"Quando i bambini sono amati e tutelati, il mondo è più umano"

Durante la messa a piazza della Mangiatoia a Betlemme, papa Francesco denuncia gli abusi e lo sfruttamento dell'infanzia nel mondo

Betlemme, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 310 hits

“Che grande grazia celebrare l’Eucaristia presso il luogo dove è nato Gesù!”. Con queste parole, papa Francesco ha iniziato la sua omelia durante la messa a piazza della Mangiatoia a Betlemme, dove è stato accolto dal sindaco, Vera Baboun.

Lungo il percorso verso la piazza Francesco si è raccolto per alcuni istanti in preghiera di fronte ad un tratto del Muro che separa e divide i territori palestinesi da Israele. Si è poi avvicinato al muro sostando in preghiera silenziosa per alcuni minuti.

“Il Bambino Gesù, nato a Betlemme, è il segno dato da Dio a chi attendeva la salvezza, e rimane per sempre il segno della tenerezza di Dio e della sua presenza nel mondo”, ha detto il Papa.

“Anche oggi i bambini sono un segno – ha sottolineato -. Segno di speranza, segno di vita, ma anche segno "diagnostico" per capire lo stato di salute di una famiglia, di una società, del mondo intero. Quando i bambini sono accolti, amati, custoditi, tutelati, la famiglia è sana, la società migliora, il mondo è più umano”.

A tal proposito il Santo Padre ha citato l’opera svolta dall’Istituto Effetà Paolo VI in favore dei bambini palestinesi sordo-muti, definita “un segno concreto della bontà di Dio”.

Ha poi ribadito: “Dio ripete anche a noi, uomini e donne del XXI secolo: «Questo per voi il segno» (cfr. Lc 2,12), cercate il bambino…”.

Il Bambino di Betlemme “è fragile come tutti i neonati - ha proseguito il Pontefice -. Non sa parlare, eppure è la Parola che si è fatta carne, venuta a cambiare il cuore e la vita degli uomini. Quel Bambino, come ogni bambino, è debole e ha bisogno di essere aiutato e protetto. Anche oggi i bambini hanno bisogno di essere accolti e difesi, fin dal grembo materno”.

Papa Francesco ha quindi denunciato le “condizioni disumane” in cui versano troppi bambini “sfruttati, maltrattati, schiavizzati, oggetto di violenza e di traffici illeciti”, in un mondo che pure “ha sviluppato le tecnologie più sofisticate”.

Altrettanti bambini, ha aggiunto, “sono profughi, rifugiati, a volte affondati nei mari, specialmente nelle acque del Mediterraneo. Di tutto questo noi ci vergogniamo oggi davanti a Dio, a Dio che si è fatto Bambino”.

Di fronte a queste drammatiche realtà, ha osservato il Papa, dobbiamo porci una serie di domande: “chi siamo noi davanti a Gesù Bambino? Chi siamo noi davanti ai bambini di oggi? Siamo come Maria e Giuseppe, che accolgono Gesù e se ne prendono cura con amore materno e paterno? O siamo come Erode, che vuole eliminarlo? Siamo come i pastori, che vanno in fretta, si inginocchiano per adorarlo e offrono i loro umili doni? Oppure siamo indifferenti? Siamo forse retorici e pietisti, persone che sfruttano le immagini dei bambini poveri a scopo di lucro? Siamo capaci di stare accanto a loro, di "perdere tempo" con loro? Sappiamo ascoltarli, custodirli, pregare per loro e con loro? O li trascuriamo, per occuparci dei nostri interessi?”.

Il Bambino di Betlemme menzionato dalle Scritture è un bambino che “piange perché ha fame, perché ha freddo, perché vuole stare in braccio… Anche oggi piangono i bambini, piangono molto, e il loro pianto ci interpella”, ha detto Francesco. In un mondo in cui ogni giorno vengono scartate ogni giorno “tonnellate di cibo e di farmaci, ci sono bambini che piangono invano per la fame e per malattie facilmente curabili”, ha ricordato.

Il Santo Padre ha anche sottolineato la contraddizione di “un tempo che proclama la tutela dei minori” e in cui “si commerciano armi che finiscono tra le mani di bambini-soldato” e “prodotti confezionati da piccoli lavoratori-schiavi”. Il pianto di questi bambini “è soffocato”, perché “devono combattere, devono lavorare, non possono piangere!”.

Per loro piangono le madri, che come “odierne Rachele”, piangono i loro figli “e non vogliono essere consolate”.

Ogni bambino che nasce in ogni parte del mondo, quindi, “è segno diagnostico, che ci permette di verificare lo stato di salute della nostra famiglia, della nostra comunità, della nostra nazione”, ha affermato il Pontefice.

“Da questa diagnosi schietta e onesta può scaturire uno stile nuovo di vita, dove i rapporti non siano più di conflitto, di sopraffazione, di consumismo, ma siano rapporti di fraternità, di perdono e riconciliazione, di condivisione e di amore”, ha quindi concluso.