Quando lucchetti e catenacci possono meno della solidarietà

L'editoriale dell'arcivescovo di Catanzaro-Squillace sull'immigrazione, pubblicato su "La Gazzetta del Sud" di domenica 18 maggio

Catanzaro, (Zenit.org) Mons. Vincenzo Bertolone | 348 hits

«Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, non a farli scomparire».

Profetiche appaiono le parole di Zygmunt Bauman: le si legge in un suo saggio dato alle stampe nel 2002, La società sotto assedio. Sembrano il commento a ciò che accade oggi, adesso, ogni giorno. Nella settimana appena trascorsa, ad esempio, le cronache si sono riempite dei racconti della nuova, ennesima strage di disperati in fuga dagli orrori dell’Africa e della Siria. Di fronte a simili notizie si prova un senso di impotenza che aggrava il dolore e la pietà per tante vite inghiottite dal miraggio illusorio di un futuro migliore, o forse solo meno peggiore. Allo stesso tempo, sarebbe pura ipocrisia fingere di non percepire il sentimento di incertezza e di sgomento per le dimensioni di un fenomeno - quello migratorio - che sembra crescere esponenzialmente: secondo il Frontex, nei primi 4 mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo del 2013, gli arrivi di extracomunitari sono aumentati dell’823%. Altri centinaia di migliaia sono pronti a sfidare il mare, i pericoli e la criminalità degli scafisti pur di approdare ai lembi meridionali del continente europeo, incontrando sempre più spesso la morte, anziché la  speranza di una vita migliore.

La tragedia degli sbarchi, la vergogna di quell’ecatombe che finora ha lasciato sul fondo del Mediterraneo almeno ventimila anime, è una macchia vergognosa per l’Unione Europea, alla quale s’aggiunge il nostro atteggiamento di avversione per l’altro da noi, diffusasi e cresciuta a causa della crisi. Non è più possibile continuare a raccogliere dal mare dei disperati. Non esistono ricette miracolose: è vero. Ma è innegabile che con un’Europa e una comunità internazionale meno egoiste e disinteressate la gestione dei flussi migratori potrebbe essere diversa. Non si tratta di alimentare l’illusione, di eliminare fame, povertà, guerre e violenza, ma non si può disconoscere l’importanza e la necessità di una più attenta assistenza umanitaria, magari attraverso l’operato dell’Onu in favore della creazione di corridoi umanitari che permettano lo spostamento e il soccorso di persone decimate dalle guerre, o dalle carestie, intensificando la politica di assistenza internazionale ai Paesi da cui i migranti partono. Soprattutto, è forse il caso di domandarsi se esista ancora la solidarietà, di cui sono piene le righe del Trattato di Lisbona e i numerosi Protocolli Ue, ma che pare inabissarsi con le migliaia di senza nome morti tra le onde sugli scogli delle incomprensioni e dei rimpalli di responsabilità. «Basta morti in mare», ha ammonito Papa Francesco, invitando a pregare «per le persone che in questi giorni hanno perso la vita nel mare Mediterraneo: si mettano al primo posto i diritti umani».

Preghiamo per questo, e impegniamoci: siamo arrivati al capolinea degli alibi.