Qoèlet e il dilemma se la vita merita di essere vissuta

Una riflessione per la serie "Gli anziani nella Sacra Scrittura"

San Benedetto del Tronto, (Zenit.org) Domenico Sabatini | 291 hits

Il testo è nel dodicesimo capitolo del Libro di Qoèlet, detto anche Ecclesiaste. Esso contiene la riflessione ultima di un uomo anziano, il definitivo bilancio della sua vita. Qoèlet si è sempre chiesto se la vita meritasse di essere vissuta, quale fosse il salario che se ne poteva ricavare, visto che la vita è una specie di lavoro. Qoèlet si sforzò sempre di sperimentare il mestiere di vivere, e siccome era re di Israele in Gerusalemme, provò ogni tipo di esperienza.

Ma alla fine non trova niente: un corpo vecchio e vuoto. Che descrive come segue:

“Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»; prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno i battenti sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si spezzi il filo d’argento e la lucerna d’oro s’infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo, e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità.”

Il cammino biologico della vecchiaia è descritto come fosse un palazzo o un castello, dove per molto tempo si è lavorato, dove c’erano molti servi impegnati in ogni mansione, che rendevano il luogo rumoroso e vivo. Ma alla fine del tempo il castello si svuota; gli operai, che un tempo erano attivi, si piegano su se stessi; le donne che macinavano smettono di lavorare; quelle che erano curiose, che “guardavano dalle finestre”, hanno gli occhi offuscati; le porte del palazzo si chiudono sulla strada.

Dunque in vecchiaia tutto lentamente si affievolisce, dai suoni alle luci,  fino all’ultimo respiro.

La conclusione è un’esclamazione indirizzata alla vanità, fatta con lo stesso tono disperato con cui Qoèlet aveva esordito nel primo capitolo del libro: “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?”

Ma ci sarebbe un’altra lettura, presa da una consolidata interpretazione rabbinica, che traduce il simbolo, e riporta ogni annotazione ad un cambiamento del corpo.

Allora. L’espressione «i custodi della casa che tremano» sta per le mani che perdono la fermezza di un tempo; «i gagliardi che si curvano» sono le ginocchia che non sono più salde e dritte; «le donne che macinano e che rimangono in poche» sono i denti che si diradano e smettono di masticare; «le donne che guardano dalla finestra», sono gli occhi che pian piano si stancano di osservare lo spettacolo della vita.

E ancora: «si chiudono le porte sulla strada» vorrebbe dire che i sensi hanno perso il contatto col mondo; «i toni del canto si affievoliscono», perché gli orecchi diventano duri e i suoni non arrivano; «quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada» descrive l’instabilità che rende insicuro l’equilibrio, e la confusione che fa vedere fantasmi; «quando fiorirà il mandorlo», cioè quando i capelli cominciano a diventare bianchi.

Da ultimo: «quando la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto» vuol dire quando scomparirà il vigore sessuale che non risponderà più allo stimolo del cappero, “bocciolo di un piccolo arbusto o suffrutice ramificato a portamento prostrato-ricadente”, nell’antichità ritenuto di alto valore afrodisiaco.

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FONTI: 

L'anziano nella Sacra Scrittura in: www.cistercensi.info/monari/1997/m19970315.htm

La definizione del “cappero” è presa da wikipedia.

Pubblicato su Giornale di Geriatria