Quando la moda diventa "ethical"

L'iniziativa 'The Ethical Fashion' punta, attraverso la moda, a favorire lo sviluppo economico dell'Africa e a tutelare l'occupazione femminile

Roma, (Zenit.org) Maria Anastasia Leorato | 190 hits

Africa: una terra segnata da numerosi conflitti, intenso ritratto delle popolazioni povere, Paese dove il contrasto fra ricchezza e stato di bisogno è dolorosamente evidente. Nonostante ciò, è anche una terra il cui cuore riflette il calore del safari, i colori accesi del sole e delle foreste equatoriali; una terra che rappresenta l’affascinante cultura artigianale dalla variopinta e cangiante nuance.

Ed è proprio dove la ricercatezza manuale dei tessuti fatti a telaio si trasforma in una creazione dal carattere talentuoso e spontaneo che l’International Trade Centre, agenzia dell’Onu e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), interviene dedicandosi ad incrementare lo sviluppo economico del Paese avvalendosi d’importanti iniziative, come The Ethical Fashion, volte soprattutto a “fare del bene”.

L’ obiettivo principale di The Ethical Fashion (ITC), è orientato “a far incontrare le persone che vivono in contesti segnati da una forte povertà, con le più importanti case di moda al fine di poter realizzare e garantire un reciproco beneficio” , come ha voluto sottolineare in un breve messaggio il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. “Mediante quest’iniziativa - ha proseguito -, ai piccoli artigiani, di cui la maggior parte è costituita da donne, viene data la possibilità di crescere professionalmente incontrandosi con le case di moda più importanti a livello internazionale, consentendo, oltretutto, di diminuire la povertà e di promuovere una pacifica uguaglianza. Più di 7000 persone che vivono in condizioni di estrema povertà sono riuscite ad ottenere un lavoro proprio grazie a quest’iniziativa”.

Il progetto dell’ ITC non è solo studiato sotto un profilo tecnico-economico, ma abbraccia il desiderio di lanciare un messaggio inteso come gesto di condivisione dei valori. “Ci apprestiamo ad assumere un impegno contro la povertà attraverso la realizzazione del lavoro facilitando contemporaneamente il desiderio genuino del mondo della moda di essere etica ed eco-compatibile”, afferma in una lettera Simone Cipriani, Chief Technical Adviser dell’ ITC. Secondo Cipriani, “quest’importante obiettivo è ancor più sottolineato dal fatto che operiamo insieme alle linee guida  del Fair Labor Associaton (FLA), al fine di fornire lavoro secondo principi che garantiscono una giusta remunerazione, sicurezza sul lavoro, tutela contro le molestie e una equa negoziazione.”

Infatti grazie all’Ethical Fashion Initiative, l’aiuto che si offre ai piccoli artigiani che vivono in situazioni estremamente disagiate dell’Africa (e anche di Haiti) va oltre a ciò che può essere considerato semplicemente come un gesto caritatevole: l’organizzazione ha lo scopo di insegnare ai designer di queste calde e rurali terre, lo studio del tessuto, il taglio e la creazione di abiti ed accessori avvalendosi sempre del sostegno delle case di moda internazionali. Tutto ciò senza tralasciare nel corso della produzione dei capi, quell’animo, quel carattere, quei colori tipici delle popolazioni. È un nuovo modo di fare moda e, nel contempo, un intraprendente metodo per poter combattere l’impoverimento della loro economia con consapevolezza ed abilità.

Ma il loro obiettivo focalizza anche un altro aspetto, inerente la tutela della figura femminile. La filosofia dell’ITC infatti, si basa sulla linea di pensiero Not charity. Just work (No carità, solo lavoro), all’interno della quale è racchiusa la volontà di fornire opportunità lavorative alle donne. La maggior parte di coloro le quali lavorano per quest’iniziativa, del resto, sono le uniche figure che mantengono la famiglia. I soldi che ricevono grazie all’Ethical Fashion rappresentano l’unica risorsa economica che hanno e che permette loro di pagare l’istruzione ai figli, sostenere le spese mediche e portare il cibo a tavola ogni giorno. Riconoscere il loro talento, le loro capacità e coinvolgerle nella realizzazione di un progetto di moda internazionale fa di esse fulcro di questo sistema lavorativo con finalità etiche. Un meccanismo che può farle persino diventare le nuove emergenti designer, così come è accaduto a Stella Jean.

L’ Ethical Fashion Initiative, sviluppando la creatività locale, favorendo l’occupazione femminile, incrementando la conoscenza internazionale delle capacità di queste regioni, favorendo lo sviluppo economico, ha coinvolto numerosi ed importanti stilisti fra i quali Ilaria Venturini Fendi (Carmina Campus), Dame Vivienne Westwood, Piece d’Anarchive, Sass & Bide e ha avuto la sua più importante espressione presso la città di Roma in collaborazione con Alta Roma.