Quando la maternità riscatta un passato di ombre

Con "Ombline" si apre la rassegna dei film in concorso al Fiuggi Family Festival

Fiuggi, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 281 hits

La rassegna dei film in concorso al Fiuggi Family Festival si è aperta stamattina su un tema tanto delicato quanto poco dibattuto: la maternità in carcere. È quanto capita a Ombline Morin (Mélanie Thierry), protagonista dell’omonima pellicola francese diretta da Stéphane Cazes, che scopre di essere incinta poco dopo l’inizio della detenzione.

Condannata a tre anni per aver accoltellato uno dei poliziotti che avevano procurato involontariamente la morte del suo compagno, appena arrestato per droga, per tutto il tempo della sua pena carceraria Ombline dovrà lottare contro le proprie pulsioni aggressive verso le guardie e gli altri detenuti, che, in un paio di occasioni, le costeranno l’isolamento.

In realtà la protagonista è motivata esclusivamente dall’amore per il piccolo Lucas, che vivrà con lei fino ai diciotto mesi, come previsto dalla legge francese per le mamme carcerate. Per la sua cattiva condotta, più volte, la giovane madre rischierà di perdere la custodia del figlioletto.

Ombline dovrà inoltre affrontare la bruciante delusione procuratale dall’amica del cuore, Rita, l’unica persona che avrebbe potuto prendersi in affidamento il bambino ma che, poi, al momento della consegna, sparisce nel nulla, senza dare notizie di sé.

La vicenda giunge a una svolta, quando Lucas viene assegnato ad una coppia anziana e benestante e, contemporaneamente, la madre dovrà affrontare il trauma dell’allontanamento dal settore nursery, dove ha convissuto con altre madri con i loro bambini, ed il trasferimento ad una cella in presenza di detenute più ostili, dove gira la droga.

Tutto il film si articola sull’eterno duello tra la durezza della legge e del sistema penitenziario da un lato e le ragioni del cuore e degli affetti (nello specifico dell’amore materno) dall’altro: tale contrasto richiama alla memoria il motivo di fondo di alcuni grandi classici della letteratura francese, su tutti Les Miserables di Victor Hugo.

Alla vicenda di Ombline si intreccia quella – nel film appena accennata – del padre, perso di vista all’età di 13 anni, quando anch’egli è finito in carcere, mentre la madre è morta molti anni prima.

Il film si conclude con la riconciliazione tra padre e figlia, seguita poco dopo dal ricongiungimento tra Ombline e Lucas che, a distanza di circa un anno, pronuncerà la parola “mamma”, facendola scoppiare in lacrime dalla commozione. Raccontandogli la storia dell’Arca di Noè, Ombline sussurra infine al bimbo: “Il diluvio è finito”.

Ombline è un film che, pur nelle sue fragilità narrative (alcuni personaggi avrebbero meritato un maggiore approfondimento, mentre la protagonista appare costantemente e poco realisticamente come vittima di un complotto), ha il merito di trattare in modo realistico una pluralità di temi sociali, dall’emarginazione, alla difficoltà di integrazione degli immigrati, fino al vero nucleo della vicenda: la maternità e il suo significato profondo nella società d’oggi.

Punto fermo di tutta la storia è infatti l’accettazione del figlio dal parte della protagonista, che individua in lui non un problema ulteriore emerso in una situazione disperata, ma la vera ragione della propria esistenza.

Solo amando qualcuno (come avviene, oltre che per Ombline, anche per la sua compagna di cella, che sposerà il suo fidanzato in carcere), è possibile riscattarsi ed emanciparsi dal male.

Nel pomeriggio è stato trasmesso l’unico documentario tra i film in concorso a Fiuggi. Me, We - Only Through Community, di Marco Zunin, racconta le storie di Makara, Njuguna, Simon e i ragazzi di strada, Macharia, George, June, Mike, Grace e Martin, nel contesto africano del St. Martin, un’organizzazione attiva sugli altopiani a nord del Kenya.

Il documentario attesta il passo avanti compiuto in quel difficilissimo territorio nel concepire la disabilità e la malattia non più e non solo come debolezza, ma come risorsa preziosa per l’intera comunità.

Proprio nella difficoltà, la persona più fragile può diventare opportunità, capace di far emergere la parte migliore delle persone che le vivono accanto, stimolare punti di vista altri, accendere nuovi comportamenti.

Only through community” (solo attraverso la comunità) è il motto del St. Martin e ci ricorda che “se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai con gli altri”.