuti nell’Ottocento, secolo nel quale quasi tutti gli artisti e gli intellettuali amavano mostrarsi, in pubblico, seguaci della moda imperante, e cioè scettici e materialisti.  Wagner viene abitualmente descritto come un grande egocentrico, superbo, invidioso, avido, antisemita, cultore della razza, precursore del nazismo, del comunismo. Apparentemente, una persona molto lontana dalle vere tematiche religiose.

Verdi, soprattutto in Italia, è stato usato come emblema dell’anticlericalismo, ateo, avaro, avido, misantropo. Giuseppina Strepponi, grande cantante e sua seconda moglie, in una lettere del 1872 scriveva a un amico: «Verdi è una perla d'onest'uomo, capisce e sente ogni delicato, ed elevato sentimento, ma con tutto ciò questo brigante si permette d'essere, non dirò ateo, ma certo poco credente, e ciò con una ostinazione ed un calma da bastonarlo. Io ho un bel parlargli delle meraviglie del cielo, della terra, del mare, ecc. ecc. Mi ride in faccia e mi gela in mezzo del mio entusiasmo tutto divino col dirmi: siete matti! e sfortunatamente lo dice in buona fede».

Ma, se si analizza con serenità e senza pregiudizi l’esistenza di questi due artisti, si trova che non erano affatto come abitualmente vengono descritti. Sotto un’apparenza esteriore, usata forse anche come difesa dalla propria privacy, nascondevano un’esistenza ricca proprio di quei valori che esaltavano nelle loro opere.

In genere, nella vita delle persone contano molto le radici. Cioè, “la qualità” delle esperienze che fanno all’inizio della loro esistenza. I valori e i principi che vengono assimilati negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, difficilmente vanno perduti.

Richard Wagner apparteneva a una famiglia di media cultura. Ultimo di otto fratelli, non conobbe il padre che morì lo stesso anno della sua nascita. Fu allevato dalla madre, che aveva ricevuto un’ottima educazione in un importante collegio di Lipsia. Rimasta vedova ancora in giovane età, si risposò e Richard, a sei anni, venne mandato in pensione dal pastore Wetzel che abitava in campagna, a Dresda. Era un uomo colto, che trasmise al piccolo Richard  solidi valori religiosi e anche un grande  amore per la storia e per la mitologia.

Nel 1827, quando aveva 14 anni, Richard Wagner fece un’esperienza che segnò profondamente la sua vita. Ricevette la Prima Comunione. E  fu sconvolto da quel rito. Non solo per il suo intrinseco significato religioso, ma per tutto un insieme di circostanze che impressionarono enormemente la fantasia e la sensibilità del futuro artista. La penombra della chiesa, gli odori della cera e dell’incenso, la varie fasi della cerimonia, il simbolismo in esse contenuto,  il suono dell’organo, i canti corali della gente, tutto questo insieme provocò in lui uno stato di esaltazione mistica profondissimo, che lo tenne in agitazione per giorni, e che non dimenticò per il resto della vita. Quell’esperienza significava per il ragazzo la scoperta di un mondo invisibile, inspiegabile, irrazionale anche, ma estremamente affascinante, che rimase  nel Wagner adulto un punto di riferimento assoluto. 

Qualche anno dopo, Wagner andò a studiare in una celebre istituzione di Lipsia, la Thomasschule, Scuola di San Tommaso, fondata dai Padri Agostiniani nel 1212 e che,  dal 1723 al 1750 fu diretta

Johann Sebastian Bach. Cento anni dopo, all’arrivo del giovane Wagner, il direttore e  principale insegnante di musica della Thomasschule era il maestro Christian Theodor Weinlig, uomo di principi profondamente religiosi, che aveva in Bach il suo mito, e che aveva studiato musica a Bologna, sotto la guida dell’abate Stanislao Mattei, a sua volta allievo del celeberrimo Padre Giovanni Battista Martini.

Wagner aveva 18 anni. Aveva conclusi gli studi secondari e voleva dedicarsi soprattutto  alla musica. Ma non era affidabile. La sua vita privata era disordinata. Aveva la passione del gioco, si ubriacava, trascorreva le notti nei bagordi.

Tutto questo era inaccettabile dal  severo maestro Weinlig, che, dopo pochi mesi, indignato, decise di cacciare Wagner dall’Istituto.  Ma dentro il cuore di Wagner “dissipato”, viveva ancora la fiamma dell’esperienza mistica della Prima Comunione con le emozioni che aveva provocato, e fu quel ricordo a salvarlo. Si rese conto della propria vita dissipata. Si pentì, andò dal maestro Weinlig a chiedere perdono promettendo di cambiar condotta e di studiare seriamente. Il maestro Weinlig sospese il provvedimento di espulsione. Wagner mantenne le promesse e divenne uno dei migliori allievi, il prediletto di Weinlig e iniziò lì la sua grande e vera carriera di musicista.

La struttura interiore di Wagner era quindi solida e ancorata a quelle esperienze spirituali di tipo mistico che aveva fatto da ragazzo. Esperienze che furono sempre presenti nella sua attività di compositore.

Le tematiche di fondo che si trovano nelle sue opere, sia pure espresse attraverso un sincretismo mitologico a volte esasperato, richiamano i principi fondamentali del “sacro”, del “mistero”, del “divino”, il “tema della redenzione”, “dell’amore che salva attraverso il sacrificio”, le figure di Gesù e di Maria, spesso citate, il tema del Graal.

Tutta l’opera di Wagner è un rito, teso alla realizzazione di uno spettacolo in cui la musica non deve essere più importante della religione, dell’arte, della filosofia, della vita. E queste tematiche sono ribadite ed esaltate nel suo ultimo capolavoro, il Parsifal, suo testamento, dramma mistico per eccellenza, carico di esplicite e forti allusioni religiose, contrapposte allo sviluppo tecnologico della sua epoca positivistica. Per questo, fu attaccato da alcuni intellettuali del suo tempo, come Nietzsche che accusò Wagner di essersi “accasciato ai piedi della croce”.

 (La seconda parte verrà pubblicata domani, domenica 7 aprile)