Quel diritto "incoercibile" che ignora la tutela del nascituro

La Corte costituzionale ha depositato ieri le motivazioni con cui aveva bocciato il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40. Molti spinosi dubbi restano tuttavia inevasi

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 344 hits

“La determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile, concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile”. La motivazione con cui la Corte costituzionale ha emesso la sentenza che ha bocciato, lo scorso 9 aprile, il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40, sembra aprire una nuova stagione nell’ambito del diritto. Se fino a ieri, infatti, qualcuno pensava ancora che la civiltà giuridica si basasse sulla difesa dei più deboli, da oggi anche quella convinzione è messa a dura prova. Per i giudici, il desiderio di una coppia di adulti di diventare genitori prevale sul diritto di un bambino a nascere in condizioni naturali e a vivere con la mamma e il papà biologici. L’aggettivo incoercibile, contenuto nella motivazione emessa ieri, costituisce il sigillo ostico e impenetrabile di questa asserzione.

Questa sentenza rappresenta la diciannovesima “bocciatura” (su 28 interventi dei tribunali) nei confronti della legge 40, licenziata dal Parlamento nel febbraio 2004 per regolare la procreazione medicalmente assistita in Italia. Foriera di vivaci contrapposizioni, intorno alla legge 40 si sono radunate schiere di acerrimi nemici. Dove non arrivò un referendum abrogativo proposto dai Radicali, che si tenne nel giugno 2005 e non raggiunse il quorum, sono arrivate le toghe. Il martelletto dei giudici ha demolito in questi dieci anni i pilastri su cui essa si fondava: il divieto di produzione di più di tre embrioni, l’obbligo di impianto contemporaneo di tutti gli embrioni prodotti, il divieto di diagnosi preimpianto e, con quest’ultima sentenza, il divieto di fecondazione eterologa.

È così che il potere legislativo viene sopraffatto dalla magistratura. In nome della volontà da parte di una coppia di adulti di stabilire tempi e modi di avere un figlio, si ignorano le conseguenze che ciò può innescare. Da oggi, abbattuto l’ultimo argine dall’aggettivo “incoercibile”, chiunque potrà arrogarsi la facoltà di reclamare il proprio diritto a “possedere” un figlio: coppie dello stesso sesso, coppie di anziani, singoli. Così come, mediante la stessa logica per cui il diritto di un adulto prevale su quello del nascituro, chiunque potrà impugnare la legge 194 chiedendone una sempre più flessibile applicazione di modo da concedere un facile accesso all’interruzione di gravidanza.

Ma la disinvoltura con cui i giudici si sono elevati a garanti del desiderio degli adulti, propone anche altri tipi di interrogativi, più strettamente connessi al contenuto della sentenza del 9 aprile scorso. Qualcuno lo ha sollevato Eugenia Roccella, deputata di Nuovo Centrodestra ed ex sottosegretaria alla Salute. La prima domanda che resta inevasa dalle toghe è, a suo avviso, la seguente: “Sarà possibile la donazione di gameti tra consanguinei, per esempio tra sorelle o tra madre e figlia?”.

E ancora: “Se vale l’accostamento con l’adozione, non è logico che il figlio avuto con l’eterologa abbia diritto a conoscere le proprie origini, come quello adottato?”. Sulla stessa linea di principio di quest’ultima domanda, si colloca anche l’interrogativo: “Non è necessario recepire le direttive europee su sicurezza e tracciabilità anche riguardo all’eterologa (come è stato già fatto per l’omologa) rendendo inevitabile un passaggio parlamentare?”. E ancora, sempre seguendo il parallelismo con l’adozione, “non sarà indispensabile vietare la possibilità delle coppie di selezionare i donatori in base ‘alla razza’, come è già stato affermato in un vademecum prodotto da importanti operatori del settore?”.

Secondo la Roccella, d’altronde, “le domande sono molte, le risposte poco chiare. La fretta di chi ha interessi economici in gioco è comprensibile, ma il Parlamento ha la responsabilità e il dovere di fornire un quadro certo di regole in cui le nuove tecniche dovranno collocarsi, garantendo in primo luogo la salute degli italiani". Per ora, sulla garanzia alla salute ha prevalso il desiderio.