Quale ruolo per gli anziani nella nostra società?

La solidarietà tra le generazioni per garantire lavoro e pensioni

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di Enrico dal Covolo
magnifico rettore della Pontificia Università Lateranense

ROMA, martedì, 6 marzo 2012 (ZENIT.org).- Il convegno “Longevità: pensioni e lavoro nuove prospettive” organizzato dall’UCID Giovani di Roma in collaborazione con la nostra Area Internazionale di Ricerca Caritas in Veritate,si prefigge di studiarenuove prospettive di pensioni e di lavoro, in relazione alla longevità.

Ci troviamo di fronte a una situazione inedita nella storia dell’umanità. Essa deriva dall’allungamento della vita media. Senza dubbio si tratta di una vittoria sulle malattie e sulle cause di morte: una vittoria dovuta a un miglior regime alimentare, ai progressi della medicina, alle misure di solidarietà e alla previdenza sociale.

Ebbene, ogni età della vita trova nel nostro mondo un’attività peculiare e prevalente: lo studio nella giovinezza, il lavoro nell’età adulta… Manca tuttavia una considerazione adeguata per la longevità. Se Dio ci ha concesso di allungare la vita, certamente ha inteso consentire alle persone di portare frutti anche nella stagione della vecchiaia.

E quale potrebbe essere il ruolo degli anziani nella nostra società?

Non possiamo esimerci da tale domanda in questo 2012, Anno Europeo dell’invecchiamento attivo e delle solidarietà tra le generazioni.

Gli anziani sono, in questa nostra “società dei consumi”, dei veri e propri generatori di relazioni: dei ponti tra una generazione e l’altra. E noi abbiamo bisogno della solidarietà tra le generazioni.

Gli anziani sono una grande ricchezza per la società! Le loro conoscenze, la loro esperienza e la loro saggezza sono un patrimonio per i giovani, che oggi più che mai hanno bisogno di maestri di vita.

Il beato Giovanni Paolo II, in particolare, suggerisce alcune valide piste di riflessione, dinanzi all’interrogativo che ci siamo posti.

Egli ha riservato agli anziani, di cui ha condiviso l’età e la condizione, un posto di rilievo nel suo Magistero pastorale. Attraverso una serie di significativi interventi ha voluto individuare e descrivere lo specifico carisma e la vocazione della “terza età” nel contesto della comunità civile ed ecclesiale.

Nella “Lettera agli Anziani” del 1° ottobre 1999 – alla vigilia dell’anno giubilare, quando Karol Wojtyla avrebbe compiuto ottant’anni – Giovanni Paolo II ha rilevato l’importanza testimoniale della “terza età”, in quanto periodo contraddistinto da un risveglio spirituale della persona, sull’onda degli interrogativi suscitati dalla riflessione sul proprio vissuto.

La Lettera porta in esergo una citazione famosa del Salmo 90: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti; ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto, e noi ci dileguiamo”.

In ogni caso, la Sacra Scrittura attesta numerosi esempi di uomini e di donne raggiunti da una particolare chiamata di Dio nell’età matura della vita. A tale vocazione essi hanno risposto, e tale assenso ha aperto insospettabili orizzonti di benedizione e di prosperità non soltanto per loro, ma anche per la discendenza: come nel caso di Abramo e di Sara, divenuti genitori contro ogni ragionevole aspettativa; o di Mosè, al quale Dio chiese di farsi guida del popolo eletto nell’esodo verso la Terra promessa.

Come si può notare da questi esempi, la potenza di Dio supplisce all’umana insufficienza, e la vecchiaia, nella saggezza biblica, non è solo la tappa definitiva della maturità umana, ma anche espressione della benedizione divina.

Giovanni Paolo II dichiara con energia che non esistono vite inutili o insignificanti, come talvolta sembra di percepire nel contesto socio-culturale contemporaneo, caratterizzato da una mentalità efficientistica.

“Gli anziani”, osserva il Papa; e con le sue parole anch’io concludo: “Gli anziani aiutano a guardare alle vicende terrene con più saggezza, perché le vicissitudini li hanno resi esperti e maturi. Essi sono custodi della memoria collettiva, e perciò interpreti privilegiati di quell’insieme di ideali e di valori comuni che reggono e guidano la convivenza sociale.

Escluderli è come rifiutare il passato, in cui affondano le radici del presente, in nome di una modernità senza memoria. Gli anziani, grazie alla loro matura esperienza, sono in grado di proporre ai giovani consigli ed ammaestramenti preziosi” (Lettera agli anziani, 10).