Quale educazione in tempo di crisi?

Il cardinale Mauro Piacenza indica le linee educative per i formatori dei Seminari

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ROMA, mercoledì, 4 luglio 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’intervento alla XXII edizione del corso internazionale di formatori per Seminari del Card. Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero.

Il cardinale Piacenza è intervenuto ieri martedì 3 luglio, a Roma al Pontificio Collegio Internazionale "Maria Mater Ecclesiae".

Direttore del Corso è Padre Ector Guerra L.C.  I partecipanti alle precedenti edizioni sono un totale di 1490 sacerdoti provenienti da 96 paesi e 672 diocesi.

In questa XXII edizione i partecipanti sono 56, provenienti da 33 Paesi e 53 diocesi.

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«Educare i Formatori in tempo di emergenza educativa»

Intervento di S. Em. R.ma il Card. Mauro Piacenza,
Prefetto della Congregazione per il Clero,

Cari Confratelli,

sono molto lieto di essere tra di voi questa mattina, e sono certo che non pochi saranno impegnati – se già non lo sono – nella formazione, sia nel caso in cui ciò significhi essere chiamati a ricoprire specifici compiti formativi nelle vostre rispettive realtà ecclesiali, a livello di Seminari o noviziati, sia nel caso in cui siate chiamati ad occuparvi di “formazione permanente”.

Dopo un breve sguardo alla situazione culturale contemporanea, mi soffermerò sul rapporto tra “formazione umana e fede” e “formazione umana ed emergenza educativa”, per provare a trarre delle conclusioni, che possano, in certo modo, porre in luce l’alta Vocazione, che il Signore ci ha data, di “Educare i Formatori in tempo di emergenza Educativa”.

1. La situazione attuale

È innegabile come, da più parti, ormai in maniera reiterata, si lamenti una crisi anche profonda di formazione umana.

Il fenomeno è così ampio e preoccupante, che lo stesso Magistero Pontificio, in differenti ed autorevoli occasioni, ha indicato, tra le priorità dell’attuale epoca, quella di rispondere alla cosiddetta: “emergenza educativa”.

Il deficit di formazione umana non riguarda, ovviamente, le sole realtà ecclesiali; anzi, ad essere sinceri, per quanto possa riguardare certamente anche i nostri ambienti, esso è ben più ampio, più radicato, diffuso nella società civile, ed i suoi effetti, visibili a tutti, hanno ed avranno gravi conseguenze antropologiche, sociali e perfino teologiche, di rilevante portata.

Le radici storiche e filosofiche di una tale crisi di formazione umana sono ben note; non intendo, in questa sede, ripercorrere l’itinerario, che ha determinato l’attuale situazione; mi limiterò ad indicarne i passaggi fondamentali, già intravvedendone le conseguenze.

Un primo elemento, di sostanziale rilevanza, è rintracciabile nella crisi gnoseologica post-illuminista. Il movimento illuminista, infatti, ha determinato una ipertrofia della ragione, in conseguenza della quale l’uomo e la sua capacità di conoscenza si sono trasformati da “contemplatori”, conoscitori e cantori” della realtà, a “limitata misura” del reale. Un uso di ragione, che pretenda di limitare la conoscenza umana ai soli dati empirici (qualcuno direbbe “scientifici”) è mortificante per l’intelligenza umana e non permette alla conoscenza di relazionarsi con la realtà, secondo la totalità dei suoi fattori.

Il Premio Nobel per la Medicina Alexis Carrel scriveva: «Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; molto ragionamento e poca osservazione conducono all’errore»1, intendendo, in tal modo, descrivere la conoscenza come quella fondamentale adesione al reale, che, da sempre, ha caratterizzato l’uomo.

Adesione al reale, ed è il secondo passaggio cruciale, che si perde quasi completamente quando, dall’illuminismo, si passa all’idealismo. Se l’uomo non conosce più la realtà per ciò che essa è, ma tenta di misurarla (razionalismo) o solo di pensarla (idealismo), egli si auto-confina in una oggettiva possibilità di rapportarsi con altro-da-se-stesso e tale atteggiamento ha evidenti conseguenze antropologiche.

Come se ciò non bastasse, la crisi del positivismo ottocentesco, determinata dai due conflitti mondiali del secolo scorso, ha portato ad una sorta di “resa della ragione”, facendo passare l’uomo dal mito infondato del super-uomo alla situazione attuale, altrettanto infondata, del più radicale relativismo.

Non c’è da stupirsi se ad una scorretta idea di ragione di tipo razionalista, che si è infranta contro la oggettiva impossibilità da parte dell’uomo di controllare se stesso e il cosmo, ha fatto seguito una altrettanto scorretta ed ingiustificata sfiducia nella reale capacità di ciascuno di conoscere se stesso, il mondo e Dio.

Il Santo Padre Benedetto XVI ha più volte richiamato l’attenzione della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà sulla necessità di superare il relativismo che caratterizza la nostra epoca e che, inevitabilmente, giunge a toccare anche le nostre persone e i nostri ambienti ecclesiali.

Non è un mistero che l’imperante soggettivismo, che ha come conseguenza un insopportabile quanto umiliante sentimentalismo, sia penetrato anche nella mentalità cristiana, nei nostri luoghi formativi, determinando spesso anche le “relazioni educative”.

In un contesto nel quale sembra totalmente estranea anche solo l’ipotesi di una possibile educazione della libertà e della volontà, che “corregga” o “vada contro” la dittatura del relativismo e del sentimentalismo, l’azione educativa, e l’idea stessa di un’educazione, potrebbero apparire quasi impossibili, se non addirittura sbagliate in se stesse. Il documento di tale situazione è dato da quell’ingenuo ottimismo verso il mondo che troppo spesso ha caratterizzato e caratterizza una certa mentalità ecclesiale, secondo la quale la Chiesa sarebbe iniziata nel 1965, alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, ovviamente interpretato secondo l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, che il Santo Padre, nel recente intervento del 24 maggio alla conferenza Episcopale Italiana, ha definito semplicemente «inaccettabile»!

Non mi dilungo, in questa sede, a declinare le conseguenze morali degli errori gnoseologici, ma è certo che, come l’etica discende dall’ontologia, e ad essa sempre deve fare riferimento, così una buona morale non può che essere il frutto di una corretta conoscenza, rispettosa di tutte le più nobili dimensioni umane: intelligenza, libertà e volontà, e non appena del sentimento o dell’istinto!

Lo spettacolo, spesso disgustoso, al quale siamo stati costretti ad assistere negli scorsi anni, e che ancora tante ferite porta al Corpo ecclesiale ed alla fede del Popolo santo di Dio, ha profonde radici - riconosciamolo – negli errori dottrinali degli anni sessanta e settanta del secolo scorso! Errori che hanno generato orrori!

Ad un uomo incapace di conoscere la realtà, che cosa rimane?

Lo stretto e asfissiante orizzonte delle proprie emozioni, della propria istintività, veicolata dalla corporeità!

Da qui il dirompente edonismo, narcisismo, pansessualismo, nel quale si smarriscono gli uomini del nostro tempo e dal quale è necessario, con ogni mezzo, aiutarli a sottrarsi.

Perfino il materialismo, indicato come orizzonte esistenziale in taluni movimenti ideologici del secolo scorso, è andato in crisi ed è stato, da un lato, piegato al soddisfacimento dei desideri e delle passioni, dall’altro, compensato in varie fughe “spiritualistiche” o new-age, che nulla hanno a che vedere con l’umana spiritualità e, men che meno, con la fede cristiana.

In una tale, apparentemente irrisolvibile situazione, quali possibilità ci sono per riprendere in mano le fila della formazione, ancor più urgentemente, in vista del Sacerdozio e della Vita consacrata?

2. Formazione umana e fede

Due sono i poli, i protagonisti o – se preferite – i “luoghi teologici” della risposta a questa domanda: l’uomo in quanto tale e l’Uomo-Dio Gesù di Nazareth.

2.1 L’uomo in quanto tale

Partiamo dal primo luogo teologico.

In qualunque situazione storica, sociale o umana ci si possa trovare, esiste sempre la possibilità di ripartire, di compiere un’opera educativa e di lavorare nell’ambito della formazione. Anche nella contemporanea crisi epocale, le cui radici storiche e filosofiche ho appena accennate, la possibilità concreta che si ha di educare è sempre rappresentata dall’uomo: sia dall’uomo concreto che ciascuno è, sia dall’uomo concreto che si ha di fronte.

Cruciale, a tale riguardo, prima di ogni percorso di formazione umana, è la risposta umile e concreta alla domanda: «Chi sono io?», «Chi è l’uomo?».

E non intendo, in tal modo, indicare percorsi di descrizione fisio-psicologica dell’essere umano, né, tantomeno, riaprire la porta all’idealismo, che si domanda: «Che cosa penso dell’uomo», e non chi esso sia.

Ogni uomo, qualunque sia la sua condizione e qualunque sia l’epoca in cui vive, si auto-percepisce ed è percepito dagli altri, come “bisogno”, come “domanda”.

E se tutta la cultura dominante congiura a soffocare le domande fondamentali che costituiscono l’uomo, non è perché esse non siano gravide di significato e non esigano una risposta, ma, semplicemente, perché la cultura dominante, incapace di offrire risposte umanamente percepibili e soddisfacenti, non ha altra possibilità, non ha altra “via di fuga” che quella di soffocare nell’uomo le domande.

È come se il paragone evangelico del padre che, pur cattivo, non dà pietre ai figli che gli chiedono pane o serpi se gli chiedono uova (cfr. Mt 7,9-10), fosse stato radicalmente svuotato nell’atteggiamento, filosoficamente ed antropologicamente assurdo, del potere dominante, che continua a ripetere: «Non dovete avere fame!».

Spero che il menzionato paragone evangelico, nello sconcertante paragone con la cultura dominante, ci offra, almeno in parte, la misura della drammaticità della situazione in cui ci troviamo.

I mezzi di comunicazione di massa, poi, abilmente gestiti dai grandi poteri di questo mondo, contribuiscono ampiamente ad una sorta di anestesia generale.

Tuttavia, l’uomo è e rimane “domanda”!

è e rimane irriducibilmente caratterizzato dall’evidenza del proprio essere, e dell’essere del mondo, e da quelle domande fondamentali che, troppo spesso, chiamiamo “valori”, senza ricordare che sono valori solo perché sono esigenze fondamentali dell’io.

La giustizia, la verità, la bellezza, la ragionevolezza, la libertà, sono valori? Certamente, e nessuno tra noi oserebbe misconoscerlo; sono valori umani universali, e non confessionali, perché sono, “prima”, sia dal punto di vista ontologico che pedagogico, esigenze fondamentali dell’uomo.

Ritengo semplicemente impossibile, ogni azione educativa, che non parta dalle esigenze fondamentali dell’uomo, che non metta a tema ciò che l’uomo è, ciò che egli profondamente desidera e quale sia l’anelito ultimo del suo cuore.

E questo dato è da tenere sempre presente, anche quando a formarsi sono i formatori!

Lo stesso senso religioso umano - che non pochi studiosi della storia delle religioni relegano ad uno sviluppo più o meno strutturato delle varie culture e civiltà - è in realtà una caratteristica antropologica universale ed insuperabile. Non solo perché storicamente non esiste alcuna civiltà, anche la più primitiva e remota, che non abbia espresso una qualche dimensione religiosa, ma anche perché, posto di fronte alla realtà e a se stesso, come dati, cioè come non provenienti dalla propria opera, l’uomo e la sua intelligenza sono costretti a domandarsi: «Che senso ha tutto?».

In questa domanda, ovvero, nella ricerca del senso ultimo della totalità - quindi di se stessi e del reale – consiste l’autentico senso religioso.

Dobbiamo, come educatori, ricordare che si indica ai propri fratelli solo la risposta che si è incontrata, partendo dalla propria domanda!

Altrimenti anche la risposta teologicamente e antropologicamente più corretta (ammesso che la si conosca) diviene una formula ripetuta, ma non vissuta.

La stessa missione educativa della Chiesa deve continuamente essere rinvigorita, rafforzata e rilanciata da questa autentica passione per l’uomo; passione, che, come dice l’etimologia del termine passio, è innanzitutto condivisione partecipata della medesima condizione di “domanda di significato”.

2.2 L’Uomo-Dio Gesù di Nazareth

Di fronte a questa realtà di uomo, che ho appena delineato, il quale è domanda di significato e che vive i valori non come imposizioni esterne alla propria coscienza, ma come il fiorire vigoroso delle proprie domande fondamentali (vivo la giustizia perché sono bisogno di giustizia; vivo la verità perché sono bisogno di verità, etc.), di fronte a questa realtà di uomo, si pone Cristo.

Prima di qualunque atto di fede in Gesù di Nazareth Signore e Cristo, è necessario sottolineare come l’Evento-Cristo abbia una propria irriducibile dimensione storica.

Lo ha efficacemente ricordato il Santo Padre Benedetto XVI nell’incipit della sua prima Enciclica Deus caritas est, nella quale l’essere cristiano è definito come: «Incontro con un Avvenimento, una Persona» (n. 1).

L’incontro, dunque, presuppone qualcosa-qualcuno di “altro” da me, che mi si fa incontro e che io posso incontrare. Le conseguenze di questa chiarificazione sull’essenza del Cristianesimo e sull’educazione e formazione sono immediatamente recepibili da tutti: da un lato la fedeltà al dato storico esclude ogni auto-referenzialità soggettiva, intimistica o auto-proiettiva nel rapporto con Cristo e, dall’altro, ancora più profondamente, la dimensione storica risulta radicalmente incompatibile con ogni concezione idealista e relativista, che affermi l’impossibilità dell’uomo di conoscere la realtà.

È possibile dunque affermare – ed è in fondo la traduzione che ne fa l’Evangelista Giovanni – che la risposta a ciò che l’uomo è, che non è dentro di lui, si è resa incontrabile, ci è venuta incontro, si è rivelata in quello che era l’ambito più prossimo all’uomo: l’uomo stesso.

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, […] perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1-4).

Tale incontro tra l’umanità, come domanda, e l’Avvenimento di Cristo, come risposta, costituisce la possibilità di ogni formazione autentica.

Con due corollari.

Il primo: è possibile vivere un intenso senso religioso, cioè una profonda domanda esistenziale, senza ancora avere incontrato la risposta che è Cristo. Ed è necessario riconoscere ed affermare come già il senso religioso, autenticamente vissuto, rappresenti e costituisca un fattore fondamentale di formazione.

Per contro - secondo corollario - nella maggior parte dei casi accade - e probabilmente tutti potremmo darne testimonianza - che proprio l’incontro con Cristo determini il ridestarsi di un senso religioso assopito, il risvegliarsi dell’umanità; pertanto, con altrettanto realismo, è possibile affermare che: l’Avvenimento dell’incontro con Cristo è il primo fattore educativo, proprio perché educa a stare in quella posizione di grato stupore, tipica del senso religioso, che costituisce l’essenza dell’uomo di fronte a Dio.

Ciò che Cristo vive per natura, noi possiamo vivere per grazia.

Il percepire se stessi alla Presenza del Mistero permette all’umano di vivere secondo l’alta Vocazione alla quale il Creatore lo ha chiamato: essere immagine e somiglianza di Dio.

A nessuno penso sfugga come tale “immagine e somiglianza” abbia in Gesù Cristo il proprio unico modello.

3. Alcune conseguenze pratiche nell’azione educativa

Si è incessantemente parlato, nel recente passato, di “auto-formazione” e di “corresponsabilità nella formazione”. Certamente si tratta di caratteristiche della formazione, per certi versi, condivisibili, che fanno leva sulla responsabilità personale. Infatti spesso abbiamo di fronte persone che, anche in età adulta, si affacciano al mondo ecclesiale, per domandare una formazione specifica.

È necessario, tuttavia, essere molto chiari e critici verso un ingenuo ottimismo dell’auto formazione! Tutti sanno come una “giovane pianticella” è molto più tenera e correggibile di un albero pluridecennale. Lo stesso principio vale per l’educazione! L’assunto secondo il quale le “vocazioni adulte” o “mature” sarebbero più affidabili di quelle giovanili, è puramente ideologico e non dimostrato. Per tutti, sia giovani sia adulti, è necessario valutare attentamente da quale percorso esistenziale si provenga e quali “spazi di manovra” l’educazione già ricevuta consenta.

La “corresponsabilità” e “l’auto-formazione” sono categorie che riserverei, piuttosto, alla formazione permanente, nella quale, forse, è possibile dare per assodati alcuni elementi fondamentali e fondanti l’identità sacerdotale.

Nel contemporaneo contesto educativo, sta drammaticamente prendendo quota una figura particolare di Sacerdote, che i sociologi chiamano: prete free rider [pron.: “fri raider”]. Il free rider, il viaggiatore “che non paga il biglietto”, è colui che partecipa ad una organizzazione, cercando di ottenerne i benefici, senza pagare i costi. Chi sale a bordo di un autobus senza pagare corrisponde perfettamente alla definizione: riesce a “viaggiare gratis”, ma solo nel senso che, in realtà, sono gli altri a pagare per lui.

La strategia del free rider può avere successo, in sociologia ed in economia, solo se il numero è limitato. Se alcuni non pagano il biglietto, l’autobus continuerà a viaggiare – al massimo, ai viaggiatori onesti sarà chiesto di pagare di più. Ma se quasi nessuno paga il biglietto, la linea di autobus sarà costretta a chiudere, e nemmeno il free rider potrà più viaggiare gratuitamente.

Applichiamo l’esempio alla Chiesa cattolica.

È possibile tollerare un certo numero di free rider, ma se il numero cresce, ci si trova di fronte a problemi sempre più difficili da risolvere e, infine, si rischia di “cessare di funzionare”. Anche tra i sacerdoti ci sono free rider, che per ragioni personali oppure dottrinali non fanno “gioco di squadra” e non danno un vero contributo. Il sacerdote free rider è quello che non si sente parte di un presbiterio che, intorno al Vescovo, si muove in spirito di collaborazione. Sono i Sacerdoti che non si sentono parte di una “squadra” più ampia, e guardano al Papa e al suo Magistero, non per ascoltarlo e studiarlo, ma per criticarlo. Forse anni fa piaceva loro “l’autobus su cui erano saliti”, ma oggi sono delusi e lasciano che il “biglietto” lo paghino altri.

Dobbiamo riconoscere, e le recenti visite ad Limina della Diocesi degli Stati Uniti d’America lo hanno confermato, che anche tra i fedeli, i seminaristi, i sacerdoti c’è disponibilità ad affrontare “costi più alti”, se sono chiari i relativi benefici.

È la fedeltà alla Verità Rivelata, al Magistero ed alla morale, che incrementa il numero e la qualità delle vocazioni e garantisce un’opera educativa davvero efficace!

Chiedendo di rispettare norme, che creano tensione con la maggioranza sociale, in settori come la morale sessuale o il rapporto con la Verità, in una cultura dominata dal relativismo, si creano “barriere d’ingresso” e si riduce il possibile numero di potenziali free rider.

Sacerdoti free rider si diventa, ma può darsi anche che ci si “nasca”, cioè che si esca come potenziali “liberi battitori” già dal seminario. Si pensi all’uso del tutto arbitrario di Internet e dei mezzi di comunicazione, oppure al modo soggettivo e poco prudente di vivere le relazioni interpersonali, spesso del tutto similmente a come “il mondo” le vive!

Un cattivo utilizzo di Internet, genera Sacerdoti free rider!

Il ruolo cruciale di Internet è spesso preso in esame – anche in sede di riforma della disciplina canonica degli abusi sui minori – per i rischi cui espone i seminaristi, e anche i Sacerdoti, specie quelli più isolati, a causa della grande diffusione della pornografia.

Si tratta di un problema molto grave, ma che non esaurisce la questione Internet.

Il Santo Padre Benedetto XVI – pur sottolineando il ruolo positivo che Internet, se bene usato, può avere per l’apostolato – ha più volte sottolineato il rischio di quella che, nella visita alla Certosa di Serra San Bruno, in Calabria, ha chiamato una «virtualità che rischia di dominare sulla realtà». È il rischio di trovarsi di fronte a «persone [che] sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera»: «una tendenza che è sempre esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma oggi essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine» (Benedetto XVI, Discorso, 9/10/2011).

E questo, ovviamente, vale anche per i seminaristi e per molti sacerdoti.

Non si tratta solo di difficoltà nella preghiera. Chi si isola e passa troppo tempo nel mondo virtuale – anche se si tiene scrupolosamente lontano dai siti pornografici – diventa un free rider abituale, costituzionalmente incapace, poi, di mettersi al servizio degli altri nel mondo reale. Quello di disciplinare l’uso di Internet è notoriamente un problema difficilissimo, per tutti gli educatori, anche per le famiglie. E tuttavia qualcosa va certamente fatto.

Il fatto che i sacerdoti giovani si mostrino in maggioranza più leali verso il Magistero, almeno in molti Paesi, rispetto ai loro confratelli che hanno cinquanta o sessant’anni, è il segno che il clima culturale sta lentamente cambiano. Ma ci sono tante cose che ancora non funzionano.

I sacerdoti giovani, per quanto spesso bene intenzionati, sembrano mancare di formazione sistematica in campo filosofico, teologico, storico, canonico e liturgico, il che, di solito, è indizio di una formazione che privilegia eccessivamente i corsi monografici a scapito di quelli istituzionali, e le opinioni personali dei docenti, rispetto alla trasmissione della dottrina autentica.

Queste carenze non sono sfuggite all’attenzione di chi ha lungimiranza, ma spesso si ha l’impressione che norme sprovviste di sanzione, e quindi disapplicate o non ovunque applicate, non abbiano reale effetto su quella che, sempre più urgentemente, dovrebbe essere l’autentica Riforma del Clero.

Conclusione

Desidero concludere, ribadendo come la formazione seminaristica e la formazione permanente formino un continuum.

La soluzione di continuità fra l’una e l’altra distrugge la nozione stessa di formazione. Il ponte dottrinale fra le due fasi della formazione non può che essere costituito dal Magistero, che guida la Chiesa e sistematicamente risponde alle domande e alle urgenze dei tempi. Nessun educatore, in tal senso, può arbitrariamente presumere di essere al di sopra del Magistero, intuendo prima, meglio e più di esso, le reali esigenze della Chiesa di Cristo!

Ci illumini e guidi la Beata Vergine Maria, Regina Apostolorum, in questo importante cammino che, come molte volte nella storia della Chiesa, ha un unico ed impegnativo nome: si chiama Riforma! Bisogna prenderne coscienza!

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NOTE

1 A. Carrel, Riflessioni sulla condotta della vita, Milano, Bombiani, 1953, pp. 27.