Quando i comunisti bulgari tentarono di uccidere Berlinguer

Il libro "Berlinguer deve morire" svela nei dettagli il piano per uccidere il Segretario dell'allora PCI, sollevando luci sui sostenitori degli equilibri di Yalta e sugli oppositori del "compromesso storico"

Roma, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 379 hits

Domenica sera, 10 agosto, presso il Circolo Nautico di San Benedetto del Tronto, è stato presentato il libro Berlinguer deve morire, edito dalla Sperling & Kupfer. La presentazione è stata organizzata dal “Club degli Incorreggibili Ottimisti” e dalla libreria “La Bibliofila”. A illustrare il contenuto si sono alternati Paolo Perazzoli,  già sindaco di San Benedetto del Tronto, e il giornalista  Giovanni Fasanella, autore del libro insieme a Corrado Incerti.

Il racconto della vicenda è intrigante e avvincente quasi quanto un thriller. Incredibile anche il modo in cui la vicenda è emersa. Nel 1991 i giornalisti di Panorama Fasanella e Incerti stanno indagando sulle rilevazioni di Vasilij Nikitič Mitrokhin, un ex archivista del Kgb, rivelatore delle attività illegali dei servizi segreti sovietici in Italia, in particolare dei legami con il Partito Comunista Italiano. Nell’ambito dell’inchiesta Fasanella incontra Emanuele Macaluso, già alto dirigente del Pci, il quale, sollecitato dal giornalista, ad un certo punto sbotta e gli dice: “Ma quali legami con i sovietici, ma lo sai che ad un certo punto hanno pure tentato di uccidere Enrico Berlinguer?”.

Macaluso raccontò che fu proprio Berlinguer a dirgli che quello in Bulgaria era stato un "falso incidente", orchestrato dal Kgb e dai servizi segreti bulgari per porre fine allo “scomodo” alleato italiano. Il racconto di Macaluso pubblicato da Panorama scatenò una sfilza di smentite. I dirigenti del Pci e degli altri partiti comunisti coinvolti smentirono. A quel punto fu la moglie di Enrico Berlinguer a intervenire: per la prima volta nella sua vita diede un’intervista a l’Unità e confermò quanto raccontato da Macaluso.

I sovietici nutrivano molti dubbi sulla fedeltà di Berlinguer all’Internazionale Comunista e alle forze del Patto di Varsavia. Nelle valutazioni fatte dai servizi segreti Berlinguer risultava come “inaffidabile”. I dubbi divennero certezze quando nel 1969 nel corso di una conferenza internazionale dei partiti comunisti che si tenne a Mosca, Enrico Berlinguer criticò apertamente la linea politica dei sovietici. Con un discorso che venne definito”inaudito” dalle dirigenze comuniste criticò l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, rivendicò più libertà e democrazia, sottolineando il diritto alla Sovranità nazionale. Mai nessun dirigente comunista aveva avuto il coraggio di fare un discorso simile a Mosca. Il confronto fu aspro e Berlinguer rifiutò  di sottoscrivere la relazione finale dettata dai sovietici.

Era il 1973, quando dopo innumerevoli inviti e pressioni, Berlinguer accettò di recarsi in visita ufficiale in Bulgaria per discutere con il segretario comunista bulgaro Todor Zhivkov di certe sue posizioni che erano in contrasto con la linea dettata dall’allora dirigenza sovietica di Leonid Brenev. Gli incontri non andarono bene perché Berlinguer non accettò di ritrattare le critiche e rivendicò ancora  la sua libertà di azione e la sovranità nazionale. La visita finì anzitempo e Berlinguer chiese di recarsi all’aeroporto per tornare a Roma. Viaggiava con un interprete e due dirigenti del Partito Comunista Bulgaro, i quali hanno rivelato in seguito di condividere la linea italiana rispetto a quella dettata da Mosca. Viaggiavano con una Chaika di rappresentanza, un auto blindata lunga sei metri e larga due, quando in prossimità di un cavalcavia l’auto della polizia che li precedeva accelerò e sfuggì dalla vista.

Nel frattempo dall’altra parte della strada un camion militare con un carico pieno di pietre si diresse verso di loro in maniera minacciosa. Lo scontro fu inevitabile e il camion militare spinse l’auto dove viaggiava Berlinguer verso il bordo del cavalcavia. Solo la presenza di un palo di acciaio impedì che la macchina dove viaggiava Berlinguer finisse sotto al cavalcavia. Nell’incidente morì l’interprete e i due dirigenti del Partito Comunista Bulgaro rimasero gravemente feriti. Anche Berlinguer rimase ferito e si salvò per miracolo.

Dall’inchiesta fatta dei due giornalisti risulta che alla guida del camion ci fosse un uomo dei corpi speciali dell’esercito, il cui nome non fu mai fatto. Mai questa persona venne individuata né interrogata. Nel condurre l’inchiesta a Sofia, Fasanella e Incerti si sono trovati di fronte a comportamenti sconcertanti. Tutte le foto di quanto era accaduto erano state sequestrate e distrutte. Per fortuna il fotografo riuscì a nasconderne e conservarne tre foto che sono pubblicate sul libro (pag. 36-37-38). È impressionante vedere come è ridotta l’auto, completamente schiacciata e deformata. Ci si chiede in che modo coloro che erano all’interno siano riusciti a sopravvivere.

I documenti dei servizi e del Partito Comunista Bulgaro che relazionano sul fatto sono stati fatti scomparire. È impensabile che un incidente del genere accaduto nel corso di una visita ufficiale sia stato coperto dal silenzio più assoluto. Di fronte ai bulgari che chiedevano a Berlinguer di curarsi in ospedale, il Segretario del Pci si mise in contatto con l’Ambasciata italiana, la quale inviò un aereo ambulanza per tornare al più presto a Roma. Una volta arrivato a Ciampino, Berlinguer confidò a Macaluso e a sua moglie il sospetto di aver subito un attentato camuffato da incidente.

Nella prefazione al libro Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, conferma che condannando l’invasione sovietica in Cecoslovacchia, nell’agosto ’68,  il Pci “aveva spinto le sue divergenze da Mosca fino ai limiti di un aspro conflitto. Esse riguardavano sia la concezione della democrazia e del socialismo sia la politica di potenza dell’Urss”. Secondo Vacca per il Pci promuovere la distensione significava favorire la riforma del ‘socialismo reale’, mentre per il Pcus essa doveva limitarsi a rafforzare il bipolarismo e la stabilità della sfera di influenza sovietica in Europa. Inoltre, nel processo di distensione, culminato negli accordi di Helsinki del 1975, il Pci faceva da sponda all’azione decisa di monsignor Agostino Casaroli e del Vaticano in difesa dei “diritti umani”.

Gli autori del libro sostengono che quando Berlinguer proponeva “un’Europa né antisovietica, né antiamericana”, indicava un tipo di socialismo in cui “l’appartenenza dell’Italia alla Nato non era un impedimento, ma piuttosto una garanzia”. Sollecitato dalle domande dei presenti, Giovanni Fasanella ha spiegato che nel cercare di realizzare il compromesso storico, Enrico Berlinguer e Aldo Moro trovarono come nemici mortali le forze che avevano fissato i paletti negli accordi di Yalta. Fasanella ha citato documenti e riportato affermazioni secondo cui per i vincitori della Seconda Guerra Mondiale l’Italia era un Paese che era stato alleato di Hitler e che era stato sconfitto. Per questo motivo non poteva permettersi si realizzare una politica  pienamente libera e indipendente. Tra le limitazioni c’era quella di portare i comunisti al governo e quella di avere una politica energetica troppo indipendente. In questo contesto - ha precisato Fasanella - era evidente che personaggi come Enrico Mattei, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, furono indicati come persone che destabilizzavano la situazione geopolitica dominata dalla logica della guerra fredda.