Può esservi arte senza religione? (Seconda parte)

Verdi, Wagner e gli altri. Una riflessione su musica e fede

Roma, (Zenit.org) Renzo Allegri | 478 hits

La parabola artistica di Giuseppe Verdi è tutta diversa, ma porta alle stesse conclusioni.  Verdi apparteneva al popolo più umile, quello dei contadini. La passione per la musica era in lui istintiva, e si sviluppò da sola. Il Verdi bambino iniziò a suonare su una vecchia spinetta, apprese i primi rudimenti della musica dal parroco del paese, che gli permetteva di strimpellare l’organo. E la sua formazione ideologica e religiosa, ricevuta in quell’ambiente povero ma sano, fu  assolutamente solida.

Come musicista, Verdi fu “allievo” del popolo della sua terra. Era nato in una piccola frazione di Busseto, in provincia di Parma. La frazione si chiamava e si chiama “Le Roncole”: poche case, la chiesa e il cimitero. Un centinaio di abitanti, tutti contadini, ma con un grande amore per la musica, quella semplice, tradizionale.

Verdi nacque con un immenso amore per quella musica, che si sviluppò spontaneamente e crebbe  alimentato da ciò che vedeva e sentiva dalla sua gente.  Quindi, niente istruzione, niente scuole, niente letture particolari, niente frequentazioni di artisti celebri. Solo istinto, doti naturali, che si facevano strada da sole.

A 19 anni, Verdi andò a Milano per sostenere un esame che gli avrebbe permesso di entrare al Conservatorio. Ma venne bocciato.  Tutte le strade tradizionali che portano un giovane ad apprendere le tecniche di un’arte  per la quale si sentiva portato,  furono negate a Verdi.  E quando, per una serie di fortunate circostanze, potè comporre un’opera  per un teatro importante, la Scala di Milano, il suo genio naturale esplose con il fragore di una bomba.  Ma subito il destino avverso si accanì contro di lui.  Mentre stava componendo la seconda opera che il Teatro  alla Scala gli aveva commissionato, fu colpito da una serie di tremende disgrazie: nello spazio di un breve tempo,  gli morirono, uno dopo l’altro, i due figli piccoli e poi la giovane moglie. Voleva morire anche lui. Per due anni visse come un barbone disperato. Poi, di nuovo la fortuna, la composizione di quel “Nabucco”, opera immortale che ancora viene eseguita nei teatri di tutto il mondo. Ed iniziò la grande,  immensa carriera.

Giuseppe Verdi è diventato il genio che tutti lodano e ammirano. Le sue opere, a differenza di quella di Wagner, si ispirano alla cronaca, alle vicende storiche, alla vita quotidiana. Niente ideologie, studi mitologici, simbolismi, leggende. E niente tematiche religiose esplicite. Eppure, i personaggi delle sue opere sono tutti guidati da un senso religioso pratico di grande potenza.

E in certe circostanze della sua vita, Verdi affrontò direttamente anche la musica sacra. Lo fece nel 1874 con la “Messa di Requiem”, per ricordare la morte di un uomo che egli ammirava moltissimo: Alessandro Manzoni, grande scrittore e grande cristiano. Il “Requiem” è un’opera che viene definita “un vero trattato teologico”. Permise a Verdi di riflettere sui suoi problemi di fede, e di affermare concretamente ed esplicitamente le proprie profonde convinzioni religiose. Cosa che fece anche in altre importanti opere di musica sacra: lo “Stabat Mater”, composto nel 1897, quattro anni prima della morte. E in particolare il “Te Deum”, inno sacro monumentale, il suo addio alla vita,  un susseguirsi di situazioni, come egli stesso scrisse,  esultanza, contemplazione del Cristo incarnato,  invocazione della sua misericordia e, infine, quel grido “In te, Domine, speravi”,  affidato a una sola voce di soprano  alla quale si unisce poi  tutto il coro in un crescendo strapotente: “una richiesta dello stesso Verdi di avere speranza e luce nell’ultimo tratto della sua vita”, come disse Benedetto XVI dopo averlo ascoltato nell’Aula Paolo VI, in Vaticano, nel maggio dello scorso anno, diretto da Riccardo Muti.  Verdi era così legato a quel “Te Deum” da lasciare scritto, nelle sue disposizioni testamentarie, che la partitura manoscritta fosse posta nel feretro sotto il suo capo. Era forse il suo modo di dire “grazie” a Dio, per tutto quello che da Dio egli aveva ricevuto.

‘E’ quasi impossibile pensare che un vero grande musicista sia ateo’, mi disse un giorno  Cesare Augusto Tallone, mitico liutaio, amico di D’Annuncio, Toscanini, Benedetti Michelangeli, inventore di un pianoforte che porta il suo nome e che è il primo pianoforte italiano gran coda da concerto. Avevamo ascoltato insieme un giovane pianista che il quel momento godeva di grandissima fama e che era molto amico di Tallone. Al termine del concerto, mi sembrava che il vecchio Tallone fosse perplesso. ‘Non le piace?’, chiesi. ‘E’ un grande tecnico’, rispose deciso, ‘ma non sarà mai un grande artista’. ‘Perché?’, domandai meravigliato. ‘Perché non crede in Dio’, sentenziò.

Giudicai quella frase eccessiva. Ma, riflettendo, in seguito, mi convinsi che, in realtà,  Tallone  aveva ragione. La fede è una enorme apertura verso un mondo che sfugge alla fredda  razionalità. Credere in Dio, comporta avere della vita e del creato una visione senza confini, senza barriere. ‘E’ come avere  una finestra aperta sull’infinito’, mi disse Tallone. ‘ L’ateo materialista è limitato, ha confini. La sua creatività è prigioniera dello spazio e del tempo. Non decolla verso l’infinito’.

Dopo un breve silenzio, il vecchio Tallone, quasi a voler spiegare meglio il suo concetto,  aggiunse enigmatico: ‘Johan Sebastian  Bach, il più grande genio musicale della storia, iniziava la scrittura delle proprie pagine musicali con due J. J., che rappresentavano una sua semplice e spontanea preghiera: “Jesus Juva”.

Tutte le partiture di Joseph Haydn, altro gigante della musica,  portano nell’intestazione le parole “In nomine Domini”, oppure “Soli Deo gloria”, e alla fine scriveva: “Laus Deo”. Nella sua biografia, Charlie Chaplin racconta di aver invitato una sera a casa sua per una cena alcuni amici: il pianista e compositore russo Sergei Vasilievich Rachmaninov, il direttore d’orchestra John Barbirolli, il pianista russo americano Vladimir Horowitz, con sua moglie Wanda Toscanini. Parlando, qualcuno portò il discorso sulla religione. Chaplin disse  di non essere credente.  Rachmaninov, meravigliato, replicò: ‘Ma come: può esservi forse arte senza religione?’.

(La prima parte è stata pubblicata ieri, sabato 6 aprile)