Quando celebrare?/3: L'anno liturgico (CCC 1168-1173)

Rubrica di teologia liturgica a cura di Don Mauro Gagliardi

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di Juan José Silvestre*

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 maggio 2012 (ZENIT.org).- Nella Pasqua, che significa inseparabilmente croce e resurrezione, si sintetizza l’intera storia della salvezza ed è presente in forma concentrata tutta l’opera della redenzione. “Si potrebbe dire che la Pasqua costituisce la categoria centrale della teologia del Concilio” (J. Ratzinger, Opera omnia, 774). In questo contesto si situa anche l’Anno liturgico. Infatti, “a partire dal Triduo pasquale, come dalla sua fonte di luce, il tempo nuovo della risurrezione permea tutto l’anno liturgico del suo splendore” (Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1168).

Non poteva essere diversamente, dato che la Passione, morte e resurrezione del Signore “è un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti dal passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L’evento della croce e della risurrezione rimane e attira tutto verso la Vita” (CCC, 1085).

È vero che la crocifissione di Cristo, la sua morte in croce e,inmaniera diversa, la sua resurrezione dal sepolcro, sono eventi storici unici che, in quanto tali, appartengono al passato. Ma se fossero unicamente fatti del passato, non potrebbe esistere una reale connessione con essi.ultima analisi non avrebbero nulla a che fare con noi. Per questo il CCC prosegue affermando: “L’economia della salvezza è all’opera nello svolgersi del tempo, ma dopo il suo compimento nella Pasqua di Gesù e nell’effusione dello Spirito Santo, la conclusione della storia è anticipata, «pregustata», e il regno di Dio entra nel nostro tempo” (CCC, 1168).

Dobbiamo riconoscere che la resurrezione è talmente al di fuori del nostro orizzonte, risulta talmente estranea a tutte le nostre esperienze, che è possibile chiederci: che cosa è questo “risuscitare”? Che cosa significa per noi?

Benedetto XVI si avvicina a questo Mistero e afferma: “Essa è – se possiamo una volta usare il linguaggio della teoria dell’evoluzione – la più grande “mutazione”, il salto assolutamente più decisivo verso una dimensione totalmente nuova, che nella lunga storia della vita e dei suoi sviluppi mai si sia avuta: un salto in un ordine completamente nuovo, che riguarda noi e concerne tutta la storia. [...] Egli era una cosa sola con il Dio vivente, unito a Lui talmente da formare con Lui un’unica persona [...]. La sua propria vita non era sua propria soltanto, era una comunione esistenziale con Dio e un essere inserito in Dio, e per questo non poteva essergli tolta realmente. Per amore, Egli poté lasciarsi uccidere, ma proprio così ruppe la definitività della morte, perché in Lui era presente la definitività della vita. Egli era una cosa sola con la vita indistruttibile, in modo che questa attraverso la morte sbocciò nuovamente. Esprimiamo la stessa cosa ancora una volta partendo da un altro lato. La sua morte fu un atto di amore. Nell’Ultima Cena, Egli anticipò la morte e la trasformò nel dono di sé. La sua comunione esistenziale con Dio era concretamente una comunione esistenziale con l’amore di Dio, e questo amore è la vera potenza contro la morte, è più forte della morte” (Omelia della Veglia Pasquale, 15.04.2006).

Questo è il vero nucleo e la vera grandezza dell’Eucaristia, che è sempre più che un banchetto, poiché per mezzo della sua celebrazione si fa presente il Signore, insieme con i meriti della sua morte e risurrezione, evento centrale della nostra salvezza (cf. Ecclesia de Eucharistia, 11). In questo modo, “il mistero della risurrezione, nel quale Cristo ha annientato la morte, permea della sua potente energia il nostro vecchio tempo, fino a quando tutto gli sia sottomesso” (CCC, 1169). Questo accade perché Cristo, Dio e uomo, mantiene sempre attuale, nella sua dimensione personale di eternità, il valore dei fatti storici del passato, quali la sua morte e risurrezione.

Per questo la Chiesa celebra l’opera salvifica di Cristo, ogni settimana nel giorno del Signore,in ciò che la celebrazione eucaristica suppone un incamminarsi verso l’interno della contemporaneità con il mistero della Pasqua di Cristo, e una volta all’anno, nella massima solennità della Pasqua, che non è semplicemente una festa tra le altre, ma la “Festa delle feste”, “Solennità delle solennità” (CCC, 1169).

Dall’altra parte, nello stesso modo in cui “durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con l’insegnamento e anticipava con le azioni il suo mistero pasquale” (CCC, 1085), adesso durante il tempo della Chiesa, l’anno liturgico si presenta come “il dispiegarsi dei diversi aspetti dell’unico mistero pasquale. Questo è vero soprattutto per il ciclo delle feste relative al mistero dell’Incarnazione le quali fanno memoria degli inizi della nostra salvezza e ci comunicano le primizie del mistero di Pasqua” (CCC, 1171).

Infine, durante tutto l’anno liturgico la Chiesa venera in modo speciale la Santissima Vergine, “congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo; in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, e contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere” (CCC, 1172). E nella memoria dei santi “proclama il mistero pasquale in coloro che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi, che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo, e implora per i loro meriti i benefici di Dio” (CCC, 1173).

*Juan José Silvestre è professore di Liturgia presso la Pontificia Università della Santa Croce e consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.